Roma Brucia Festival @ Villa Ada [Roma, 20/Luglio/2014]

1072

Roma brucia, in tutti i sensi… che sia quello palpabile della temperatura percepita o quello metaforico, dell’ardore di tante band ed appassionati di musica, quelli che da anni dicono “dovrebbero fare una cosa così” e finalmente questa “cosa” è stata fatta. Ed è andata alla grande.
 Come hanno detto i Frank Sent Us “Non sembrava neanche di stare in Italia” che per assurdo (ma neanche troppo in realtà) è uno dei complimenti migliori e più identificativi che si possano fare alla kermesse andata in scena a Villa Ada, in un cuore verde, alle rive del laghetto in cui le più disparate realtà musicali capitoline si specchiano e si mettono in mostra.

 Premetto che non ho ascoltato tutte le band presenti nella line up, la prima che ho visto infatti sono i BMC, sigla che sta per Big Mountain County, che propongono un eccellente saggio di rock’n’roll a tinte psichedeliche, l’ideale per iniziare ad infuocare gli animi. La valenza della band, si misura anche con la presa che questa riesce ad effettuare immediatamente sul pubblico, inizialmente sparpagliato, ma che ben presto si va ad assiepare sotto al main stage. Il set è tirato e agitato, ma la formazione si dimostra compatta ed affiatata, consacrando l’ottimo momento che sta attraversando, solo il giorno prima infatti si trovava su un altro palco importante, quello dell’Arezzo Wave e fra qualche giorno suonerà nuovamente a Roma, al Circolo degli Artisti (come spalla all’altrettanto ottima band psych Giobia).

 L’atmosfera che si respira nell’area del festival è piacevolmente surreale, si conoscono quasi tutti e finalmente è stato sfatato il mito che “Roma è la città con più musicisti che pubblico”. 
E’ il turno de I Quartieri, che ammaliano sia i presenti sotto al palco che coloro che hanno scelto di ascoltarli rilassandosi sul prato, il loro è un sound tendenzialmente soft, ma molto intrigante, piacevole e ricercato, che ricorda tanto (probabilmente troppo) quello dei Radiohead, non solo musicalmente ma anche vocalmente, con delle linee melodiche molto simili a quelle di Thom Yorke, che per carità, riuscirci “E’ una qualità” direbbe qualcuno, ma andarsi a rifare in maniera così smaccata ad un gruppo di quella grandezza non può che portare alla comparazione, dall’esito scontato.

 A spiegare la differenza sostanziale che passa tra l’emulazione ed il buon revival ci pensano i Bone Machine, che certamente non saranno il non plus ultra dell’originalità, ma altrettanto sicuramente sono stati una delle migliori band andate in scena in questa edizione del festival. Forti anche della maggior esperienza accumulata negli anni di carriera e che, senz’ombra di dubbio, meritavano molto di più che 20 minuti sul palco piccolo. Il trio si presenta, come di consueto, con il volto occultato da delle maschere da wrestler messicani e scatena l’inferno con il loro rockabilly a tinte macabre. La differenza tra l’emulazione ed il revival in questo caso consiste nel mantenersi prettamente sullo standard rock’n’roll anni ’50, con un approccio violento, tendenzialmente punk, ma che non sfora nell’acidità e nel “marciume” (in senso buono) tipico dello psycho-billy alla The Cramps per intenderci. Una band che sa cosa fare, ma soprattutto come farlo, ci mette infatti pochissimo a conquistare la folla radunatasi sotto al palco e che alla fine invoca a gran voce un bis che purtroppo, per ordini superiori, non può essere concesso, motivo per cui possiamo sicuramente eleggere ‘Sono Uscito Fuori Dalla Grazia Di Dio’ come brano simbolo dell’esibizione.

Fortunatamente c’è subito modo di consolarsi, perché dalla parte opposta, sul palco principale, è ormai tutto pronto per lo show dei Frank Sent Us. Per chi non lo sapesse i Frank Sent Us sono dei geni e sono senza dubbio una di quelle band che più che essere raccontate vanno viste almeno una volta. I loro concerti sono un’esperienza audiovisiva (gli schermi sono essenziali) che consiste nella riproposizione di immagini (spesso tratte da scene di film) dalle quali parti dei dialoghi vengono campionate e looppate per fornire “la voce” ed i testi, mentre il resto della band suona andando in sincro con le suddette scene. Ovviamente a spopolare sono soprattutto le riproposizioni di grandi classici come “Pulp Fiction” o “Fight Club”, ma non mancano anche remix di pezzi di altre band come Die Antwoord o System Of A Down e la loro collaborazione con la crew romana Colle Der Fomento. L’ibrido che ne deriva è efficace e diretto, un mix di rap, rock ed elettronica che arriva al momento giusto della festa. 

E’ la volta degli headliner, I Cani“No, ma perché? Hai rovinato tutto…” verrebbe da dire, ma è stata una giornata comunque fantastica, nulla può rovinarla. Finora ho ascoltato i chiacchieratissimi Cani solo in versione studio e nonostante mi ritenga piuttosto aperto musicalmente, proprio non sono riuscito a coglierne la ragione di esistere. Sarà un mio limite, magari dal vivo mi convincono… penso.
 Invece no. E’ peggio che mai, perché a casa li ho ascoltati da solo, invece qui sono circondato da gente che si esalta sulle note di pezzi come ‘I Pariolini di 18 Anni’, ma ci sono anche tanti scettici incuriositi che borbottano ai margini del pubblico che occupa l’area sotto il palco. Raramente mi sono trovato di fronte a tanta inconsistenza musicale, un synth-pop facilone che all’occorrenza sfocia in punk senza arte né parte, condito da una voce monocorde che nei momenti migliori non si sente neppure (sono i migliori per quello). Senza contare il malessere e l’insofferenza che provoca soffermarsi ad ascoltare i testi, che raccontano, con malcelata saccenteria radical, perlopiù spaccati di società odierna, rispecchiandola fedelmente in tutta la sua impalpabilità. Ecco, questa era la lancia da spezzare in loro favore, la capacità di rappresentare meglio di chiunque altro oggi le deficienze (culturali, musicali, morali, esistenziali e quant’altro) della generazione attuale, tanto che alla fine vivendoci dentro, neanche sorprende più di tanto il fatto che questa band deprecabile sia diventata il fenomeno che (purtroppo) è. Perché poi in realtà i colpevoli non sono loro sul palco, ma chi li sostiene sotto di esso (o ai lati), portandoli  ad essere headliner di una rassegna magnifica come Roma Brucia. Ci fossero stati (tanto per dirne uno) i Bud Spencer Blues Explosion al loro posto sarebbe stato perfetto.
 Insomma, nessuno dice che sia sbagliato defecare su una tela, perché il fatto in sé non reca danno a nessuno, il problema sono quelli che la chiamano arte, o musica in questo caso, trattandola e spacciandola come tale, quando là fuori, o qui dentro (parlando di Roma) è pieno di band e musicisti validi, che meritano spazio in un contesto come quello che è stato questo festival, comunque lodevole.

Niccolò Matteucci


Foto dell’autore

Twitter @MrNickMatt

4 COMMENTS

  1. Bel pezzo.. Sicuramente hai ragione sui The Bone Machine che avrebbero potuto suonare sul palco grande e per qualche minuto in più, perchè se lo meritavano davvero (miglior performance live della giornata). Mentre per I Cani forse troppo severo il commento, i testi non saranno una pietra miliare della musica e le sonorità possono sembrare anche facilotte in alcuni casi.. Ma quello che conta nella musica, e nei live, è ciò che il gruppo trasmette e io mi sono divertito anche solo a sentire e guardare gente fomentata urlare i testi e ballare come dannati. In fondo sono stati bravi non lo si può negare.
    PS: ti sei dimenticato IL TIZIO che ha “cantato” dopo i Frank Sent Us e prima dei Cani… non credo in molti si offenderanno

  2. La performance del giorno è stata SENZA DUBBIO Maria Violenza. Bordate di synth conditi da declamazioni ,in una lingua che sembrava francese, di qualcosa di incomprensibile. Praticamente Wave marcia meets declamazioni di liste della spesa.

  3. Non ero presente a Roma Brucia, anche se ci sarei voluto andare. Peccato…
    In ogni caso il report sul concerto dei Cani mi sembra veramente troppo pesante. E non sono minimamente fan dei Cani, né mi sono simpatici (peraltro l’unica volta che li vidi dal vivo a Supersantos 2012 me ne andai a metà concerto). Però l’articolo calca troppo la mano. Insomma, possono non piacere a livello musicale e di testi, possono non stare simpatici, possono essere considerati paraculi… però appartengono al 100% al tipo di musica che si potrebbe ascoltare in lidi variegati in ambito wave/pop/rock… Se suonassero al Festival Jazz di Montréal o all’Accademia di Santa Cecilia sarebbe uno scandalo, ma se suonano a Roma Brucia o al Miami Festival non ci trovo nulla di stonato…

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here