Roger Waters @ Circo Massimo [Roma, 14/Luglio/2018]

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Difficile capire da dove cominciare dopo un’esperienza del genere. Quali parole scegliere e gettare su un foglio bianco per iniziare a tracciare e tentare di descrivere cose che gli occhi non sono abituati a vedere, emozioni che è sempre più raro provare, analizzare concetti veicolati da canzoni che si conoscono, quelle sì, ma vissute in una maniera estremamente più intensa. Innanzitutto è sconvolgente constatare come le tematiche affrontate dalle opere dei Pink Floyd riescano ancora oggi ad essere attuali, decine e decine di anni dopo la loro composizione. Dalle tracce ed i concept di ‘The Wall’ a quelle di ‘Animals’, per citare solo un paio tra quelli che sono da considerarsi, più che album, dei veri e propri patrimoni dell’umanità. E’ probabilmente questo il fattore che traccia il distacco tra i Pink Floyd rispetto a chiunque altro e Roger Waters, che di tutto questo ne è la mente principale ed il genio compositivo, è ancora qui, ha ancora tanto da dire e deve essere ascoltato. E’ stato incredibile come, al netto della scenografia mastodontica di questo ‘Us + Them’ tour, con un palco enorme e dei visual pazzeschi, Waters sia riuscito a rendere alcuni tratti del suo show addirittura intimi, nonostante fosse di fronte a 45mila persone. A volte si avvicinava alle estremità del palco per dire delle cose al pubblico, senza microfono, rendendo più eloquente possibile il labiale, oppure tra un brano e l’altro si è lasciato andare ad aneddoti sul viaggio da Lucca a Roma, in cui il suo autista pare che corresse troppo, per poi dire di aver notato un commento sulla sua pagina di Facebook, in cui un tale gli chiedeva di suonare e basta, senza lasciarsi andare ai suoi soliti “sproloqui” politici… “Fuck you!” è stata la risposta, spiegando perché in questo momento storico sia importante come non mai prendere una posizione per un artista, toccare certi temi e parlare alle coscienze.

E’ stato, com’era preannunciato, uno show principalmente anti-Trump, ma l’indice accusatore dell’artista inglese si è spostato pure verso altre figure, dalla May, alla Le Pen, passando per Orbàn. Ai più non saranno sfuggite un paio di immagini che ritraevano anche Berlusconi e Salvini, tra i vari “cattivi” del mondo odierno. La scaletta ha seguito, neanche a dirlo, un “concept” che come filo conduttore alternava la denuncia verso le atrocità delle guerre più recenti, l’odio per i migranti, con l’incitamento all’unione, al “restare umani”, al proteggere ciò che di bello è rimasto sul pianeta. Scegliendo i pezzi più evocativi da ‘The Dark Side Of The Moon’, ‘The Wall’, ‘Animals’, ‘Wish You Were Here’ e l’ultima opera solista di Waters, ‘Is This The Life We Really Want?’, che musicalmente non si stacca da quel sound, che di fatti è il suo. Visual di impatto con un leitmotiv prettamente psichedelico che però veicolava verso il pubblico immagini di crudo realismo, quasi a dipingere un ossimoro, o come definito dallo stesso Waters un “incubo distopico”. In confronto i Pearl Jam poche settimane fa ci sono andati leggeri, la speranza però è che stavolta non ci si debba sorbire certe stupide polemiche, divampate a seguito di commenti di personaggi che all’indomani del concerto della band di Eddie Vedder si rivelarono o confermarono in tutta la loro pochezza.

Non me ne voglia chi legge se, più che sulla descrizione della scenografia, o il racconto dell’esecuzione dei brani, abbia preferito questo tipo di analisi, del resto la differenza tra pop facilone e musica di spessore è qui, una serve a distrarsi, l’altra spinge a pensare. Sono sicuro che su YouTube si potranno ritrovare tanti video dei migliori momenti del concerto, da ‘The Great Gig In The Sky’ con protagoniste assolute Holly Laessig e Jess Wolfe in veste di coriste, conosciute specialmente tra il pubblico indie per la loro band, Lucius (già band spalla di Jack White nel 2014, insomma delle predestinate); poi c’è stata ‘Mother’, che in questo tour è stata suonata solo in rare occasioni e stasera è stata una di queste; oppure la sempre magnifica ‘Comfortably Numb’ con “l’hippie della band” (così lo ha presentato Waters) Jonathan Wilson (già collaboratore anche di Father John Misty ed Elvis Costello, per citarne solo un paio) protagonista nelle parti cantate che una volta erano di David Gilmour, mentre Dave Kilminster si è come sempre distinto negli assoli. Spero che il fonico non faccia una brutta fine per aver dimenticato di aprire il canale della voce di Waters su ‘Welcome To The Machine’, nella quale le primissime parole “welcome my son” non si sono sentite. A parte questo piccolissimo (e anche buffo) disguido, segno che dietro tanta grandezza e perfezione (o quasi) ci sono pur sempre degli esseri umani, il ricordo che con ogni probabilità rimarrà visivamente impresso nella memoria di tutti i presenti sarà la riproduzione del prisma di ‘The Dark Side Of The Moon’ ricreato mediante un incredibile gioco di luci che ha generato una piramide tridimensionale di laser bianchi, trafitta successivamente da altri raggi, ovviamente dei colori dell’arcobaleno. Una cosa meravigliosa, ma mai come la consapevolezza che cotanta bellezza non risulti effimera e fine a sé stessa, ma che abbia accompagnato anche tanti messaggi importanti che sono entrati e rimarranno nei cuori e nelle menti dei fortunati presenti.

Niccolò Matteucci

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