Rodriguez @ Circolo degli Artisti [Roma, 3/Giugno/2009]

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Su quel paio di tomi anglofoni, imprescindibili bibbie riconosciute, che trattano in maniera esaustiva e maniacale l’enorme stagione della psichedelia ’60-primi ’70, il nome di Rodriguez si trova tranquillamente in bella mostra verso la fine della lettera “R”. Sixto Rodriguez, perchè sesto di altrettanti figli, nato a Detroit da genitori (immigrati) messicani. Due album marchiati in un’epoca memorabile (1970-1971, avete idea di quanto e cosa sia uscito solo in quei due anni?), pubblicati dalla Sussex – etichetta di Hollywood che a quel tempo ha trovato casa anche a Bill Withers – e presto scivolati nel dimenticatoio e nell’oblio del tempo, come del resto il suo autore. Poi una fiammata negli anni ’80, complici le ristampe di quei due dischi, con un interesse geograficamente schizofrenico: Australia (va in tour addirittura con i Midnight Oil), Nuova Zelanda e Sud Africa (qui intraprende un tour negli stadi che fa registrare tutti sold out). Quindi di Rodriguez si perdono le tracce, fino a quando nel 1996 un giornalista con la G maiuscola (Craig Bartholemew) decide di rintracciarlo e riportarlo “alla luce”.

Grazie all’attiva label di Fremont (Seattle) Light In The Attic, oggi abbiamo finalmente le ristampe di ‘Cold Fact’ e ‘Coming From Reality’. E grazie alla scrupolosa Grinding Halt oggi abbiamo finalmente Rodriguez sul palco romano del Circolo degli Artisti, per un’unica imperdibile data. Serata ventilata di fresco-misto-primavera-maglioncino. Non tantissimi i convenuti. La curiosità è infatti merce rara da tenere nel freezer insieme al cervello. Al mio fianco c’è il Bonini, che sfoggia una meravigliosa camiciola nera dei Queens Of The Stone Age, con il quale partiamo per voli pindarici sulla storia della musica, curiosità legate ad essa e altri argomenti davvero illuminanti (Phil Lynott, aneddotica sulle copertine dei Pink Floyd, Black Crowes, gossip su Josh Homme e prezzi -alti – dei CD in questa italietta/ignorantella del cazzo).

Quando i marchigiani El Cijo sono già sul palco, a rivoltare la loro ottima mistura di folk rurale e spaccati country, racchiusa nel debutto ‘Bonjour My Love’ (leggi recensione), Rodriguez attraversa il giardino del club accompagnato per mano dalla figlia tuttofare. I segni del tempo e degli eccessi si notano tutti. Alle 23.30 la band che lo accompagna fa il suo ingresso on stage. Sono quattro bravissimi ragazzi svedesi che l’artista di Detroit ha scelto per il tour europeo. Il 67enne Rodriguez arriva “sorretto” dalla figliola. Scaletta attaccata su un tavolino, bottiglietta d’acqua e un calice di vino rosso. E’ mezzo cieco, sussurra qualcosa, ride nervosamente, si aggrappa al microfono, non ha la chitarra “accesa”. La backing band lo istruisce. Inizia a suonare senza che lo strumento sia elettrificato. Attimi di imbarazzo. Ma quando attacca la musica, tutto d’incanto sparisce, tutto s’azzera. Rodriguez sembra una comparsa di uno di quegli spaghetti western di terz’ordine. Uno di quei messicani che vengono regolarmente seccati e fatti cadere da un tetto di una casa, ripieni come sono di piombo caldo.

La distintiva voce, seppur abbia perso di potenza, mantiene inalterato il suo fascino. Un pregevole misto tra Dylan e Donovan, in mezzo ad immacolate atmosfere folk rock. I quattro scandinavi lo seguono passo passo, si guardano tra loro a volte spaesati per un attacco andato troppo veloce, sorridono. Rodriguez tira fuori l’anima, che si fonde a meraviglia con il blues e con alcune svisate fuzz, attualizzate e per questo corroboranti. I presenti si invasano. Alcuni ballano forsennatamente, altri fumano beatamente, altri chiedono a gran voce dei pezzi avendo comprato dopo anni finalmente un disco. Vogliono dunque sentirlo e per questo lo richiedono. E via un primo bicchiere di vino, a cui ne seguirà un altro tracannato con avida beatitudine papillo-gustativa. Si supera l’ora di concerto. Butta in terra giacca e camicia. Ora sembra il fratello di sangue di Keith Richards. Quando parte ‘Sugar Man’ provo infinita tenerezza per quell’artista a cui va enorme rispetto. Non fosse altro per una pausa artistica durata praticamente 40 anni. Un pezzo di storia incastonata in questi giorni pre-estivi del 2009. “Sugar Man, met a false friend… on a lonely dust road, lost my heart when I found it…”. Il lieto fine di una piccola, incantevole, favola musicale.

Emanuele Tamagnini

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