Rock In Idro @ Arena Joe Strummer [Bologna, 31/Maggio/2014]

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In tempi in cui l’abuso del calembour è pane quotidiano anche per il più sprovveduto dei facebooker, mi chiedo come non sia stato possibile trovare un nome migliore per questo festival. Però una volta capito che non dovevo andare né a Idro in provincia di Brescia, né a Rho, né all’Idroscalo di Milano tutti i miei problemi erano messi alle spalle. Così decidiamo che non c’era modo migliore per spendere i 132,50 euro guadagnati in un anno di concertini nei pub e vinciamo la pigrizia pensando che dopo due anni di folk irlandese era doveroso fare una trasferta per andare a vedere i Pogues prima che sia troppo tardi. In effetti anche gli Ska-P, che mi piacevano tanto da giovane (cioè a 30 anni), saranno divertenti e i Gogol Bordello ho sempre voluto vederli. Un quarto di secolo è passato da quando festeggiai l’esame di immaturità andando a vedere il mio primo Monsters of rock coi Faith No More nella stessa arena dopo due bottiglie a testa di spumante da discount scolate per colazione, il viaggio in treno di notte e la pensione malfamata sotto le due torri. Erano altri tempi. Ora se bevo due birre devo pensare a come dirlo al dietologo, posso permettermi la macchina e l’albergo di lusso (cioè il letto a castello nella cameretta di Bonnie, che ci ospita gentilmente per la notte), ma la vera novità sta nell’organizzazione: panini da casa, comodo telo mare, scarpe adatte. Evviva, non sono più metallaro. Entriamo alle 15 e ci sbrachiamo nelle retrovie a prendere il sole in attesa che i gruppi a me sconosciuti passino presto. Per i primi due in cartellone, che hanno già suonato, pazienza.

Ci accolgono gli You Me At Six: già dal nome brutto avrei dovuto capire l’inutilità di questo gruppo inglese, che ci ha regalato tre quarti d’ora di indefinibile noia mortale. Passiamo oltre: dei Pennywise mi avevano parlato bene e in effetti quasi non ci si addormenta. Negli anni novanta chiamarsi come il pagliaccio di “It” era fico, ma io, sempre sul pezzo, quel decennio lo stavo impiegando a smadonnare su libri di chimica e a scoprire la musica degli anni settanta e quindi questi californiani mi erano proprio sfuggiti. Un sorrisetto mi spunta quando viene annunciata una cover dei Bad Religion, che si rivela essere ‘Do what you want’. Un minuto e mezzo di aria. Comunque simpatici, ma ora vediamo che dicono i Millencolin. Non avevo aspettative, ma non potevo immaginare che mi sarei rotto così tanto. Ora, se sei nato in Svezia e ti viene in mente di fare punk già parti male, ma se poi fra un pezzo e un altro ti metti a cantare ‘L’italiano’ di Toto Cutugno e a parlare per due ore dei mondiali di calcio, fra l’imbarazzo generale, meriti tutti gli insulti che hai ricevuto a gran voce dal tipo che avevo accanto, che evidentemente non era del tutto soddisfatto dei soldi spesi per il biglietto. Non ci siamo proprio, sembrava musica suonata leggendo le istruzioni, ma era punk.

Durante la pausa mi chiedo cosa ci azzecchino i Pogues in questo contesto, ma staremo a vedere. Sta finalmente iniziando il concerto vero e il palco è pronto per i Gogol’ Bordello (l’apostrofo serve a far sapere che so come si scrive il nome dello scrittore). Che dire, un’ora e passa di spettacolo circense. Multiculturalità, divertimento e irriverenza sono l’anima di questo gruppo, che ti trascina in un mondo grottesco in cui convivono un naso, un cappotto e pure la boccia di Taras Bul’ba che suonano per strada sulle rive della Neva. Insomma, neanche i vigili del fuoco alle mie spalle riescono a stare fermi e a non sorridere, forse più guardando noi scemi in mezzo alla polvere che per la musica in sé. L’accento forzatamente russo di Eugenio è una specie di marchio di fabbrica, ma c’è di tutto: dall’hip hop sudamericano al punk, dalla musica tzigana al reggae. Riconosco solo ‘Start Wearing Purple’ e ‘Not a Crime’ e resto contento delle ottime premesse per il seguito della serata. Ecco cosa vuol dire suonare dal vivo, me ne devo ricordare sempre. Bene, mentre i bagni iniziano a diventare fogne e qualcuno in là con l’alcool chiede a due malcapitati austriaci di ripetere ad alta voce “fango e birra, birra e fango” mi ripasso i passetti dello ska, lo stage diving, il crowd surfing, il wall of death, i balli irlandesi e tutte le posizioni fondamentali della danza classica per essere certo di non fare brutta figura davanti a cotanto parterre. A sorpresa vediamo montare il palco per gli Ska-P, che invece eravamo convinti fossero gli headliners. Non vedo l’ora: mi ero anche preparato i testi da pronunciare per bene con la lingua fra i denti nei punti giusti. Dopo ‘Full Gas’, intro strumentale dell’ultimo disco, parte ‘La Estampida’, la folla mi travolge e capisco subito come andrà a finire. Poi si parla di corrida con ‘Vergüenza, di guerra con ‘Niño Soldado’, di… di…, non mi ricordo, con ‘Legalización’, di vino tinto con ‘Derecho de Admisión’, di Palestina con Intifada, di rivoluzione proletaria con ‘El Gato Lopez’ e ‘El Vals del Obrero’, ripetuta poi all’infinito per li finale. Presentano anche qualcosa dall’ultimo ‘99%’, come ‘Se Acabó’ che non è male. Non c’è un attimo di sosta: suonano senza errori come sul disco, ballano, ridono coinvolgono il pubblico anche in italiano. Ogni tanto esce il pupazzo di un poliziotto, un soldato o un torero e la festa è completa. Con un paio di pezzi in più (soprattutto ‘Mestizaje’, che in settimana avevo ripassato per bene) sarei stato ancora più contento, ma dopo averli snobbati per tanti anni, convinto che fossi troppo vecchio per certe cose, ho capito che invece andrei anche a rivederli, in barba agli amici snob compresi quelli di Nerds Attack!. Quante botte e quanto sudore. Carini anche i video delle canzoni sui maxischermi.

Finiti gli Ska-P, il motivo per cui abbiamo fatto 400 km sta per arrivare: Shane MacGowan. Preferirei non soffermarmi sulle mie vicende personali, ma per capire a fondo tanta attesa è necessario: i Pogues sono la personificazione della mia vita musicale negli ultimi 4 anni. Ecco, sono riuscito a essere sintetico. Per quanto riguarda il concerto, posso ricordare alcune immagini: la camicia rossa con le bretelle sopra, l’andatura da novantenne, l’annunciazione incomprensibile dei titoli dei pezzi e la scaletta, all’interno della quale ricordo fra le altre: ‘Streams of Whiskey’, ‘f I Should Fall From Grace With God’, ‘A Pair of Brown Eyes’, ‘Tuesday Morning’ (come sempre cantata dal tinwhistle-ista Spider), ‘Irish Rover’ che ci fa perdere la voce, ‘Sally MacLennane’, ‘The Body of an American’, ‘Dirty Old Town’ che si canta tutti in coro,  ‘A Rainy Night in Soho’ che ci fa abbracciare e ondeggiare, ‘The Sick Bed of Cúchulainn’ che ci ricorda il gigante del selciato. Vabbè ma fanno sempre queste, non era difficile. Anche qui si canta e si balla, ma l’atmosfera è cambiata. Inizialmente i giovanotti inkefiati si chiedono da dove vengano questi vecchietti alcolizzati e controllano sullo smarfon (“ma non pogs, si scrive pogues!”). ‘Dirty Old Town’ la sanno quasi tutti, ma le altre le sappiamo solo noi che abbiamo indosso le magliette autocelebrative (ma noi chi? vi chiederete). Chiusura adrenalinica con ‘Fiesta’ e poi tutti a casa. Caro Shane, sei un idolo e sono molto contento di essere venuto fin qui per vederti cantare. Il tuo personaggio è insostituibile e ho fatto bene a venire fin qui, anche perché chissà se ricapiterà mai. Un po’ troppi errori di esecuzione (soprattutto tu, birichino), ma ve lo potete permettere. Me ne ricorderò tutte le volte che li commetterò io, che me lo posso permettere ugualmente. Per tirare le somme, in tempi di crisi auricolare ci voleva una giornata così, che mi ha confermato le seguenti cose: l’unico modo per fare musica è divertendosi; non si è mai troppo vecchi; non potrò mai farmi una cresta; a Bologna si mangia bene; bere fa male e fumare fa bene (anche se ho sempre fatto il contrario).

Simone Serra

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