Rock In Idro @ Arena Joe Strummer [Bologna, 2/Giugno/2014]

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L’ultima volta che son venuto qui era forse il 2003 o il 2004. Era per uno sciapo Gods Of Metal, ricordato più per l’uragano che si abbattè sul festival che per le band. Ora ci rimetto piede per gruppi di caratura decisamente diversa. Ultima serata del Rock In Idro, sicuramente la più appetitosa e la più varia delle altre quattro, di un festival che ha visto un buon riscontro di pubblico, escludendo la giornata nella quale era headliner Fatboy Slim, cancellata inspiegabilmente per una nuvola passeggera di 5 minuti. Arriviamo alle 14.30 mentre stanno ultimando senza clamore il loro set i We Are Scientists, decisamente tra le peggiori band indie-rock uscite da questa inspiegabile ondata di gruppi americani degli anni ’00. Uno sbadiglio li ha seppelliti. Per noi uno dei momenti topici è già quello delle 15.10 quando salgono sul palco The Brian Jonestown Massacre, tra i quattro motivi che ci hanno spinto a presenziare ad un festival rock di queste dimensioni. Sotto il solleone, con 45 gradi io e il fido Aguirre troviamo la forza di ascoltare questi 30 minuti magici della band più pysch(pop) del pianeta. La classe è totale, semplici, anche fuori contesto con quei vestiti come fossimo a un happening degli anni ’60, gli otto musicisti offrono il meglio del loro repertorio come la splendida ‘(David Bowie I Love You) Since I Was Six’. Magnetici e fuori dal tempo ricevono orazioni e ovazioni. Ora resta solo da capire a che cazzo serve quello che suona le maracas per tutto il concerto.

Seguono altre due band senza lode e con molta infamia, i Fratellis, l’inutilità totale, e il borioso Miles Kane. Per entrambi vale il discorso fatto per i We Are Scientists. Inascoltabili, bolsi e noiosi. Senza un perchè. Saltiamo direttamente a chi invece un posto nella storia ce l’ha già, a quel meraviglioso gruppo gallese chiamato Manic Street Preachers che da anni continua a sfornare dischi di ottimo livello. Certo i fasti di ‘Generation Terrorists’ e ‘Holy Bible’ sono lontani ma sfido chiunque dopo vent’anni di carriera a presentare ancora dischi come ‘Postcard from a Young Man’ o ‘Rewind the Film’ (in attesa dell’imminente ‘Futurology’). James Bradfield, che da anni suona con il fantasma di Richey Edwards alle costole, non ha certo più un ragazzino, anche se un po’ imbolsito e goffo nel saltellare a quel modo, tiene il palco con grande dignità. L’inizio è un tuffo nell’adolescenza di molti di noi presenti, una di quelle canzoni che ti segnano e con cui almeno io continuo a fare i conti, quella splendida creatura che è ‘Motorcycle Emptiness’, con il suo morbido ritornello (“under neon loneliness, motorcycle emptiness”) che riesce a commuovere tutti. Ma non finisce qui perchè i Manics snobbano completamente gli ultimi tre dischi, per ridurre la scaletta ai soli classici e a due brani inediti che fanno parte (credo) del prossimo album. Le successive ‘Ocean Spray’, una delle perfezioni pop del rock inglese, la glam-punk ‘You Love Us’, la sorpresa di ‘Your Love Alone Is Not Enough’ – presa da quel disco sottovalutatissimo che è ‘Send Away the Tiger’ -, non lasciano indifferenti. Sì, è vero, quegli anni sono lontani ma chi come me trova sempre una scusa per mettere i Manic Street Preachers sul giradischi ha avuto modo stasera di trovare la sua gioia personale. Il finale è inevitabilmente ‘If You Tolerate This’ che a fine anni ’90 li portò a diventare una delle band più famose al mondo. Vanno via tra i tanti applausi piovuti dal cielo, vanno via con quell’umiltà propria solo dei grandissimi.

Ora tocca agli scozzesi Biffy Clyro che, dico la verità, non ho mai avuto voglia di approfondire, quindi con il Ivan Il Terribile Aguirre vado ad ascoltarli sul prato per riposare le ossa in vista della doppietta finale. Sono un gruppo fuori completamente dal mio gusto musicale. Quel cantato urlato e pulito come i System Of A Down e quelle ritmiche secche e “panterizzate” non fanno per me ma va detto che la stragrande maggioranza del pubblico gode appieno le gesta della formazione di Kilmarnock. Contenti loro, contenti tutti. E arriviamo al momento più alto del pomeriggio, i Pixies. La storia ha già detto la sua e non starò certo qui a ripeterla. Frank Black è tornato con un nuovo disco e una nuova bassista (Paz Lenchantin) decisamente carina. Loro sono veramente l’anti-rock, l’anti-estetismo per eccellenza visto che, ex-A Perfect Circle/Zwan a parte, son tutti e tre vestiti come dopolavoristi. In più Frank assomiglia (ormai) vergognosamente al tipo di “Affari di Famiglia” che gestisce il pawn shop a Las Vegas. Però appena parte ‘Bone Machine’ l’intera arena Joe Strummer inizia a vacillare. Qualcuno dirà che oramai il loro è uno “sporco” mestiere per racimolare soldi sfruttando il nome. Ed in parte è vero, purtroppo non riesco a vederli se non in questo modo pur avendo il massimo rispetto e amore per una band siffatta. La scaletta è ovviamente una collezione di superclassici come il pokerissimo finale che include nell’ordine ‘Here Comes Your Man’, il brano più cantato e ballato dell’intero festival, ‘Your Monkeys Gone To Heaven’, quel capolavoro di nonsense che è ‘Debaser’ e chiaramente ‘Where Is My Mind?’, dove la Lenchantin dà spettacolo con il famoso urlo nella notte che accompagna tutta la canzone. OK mestieranti ma 60 minuti da brividi. Queens Of The Stone Age. Lasciamo qualche riga di spazio in più per dar merito alla rock band del millennio. Pochi giri di parole, perchè questi sono i fatti. Certo ‘Era Vulgaris’ lo potevano far meglio ma il nuovo disco è di una bellezza senza fine pur necessitando dei canonici vari ascolti. La formazione prevede anche il vecchio batterista dei Mars Volta, punto di forza dell’intero gruppo visto che ogni colpo sul rullante è come sentire la spranga di un ferraio. Joshua e compari si presentano sul palco mentre le luci segnano il countdown che sfocia nel trittico iniziale che comprende ‘You Think I Ain’t Worth A Dollar…’, ‘No One Knows’ e ‘My God Is The Sun’. Strapotere senza fine. Con solo questi tre brani i QOTSA hanno dettato la loro legge. Il pubblico scalcia e ulula alla luna il suo amore per la creatura di Joshua il roscio che sogghigna di tanto in tanto e prova anche a parlare. I suoni sono perfetti, il volume è altissimo e ogni canzone un mastodonte che si abbatte schiumando. Momento da brividi è ‘Vampyre…’, con Josh al piano a cantare per le stelle. E poi ancora ‘If I Had The Tail’ la mia preferita dal nuovo album (ma perchè non ha fatto ‘Sat By The Ocean’??) mentre ‘Little Sister’ assieme a ‘Sick Sick Sick’ – che con un nota secca fa schizzare in alto 30.000 persone – sono i momenti chiave della parte centrale dello show prima del gran finale con ‘A Song For The Dead’. Mentre la band carica la canzone, che sembra dover esplodere da un momento all’altro, il pubblico indietreggia tutto per creare una pozza dentro la quale tuffarsi quando il riff erutterà. Io e Aguirre, che pur siamo molto molto dietro, veniamo stritolati da questa massa di persone che torna indietro mentre Josh continua a pasturare il riff. Che arriva. E si schianta su di noi. In un attimo non si capisce più nulla e ci ritroviamo dall’altra parte dell’arena per poi tornare al punto di partenza sospinti dal riflusso della marea umana (questa bolgia a Roma non si è lontanamente vista, precisiamo). Finisce con un’apoteosi di rullate, splash, luci, riff sanguinosi ma anche con una valanga di bestemmie per aver suonato “solo” 70 minuti. Solo un par di cippa. Il concerto ideale è quello dei Queens Of The Stone Age, la band ideale.

Dante Natale

4 COMMENTS

  1. e insomma con miles kane paragonato a fratellis e we are scientists la stronzata l’abbiamo sparata..

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