Road To Ruins @ Init [Roma, 1-2/Maggio/2009]

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Primo maggio: festa dei lavoratori. Tutti al Forte, tutti in un prato, tutti a fare il barbecue, tutti (gli stronzi) al concertone. E chi, invece, resta a casa. È sul nerd asociale e fotofobico che la punizione divina (?) si scaglia duramente. È quasi ora di cena, di un giorno di festa, il primo di un ponte. E disgraziatamente, dissennatamente, disinvoltamente, disperatamente e, al solito, distrattamente, spacco in due i miei imprescindibili occhiali. Oh, quale amaro destino mi aspetta! Oh, quale tunnel di malditesta, figuracce e imprecazioni dovrò percorrere nelle prossime ore! Dopo numerosi vani tentativi per riparare al danno, prendo atto di essere ufficialmente senza occhiali e in ritardo per il Road To Ruins. Persi i lumi della ragione e acquisita la consapevolezza che per raggiungere l’Init dovrò passare sul corpo del concertone, decido impavidamente di prendere la bici. E che Dio illumini il mio cammino.

Quando arrivo in via della Stazione Tuscolana sono una vera punk: sudata, arrabbiata, affrettata, disgustata (dal mare di persone e di rifiuti incontrati nel luogo X). Il festival è anche iniziato puntuale, arrivo che i Killtime hanno già cominciato. Di gente non ce n’è moltissima (tutti partiti?) e soprattutto, rispetto alle altre edizioni, le grandi assenti sono le crestone viste in quantità – ad esempio – agli Adolescents. Il punk-hardcore a Roma gode di ottima salute ed il trio, (tra alti e bassi) da anni parte di questa scena,  è una sana espressione di power pop tirato, classico e divertente, lontano anni luce dalle strane malattie di cui soffre certo (presunto) punk pop italiano. Crudi, asciutti, veloci, essenziali. Nessuna (nuova) cattiva sorpresa. A seguirli ci sono i La URSS, quattro giovani di Granada in tour europeo a presentare il loro nuovo EP  ‘Producto’. Un punk forse meno “convenzionale”, adrenalina portata ai limiti dell’isterismo dall’interpretazione – tra il demenziale e lo psicopatico – del cantante, esagitato sputatore di versi incomprensibili. Ispitrata al punk iberico dei primi ottanta (ma anche “alla macroeconomia, la democrazia, l’alimentazione, al giustizia e i gruppi musicali”), la punk nevrosi tiratissima dei La URSS diverte il pubblico e sembra addirittura diversa.

È da un po’ passata la mezzanotte, quando a salire sul palco è uno tra i gruppi che, nonostante non si sia mai aggiudicato lo status di band di culto (raggiunto da conterranei come Adolescents e Social Distortion), è stato tra i più influenti del punk californiano anni ’80. Già molto prima che Tarantino portasse questi suoni al grande pubblico, il gruppo dell’Orange County aveva mescolato hardcore e surf in chiave power pop, definendo i contorni dello skate punk. Gli Agent Orange sono in formissima. Uno dietro l’altro, sputano a raffica, inframmezzati dalle battute di Mike Palm, i pezzi più conosciuti datati 1981 (molti da ‘Living In Darkness’). Da ‘Everything Turn Grey’ alla cavalcatona surf strumentale ‘Mr Moto’, dal pogo di ‘Breakdown’ ai cori su ‘Bloodstains’ passando per la combinazione di entrambi su una riuscitissima ‘No Such a Thing’. Poi ‘Too Young To Die’ dedicata al “too creepy motherfucker” Lux Interior, una ‘Somebody to Love’ sbrindellata, fatta a pezzi e poi ripresa (dedicata solo alle ragazze), ancora west coast strumentale con ‘Misirlou’ (feat. il tipo del merchandising alla seconda chitarra), poi parte la battutaccia sulla polizia e di seguito ‘Police Truck’ dei Dead Kennedys a velocità raddoppiata. Se è vero che, se nutriamo tutti un certo riserbo nei confronti delle vecchie-punk-band-storiche è perché c’abbiamo le prove (ai Damned lo scettro di guastafeste), c’è da ammettere che qualcuna di queste, sul palco, ha ancora un’energia (paradossalmente) pulita, netta, immediatamente percepibile e clamorosamente trascinante. Tra questi gruppi, accanto a dei famosi Buzzcocks – visti sempre in luoghi stipati e con pubblico vario – ci sono pure gli Agent Orange che, chi era partito per un’amena gita fuoriporta, rimpiangerà di essersi perso.

La seconda serata del Road To Ruins, quest’anno, ha un’inedita veste gotica. Quando arrivo all’Init e noto un pubblico un po’ più nutrito della sera precedente, l’intuizione è immediata: i darkettoni non partono, certe cose gggiovani non le fanno. L’aspetto folkloristico degli adepti batte decisamente quello dei presenti alla serata di ieri. Sul palco stanno per salire i Bohemien, formazione storica romana – esistente tra scioglimenti vari dal 1985 – di goth melodico, caratterizzata da testi italiani. Sul palco sono in cinque, line up standard più imprescindibile tastiera, e tra il pubblico è evidente che abbiano un buon seguito. Di chiara matrice goth e con una forte componente barocca  – soprattutto in chitarra e voce – musicalmente i Bohemien non sono affatto male. Il ricordo va all’intero filone in questione, dai Cinema Strange ai primissimi Christian Death facendo un giro nel Regno Unito attraverso i Cure più cupi. Se qualche propaggine di adolescenza dark mi spinge ad apprezzare una proposta dai contorni così definiti, la performance vocale e (d’intrattenimento caricaturale) danzante del cantante sono decisamente troppo calcate, qualche non seguace potrebbe definirla addirittura ridicola: un’attitudine canora un po’ stile Pelù-Desaparecido, ma estremamente più fragile, che si agita sulle zeppe, evitando per pochissimo la caduta disastrosa. Ma la “setta”, probabilmente, li ama anche per questo.

È la prima volta che gli UK Decay suonano in Italia. Nati a Luton nell’ultimo scorcio dei ’70 come punk band (la peggiore in circolazione, sentenziò clamoriosamente NME), furono tra i primi a mescolare la componente gotica all’attitudine DIY,  influenzando formazioni come Sisters Of Mercy e Sex Gang Children. Sciolti ormai dall’85, è stato per il successo riscosso ad una speciale reunion party britannica per amici e poi all’esibizione al Drop Dead Festival di Lisbona l’anno scorso, che hanno deciso di intraperndere un tour mondiale. Catastrofe metallurgica. Decadenza urbana. Disastro nucleare in musica. Appena salgono sul palco, gli UK Decay trasmettono una magnificenza, una sensazione di avvolgente apoteosi, che non s’interromperà per tutto il live, mantenedo forte la tensione tra punk e atmosfere gotiche che da sempre hanno come marchio di fabbrica. Dalla partenza distorta di ‘Werewolf’ si passa attraverso la desolazione bellicosa di ‘Jerusalem’, poi l’ossessione barocca di ‘Decadance’, il lamento cupo di ‘Testament’, l’impegno politico di ‘Mayday’ (con riferimento alla giornata internazionale di protesta del primo maggio), il tribalismo di ‘Unwind’ e la chiusura con l’anthem per eccellenza del quartetto inglese, ‘For My Country’, tra i pezzi chiave del post punk inseriti anche in una delle compilation Rough Trade. Con un bassista (Ed ‘Twiggy’ Branch) da far invidia a un gruppo funk e Steve ‘Abbo’ col carisma da frontman ancora intatto, gli Uk Decay riescono ad essere monolitici, cupi e industriali, senza risultare pesanti, mantenendo il rabbioso scheletro punk degli esordi. L’esempio di come un genere dai confini (teoricamente) delimitati, possa  – per energia, carisma e impatto sonoro – essere totalmente fruibile ben oltre una ristretta cerchia di adepti.

Chiara Colli

2 COMMENTS

  1. Fantastico report Chiara. Se non fosse per il fatto che ero a Rimini vedermi il concerto dell’anno, i Balmorhea, avrei rosicato anche di più. Meraviglia davvero la tua scrittura.

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