Road To Ruins Festival @ Jailbreak [Roma, 26-27-28/Aprile/2007]

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Di nuovo il Road To Ruins! Per chi, come me, respira punk e surf, powerpop e garage, questo festival è ben più di una manna dal cielo, è quasi una necessità e vorrei che lo facessero una volta al mese. La quarta edizione quest’anno è stata davvero succosa con nientemeno gruppi come The Zeros, Cheetah Chrome (Dead Boys), Paul Collins e tanti altri. Questa volta la location è stata il Jailbreak, che nel corso degli ultimi 365 giorni ha avuto una programmazione davvero eccellente e si appresta a finire ancora meglio.

[Prologo, Giovedì 26]
In un Jailbreak non proprio pienissimo ci pensano i The Real Swinger ad aprire il festival ed è subito gran divertimento. La band è da dieci anni nella scena punk romana e sono a supporto dell’ultimo CD “Rubber Ball” uscito nel 2006 per la Valium Records. Suonano il punk rock come ho sempre voluto che sia suonato, ingenue melodie, cori pieni di “ooohh” e “uhhh”, gambe divaricate, chitarre alle ginocchia e una canzone più bella dell’altra. Ci sentirete i Queers, gli Screeching Weasel e sopratutto i Dickies di cui propongono una cover della stupenda “Moe & Jack”, canzone che farebbe innamorare chiunque di questo genere. Peccato solo 25 minuti, una delle esibizioni migliori dell’intero festival. (7,5). Tra il cambio di palco mi aggiro incuriosito tra i vari banchetti di vinili, CD, magliette, spille, butto via un po’ di soldi in gadget (però ho preso i primi due EP dei Minor Threat in vinile), poi mi preparo all’esibizione dei Montecristo. Il gruppo è sulla bocca di tutti per il nuovo disco uscito sotto la produzione di Tony James (Generation X, Sigue Sigue Sputnik) e per i tour di spalla a Eagles Of Death Metal e The Raveonettes. Ma a me la loro esibizione, così come la loro musica, non è piaciuta granchè. Un punk molto crudo, influenzato da Stooges e Johnny Thunders, sicuramente energico e sudato ma le canzoni non mi hanno fatto gridare al miracolo, anzi. Più sbadigli che altro. E poi il cantante davvero troppo “rockstar”. (6,0). A questo punto ci sarebbero dovuti essere i Chariot ma la scaletta è stata invertita e al loro posto ecco Paul Collins. Un personaggio magnifico, che debuttò con i The Nerves – formazione che confezionò la splendida “Hanging On The Telephone” portata poi al successo dai Blondie -, e che poi realizzò con la sua band degli splendidi album power pop a cavallo tra 70 e 80. Da qualche anno Paul Collins ripropone il vecchio repertorio, ma non solo, visto che il suo ultimo album è targato 2006. L’inizio è proprio dedicato a “R’n’R Shoes” che apre il nuovo “Flying High”. Il pubblico va in delirio, ci sono un sacco di fan che conoscono tutte le canzoni (e quelli che non le conoscono le impareranno dopo il secondo ritornello) e l’atmosfera è quella di una festa. Per avere un’idea del suono di Collins pensate ai Cheap Trick più ispirati (quelli di “Surrender” e “Dream Police” per intenderci). E’ un susseguirsi di gioiellini power pop, da “R’n’R Girl” a “Working Too Hard”, dal capolavoro di “Walking Out On Love” alla già citata “Hanging On The Telephone”. La band si diverte, cantano come ragazzini, e Paul si commuove quando vede una ragazza con la maglietta dei The Nerves: “it’s the first Nerves t-shirt I’ve ever seen in my life”. Probabilmente il miglior show del festival. (8,0). Chariot: non pervenuti causa ora tardissima… è giovedì. Non si può far suonare l’ultimo gruppo alle due del mattino. Chiedo scusa agli interessati.

[Interludio, Venerdì 27]
Oh, è venerdi e posso permettermi di far tardi e di non avere problemi con l’orario così da gustarmi il concerto in santa pace. Ritorno al Jailbreak con la voglia di ascoltare gli Zeros, i Ramones messicani (ma californiani di provenienza). Le facce sono quelle di ieri con qualcuno in più. C’è Umberto dei Bonnie Parkers, c’è “Er Cuffia”, vestito vergognosamente uguale tutte e tre le sere, la bella Simona delle Felt Ups (o Cokerocket?, ndr), Robertò e i tipi di Goodfellas con i loro 7″ di sconosciuti gruppi punk rock e via discorrendo. Aprono gli Steelfingers già visti qualche tempo fa di spalla ai Peter Pan Speedrock, suono grezzo e veloce. Il concerto è stato davvero apprezzato, ricordo infatti che l’ultima volta mi erano piaciuti parecchio e qui si riconfermano ottima realtà romana, anche perchè (credo) siano abbastanza giovani. (6,5). Trovo il vinile del singolo dei Joy Division, “Love Will Tears Us Apart”, non resisto, tiro fuori altri 10€ per due sole canzoni ma la copertina le merita tutte. Una tipa cerca di vendermi per forza una compilation di magnifici gruppi comaschi, resisto indomito e mi divincolo dalla sua stretta. Seguono i Temporal Sluts da Como, storica band attiva da una decina d’anni. Grandissimo concerto il loro. Il frontman è davvero uno con le palle, punk 77 sparato e grintosissimo, ottime canzoni anche da cantare e attitudine selvaggia. Il pubblico apprezza e loda. I dominatori della serata in assoluto! (7,5). Ora tocca agli Zeros, anche oggi c’è stato un cambio di scaletta, visto che dovevano suonare per ultimi. I musicisti di Chula Vista sono un gruppo culto. Senza nessun album ufficiale, tranne quello del 1999 “Right Now”, mentre tutto il resto è racchiuso in una raccolta “Don’t Push Me Around” che ingloba tutto quello pubblicato prima dello scioglimento dell’81. Sarebbero dovuti essere l’attrazione della serata ma a me sono sembrati fiacchi, prevedibili e con una voglia di andarsene a casa e basta. Sinceramente una bella delusione. (6,0). Purtroppo la birra ha avuto un effetto devastante sul mio cervello e sono crollato prima di vedere l’ultimo gruppo, i bostoniani Just Head. Stavolta non ho scusanti. Prometto che domani rimango fino alla fine.

[Gran Finale, Sabato 28]
Ultima serata, oramai ci conosciamo tutti, ho fatto amicizia persino con la sensualissima parcheggiatrice abusiva e tra noi fan ci diamo pacche sulle spalle, “Er Cuffia” è sempre vestito uguale, però Robertò stasera ha disertato, e tutti noi sentiamo la sua mancanza. Oggi tocca a Cheetah Chrome, speriamo bene. L’inizio è affidato ai Sunglasses After Dark ma mi danno subito ai nervi. Attitudine spocchiosa, parolacce e amenità varie. Musicalmente però sono decenti e alla fine questo conta, energico garage punk, nel finale si fanno notare per una cover di non mi ricordo chi, comunque un pezzo pop molto famoso, una di quelle canzoni “che Dio santo ma come si intitola?”, gagliardo, quasi Oi, con la parola “Tokyo” nel titolo. (6,5). A seguire gli eccellenti The Idol Lips, dalla provincia di Frosinone, che hanno suonato in maniera TOTALE. Un concerto furioso di un power pop eseguito però alla velocità della luce. Look sbarazzino con shirt colorate, cravatte sceme, All Stars a go-gò e cori che ricordano i migliori Undertones. Pubblico esaltato e impazzito, cantante completamente fuori di testa e pose da burla dei chitarristi. Oh yes! (7+). Penultimo gruppo gli strepitosi Gods Of Gamble da Cagliari. Innanzitutto voglio fare i complimenti alla band per l’umiltà e la semplicità di stare sul palco. Sinceramente commossi di essere stati invitati alla manifestazione (e non sono gli ultimi arrivati visto che suonano da circa otto anni) non smettono di ringraziare pubblico e Pierpaolo della Rave Up, promotore del Road To Ruins. Detto ciò hanno anche offerto un concerto miracoloso. Punk nella migliore tradizone 77 con miscugli di Detroit fine 60. Magnifici per attitudine, canzoni, rabbia, tecnica. Commoventi. Alla fine anche il pubblico se ne rende conto e tributa il giusto riconoscimento con un lunghissimo applauso. Peccato che non avessero il CD… glielo avrei comprato volentieri. La spilla però è stata catturata!. (7,5). La star della serata è Cheetah Chrome, chitarrista dei leggendari Dead Boys (assieme al compianto Stiv Bators) e girovago in molte altre band come ad esempio i Dictators. Dal 2005 ha rimesso su la band con cui porta in giro il repertorio dei Dead Boys. Ora, sarà che erano le 2 e 30 del mattino, sarà che Cheetah ha una certa età (anche se Paul Collins, molto più vecchio, ha dato una lezione di come si suona un certo genere di musica) ma il concerto è stato fiacchissimo e moscio. Anche svogliato mi è parso. Oddio, il pubblico è sembrato bello contento ma francamente non ha impressionato per niente. Probabilmente sarò tra le poche persone a pensarla così ma pazienza, sono dell’avviso che un concerto punk deve colpire allo stomaco, non deve farmi sbadigliare. Tirando le somme, questo festival è stato lo stesso importante, nonostante Zeros e Mr. Chrome non mi siano piaciuti. Importante perchè ho potuto conoscere e apprezzare nuove band italiane che, faccio ammenda, non avevo mai sentito come Gods Of Gamble, The Real Swinger, The Idol Lips e Temporal Sluts. Grazie a Pierpaolo per averlo organizzato, a tutti quelli che hanno attrezzato stand e banchetti e al Jailbreak per la pazienza nei miei confronti. Alla prossima edizione.

Dante Natale

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