Rise Against @ Alcatraz [Milano, 30/Settembre/2015]

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In una tiepida serata di fine settembre, l’Alcatraz, locale fra i più attivi del mondo musicale milanese, ha accolto i Raised Fist e i Rise Against per una serata tutta a tema hardcore-punk. Ad aprire, ovviamente, sono gli svedesi, protagonisti di una buona performance prima  di una selezione musicale di circa mezz’ora in linea con il mood della serata. I Rise Against sono da anni ai vertici della scena melodic hardcore-punk mondiale e gli applausi vibranti e i cori d’incitamento che hanno accompagnato il loro ingresso sullo stage hanno confermato il fatto che l’hype fosse piuttosto alto. È stata l’opener dell’ultimo disco, ‘The Great Die-Off’, ad aprire le danze. Nelle prime file il clima era già rovente e il pogo è iniziato in contemporanea col concerto. Durante le successive ‘The Good Left Undone’ e ‘Satellite’ l’Alcatraz si è trasformato in un ampio circlepit, provvidenziale per chi aveva già necessità di rifiatare o di recuperare dopo aver subito colpi troppo violenti, ma sono emerse le prime difficoltà di un Tom McIlrath tutt’altro che impeccabile alla voce. L’impressione che facesse fatica era comune, al punto che qualcuno iniziava a preoccuparsi in prospettiva ‘Hero Of War’. Ci ha messo un po’ per ingranare, ma alla fine lo ha fatto. La prestazione di Tom è cresciuta a partire dalla quarta traccia in scaletta, ‘Give It All’, nonché vecchio classico della band di Chicago. Sempre più partecipe un audience che, pochi istanti dopo, s’è unito cantando all’unisono prima ‘The Dirt Whispered’, quindi l’ottima ‘Re-Education (Through Labor)’. La violenza del pogo è conseguentemente cresciuta d’intensità e sulle prime note di ‘Survive’ sono arrivate anche cariche da toro di chi cercava di farsi spazio per poter godersi uno dei pezzi più celebri della band nella zona calda, al punto che Tom ha dovuto assicurarsi, prima di ripartire, che nessuno si fosse fatto male. D’altronde, quando qualcuno ha avuto bisogno di recuperare da distorsioni, pestoni o botte al costato, la gente intorno ha sempre formato cerchi di protezione e il concerto è andato avanti così, senza problemi per nessuno. La stanchezza, quella sì, ha iniziato a farsi sentire: era ciò a cui si riferiva il nostro vicino che, guardandoci, ha avuto solo il tempo di dire “sono morto”, prima che l’intro di ‘Collapse (Post-Amerika)’ lo trascinasse via. Poche le variazioni a pezzi presentati esattamente come sono stati registrati su disco, fino ad allora. Ma nella suddetta la band ha espresso il meglio di sé, tenendo il pubblico in maniera perfetta e aggiungendo qualche assolo che ha strappato sinceri applausi. Il climax era al suo vertice anche grazie ‘Make It Stop’ e ‘Prayer Of The Refugee’, fra le urla a squarciagola provenienti anche dalle retrovie e gli scream d’alto livello di Tom. Belli, ma forse esagerati, perché già con le successive ‘Help Is On The Way’ e ‘Black Masks & Gasoline’ si sono ripresentati gli stessi problemi di inizio concerto: un cantato oltremodo graffiato e incerto che ha spesso spinto Tom a porgere furbescamente il microfono al pubblico. Nulla di eccessivamente grave, comunque, per i presenti. Ancora cenni al suo infortunio e alla sua visita turistica della città di Milano e poi, superata l’ora di concerto, un altro dei cavalli di battaglia: in ‘Ready To Fall’ Tom ha sparato le sue ultime cartucce, interpretando in maniera impeccabile un pezzo difficile, mentre la band continuava a martellare senza sbagliare nulla. Con l’augurio di una serena notte e il consueto finto congedo, il pubblico s’è diviso fra chi desiderava ascoltare ‘Hero Of War’ e chi ‘Savior’. In reprise sono arrivate entrambe: la prima ha aperto, mentre si levavano al cielo molti cellulari e qualche accendino, seguita da ‘Swing Life Away’, con Tom che ha imbracciato la chitarra acustica e ha regalato momenti dal forte impatto emozionale. ‘Dancing For Rain’ ha anticipato l’attesissima ‘Savior’, durante la quale, in ogni angolo dell’Alcatraz, fiumi di gente si muovevano spinti dalla corrente del moshpit. Novanta minuti abbondanti prima dei saluti: un pizzico d’amaro in bocca per le sporadiche difficoltà del frontman accomuna molti dei presenti, ma è stata comunque una bella serata hardcore.

Piergiuseppe Lippolis