Ride @ Paradiso [Amsterdam, 26/Maggio/2015]

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Un miracoloso incastro d’amore e passione, di numeri e ricorrenze, di emozioni e coincidenze. Questa è la vita e l’esperienza da raccontare. Alla vigilia del quarantaquattresimo genetliaco, d’incanto il tempo ha preso a correre forte all’indietro. Torno ad avere diciannove anni. Quando la cresta dell’onda di Warren Bolster arrivava solo per curiosità in mezzo a quella discreta catasta di vinili che di lì a poco avrebbe capitolato e fatto spazio ai cugini snob, ai CD.  Ho sempre adorato il compact. Ho sempre venerato i RIDE (che d’ora in poi scriverò a lettere maiuscole come si addice alle divinità). E il regalo più bello ha proprio il volto biblico della shoegaze band per eccellenza. La reunion si manifesta sul palco del Paradiso con tutta l’integra purezza, la devastante violenza d’un apocalittico e al contempo salvifico cataclisma naturale. È il concerto dell’anno. Show of the year signore e signori. Il concerto di una vita intera. Sbalorditivo. Totale.

Incontro Jeanine al Nacional. Un elegante bar/ristorante a pochi passi dal club di Amsterdam. Davanti ad un cappuccino schiumoso la head of marketing del Paradiso è piacevolmente disponibile a parlare (anche) del segreto del successo di uno dei locali più celebri, importanti e confortevoli del Vecchio Continente. Segreto costruito sul lavoro svolto con estrema dedizione da un team per la maggior parte molto giovane, pieno di idee e impeto, a rendere fondamentale un aspetto cardine: la varietà della programmazione. Qui sono passati e passeranno anche i “nostri” Ligabue, Capossela, Nannini, Biondi… testimonianza di come il club si rivolga a ogni tipo di pubblico, istruendolo alla conoscenza di quante più realtà musicali possibili. Una macchina perfetta. L’aggiorno sulla derelitta situazione italiana, mi spiega che la “fondazione” Paradiso versa allo stato di tasse solo il 3%, mi racconta la storia di questo edificio (una ex-chiesa) che venne occupato alla fine degli anni ’60 dagli hippies con l’intenzione di convertirlo in un club e farne il simbolo della controcultura. Dopo aver allegramente virato su argomenti più leggeri (gusti musicali, turismo, Ajax, Mino Raiola…) ed essermi fatto consigliare un gustoso ristorantino con cucina del Suriname, mi congedo pronto per assaporare odori di spezie e colonie d’altri tempi.

Dicevamo della macchina perfetta. Il gruppo destinato all’apertura – i parigini Man Is Not A Bird, giunti al debutto qualche mese fa con ‘Survived The Great Flood’ e autori di una debitoria miscela post-rock-gaze semi-strumentale fin troppo didascalica – inizia a suonare alle 19.30 con la sala quasi piena. La guest list all’entrata è tenuta da un simpatico uomo security. Alla richiesta tira fuori un tablet, digita due lettere, sorride e invita ad entrare. Non c’è bisogno di timbri anagrafici, braccialetti della speranza, catene, marchi, palle al piede. L’acustica è eccellente. La birra è birra, l’età media convenuta mediamente alta (ma ti sei guardato allo specchio? Con quella barba ormai volta al bianco!), il pubblico composto e attento e a nessuna delle persone presenti viene in mente anche solo lontanamente di tirar fuori una sigaretta. Una serie di piccoli ma imprescindibili dettagli perfettamente all’opposto di quanto accade (spesso, quasi sempre) nel nostro paese, nella nostra città. Dove la cultura (ab)usata a difesa di qualcosa che crediamo “alto”, le regole e il senso civico vengono quotidianamente vinte dall’ignoranza, dall’incompetenza, dalla superbia. Gli orari sono orari. Alle 20.10 i francesi escono di scena. Alle 20.45, introdotti da ‘Fyt’ dei This Mortal Coil usata come suggestiva immissione, i RIDE compaiono sul palco accompagnati da un boato. La luce divina illumina lo splendido fondale mentre in un attimo ‘Leave Them All Behind’ mostra quale e quanto sia stato il seme gettato dal quartetto. L’influenza è chiara, definitiva e per molti probabilmente rivelatrice. Ma ciò che colpisce in maniera deleteria per l’apparato cardiaco è l’assoluta purezza di un suono che rimane eletto a distanza di venticinque anni. I RIDE sembrano usciti da un’ibernazione letargica, da una conservazione geologica che li ha resi immortali al cambiar del tempo. Le armonie vocali, le doppie armonie vocali, la chitarra lacerante di Bell, l’angelica bellezza artistica di Gardener, la mirabile sezione ritmica di Colbert e Queralt, dipingono su tela un viaggio emozionale di rara efficacia. A pensarci bene i RIDE non hanno mai pubblicato “dischi” quanto più dei greatest hits. Un classico dietro l’altro, una fotografia mai sbiadita di un’epoca irrinunciabile che la storia descrive con alcune parole familiari: ‘Polar Bear’, ‘Seagull’, ‘Sennen’, ma come sovente ripeto è davvero inutile elencare nomi e titoli. Il pubblico è in delirio crescente, in eccitazione latente e tributa dopo ogni brano autentiche prolungate ovazioni. Inevitabili gli occhi lucidi, la sincera commozione, lo sguardo che cerca l’azzurro del suo volto. Dopo la sbarazzina leggerezza pop di ‘Twisterella’ siamo più o meno a metà ma le pause non sono in programma, qualche “grazie” sussurrato da Gardener e i cavalieri proseguono la loro corsa, vorrei dirvi di ‘Dreams Burn Down’ ma vi parlerò della grandezza di ‘Time of Her Time’ e di quanto ‘Going Blank Again’ fosse all’epoca la medicina da usare contro ogni mal d’amore. ‘Paralysed’ griffata magistralmente da Andy Bell (musicista enorme) apre al trittico finale che tocca immediatamente la psiche. Mentre scrivo in questa mattinata soleggiata ‘Taste’ produce ancora un sussulto nell’anima, ‘Vapour Trail’ non merita ulteriori sottolineature mentre ‘Drive Blind’ è pura apocalisse sonora. Una coda noise monumentale, stordente, lasciata fluire prima dei saluti. Ma è il solito inganno. I RIDE scrivono ai posteri un’ultima lettera d’affetto. Le prime due righe recitano così: ‘Nowhere’ e ‘Mouse Trap’, la firma invece si legge ‘Chelsea Girl’. Il brano che di fatto apriva quel tempo storico è autentica furia psichedelica. Parola oggi sputtanata e sfregiata ma che nelle mani dei RIDE assume il valore reale, autorevole, ufficiale. Da tramandare a figli e nipoti. Un miracoloso incastro d’amore e passione. Un gioco. Un sogno. Come avere ancora 19 anni. E piangere.

Emanuele Tamagnini

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