Retribution Gospel Choir + Rosvita + El Páramo @ Sala Caracol [Madrid, 14/Maggio/2009]

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A qualche mese di distanza, Alan Sparhawk torna a bussare alla mia porta. Lo fa con garbo e savoir-faire, come d’abitudine. Ma, allo stesso tempo, con ferma convinzione, certo di fare ancora una volta proseliti in questa nuova tappa della sua “Vuelta de España”. E io, approfittando anche della sicura presenza di due gruppi spagnoli potenzialmente interessanti (e del prezzo del biglietto, abbastanza popolare), non mi lascio sfuggire l’occasione. Oltretutto, ci saranno mura amiche ad accogliermi: la Sala Caracol, già ospite dell’esibizione degli Eagles Of Death Metal, si conferma tra le più interessanti della città in quanto a programmazione. Insomma, le premesse di una serata piacevole e istruttiva ci sono tutte.

Il primo dei “teloneros” (gruppi-spalla) a presentarsi è El Páramo. La sala è ancora semivuota e i pochi astanti iniziano timidamente ad avvicinarsi, senza arrivare mai direttamente sotto il palco per tutta la serata. Il gruppo madrileno, con consueta formazione a quattro (e niente microfoni), attacca fieramente con uno dei brani che campeggia sul loro myspace, ’Jupiter’. Nel corso dell’esibizione, si vanno tracciando i connotati della loro musica: su una base stoner metal, i nostri inseriscono le più svariate influenze, tra cui non mancano accenni di progressive e math-rock. Questo fa sì che l’ordito risulti vario e particolareggiato: nello stesso pezzo si mescolano ritmi e influenze diversi, che rendono eterogenea la loro proposta. Il tutto senza mai intaccare il volume di suono, che credo rimanga il loro punto di forza. E sul quale credo dovrebbero concentrarsi di più, visto che l’idea di far durare i pezzi non meno di otto minuti alla lunga non paga: questa bulimia si trasforma in tedio per l’ascoltatore, tenuto conto anche del fatto che molte canzoni (o suite, quasi converrebbe dire) presentano un’evoluzione simile. Le idee non mancano: forse occorre solo condensarle e svilupparle meglio, evitando quindi troppi capogiri ritmici. Magari non originalissimi, ma d’impatto.

Dopo di loro, è il turno dei Rosvita, per i quali avevo accumulato una certa attesa. I Retribution Gospel Choir erano la buona scusa per poter ascoltare e scoprire questo gruppo, madrileno anch’esso, che, nella formazione e nell’approccio ricorda i nostri Zu. A segnare la differenza con la formazione romana è la presenza di un tastierista, con un bel Hammond convenientemente effettato, che, all’occorrenza, imbraccia anche la chitarra. I tre, già fuori dagli schemi sul myspace (dagli schemi a cui mi sono abituato qui, almeno), confermano la loro eccentricità anche dal vivo. I pezzi sono quasi tutti brevi ma ricchi d’idee, espresse, perlopiù, per accumulo. Da un’intuizione ritmica iniziale (spesso dettata dal batterista), il pezzo si dipana in successivi e sincopati interventi di tastiera e basso, il più delle volte indipendenti ritmicamente l’una dall’altro, che creano densità e volume, fino all’esplosione definitiva. Se questo avviene a scapito della chiarezza e definitezza, è anche vero che si guadagna in potenza e dinamismo, dando ai brani un’identità leggermente distinta, e ugualmente efficace, da quella delle loro versioni in studio. E così, secondo questa tendenza, si susseguono tutti i brani della loro scaletta: tra quelli riconosciuti, la coinvolgente ‘Próxima Parada QuijadaQuemada’, l’obliqua ‘Esas Palmas Me Han Dao La Vida’, la circense e chiassosa ‘Llévame A Caballito (D.F.)’ e il dub spettrale di ‘Hoy No He Visto La Luz’, di gran lunga la migliore. La band non è priva, poi, di quell’ironia e disinvoltura che li allontana dal rischio di sembrare seriosi: dall’agitazione epilettica del tastierista, ai gridi e versi distorti che lanciano dai microfoni fino all’allegro siparietto finale. Durante una coda noise, il batterista monta sul momento un trombone e scende dal palco, arrivando all’altra estremità della sala; da lì, osservando i compagni mentre continuano a spargere decibel, emette improbabili sbuffi dallo strumento, marciando contemporaneamente sul posto. Forse il gruppo più originale che ho ascoltato da quando sono qui. Da tenere d’occhio.

Finalmente, dopo un rapido cambio di strumentazione, alle 23.00 salgono sul palco i Retribution Gospel Choir. Side-project di Alan Sparhawk (che per l’occasione è accompagnato dal compagno di sempre Steve Garrington al basso e Eric Pollard alla batteria), con all’attivo un solo album finora, è, per certi versi, il rovescio della medaglia dei Low: la batteria è ora un elemento fondamentale tanto quanto gli altri nell’economia del gruppo (un applauso a Pollard, davvero bravissimo) e Sparhawk dà libero sfogo alla distorsione (della chitarra e anche la propria, come vedremo). La scaletta passa in rassegna i pezzi del disco, più una serie di altri brani ancora inediti. In alcuni si riconosce l’impronta del gruppo madre: un pezzo splendido come ‘Breaker’, ad esempio, potrebbe essere una cover elettrica presa da ‘Things We Lost In The Fire’. In altri l’indipendenza del progetto è più riconoscibile, come nella dolente ‘Take Your Time’, con coda insolitamente rumorosa. Durante l’esibizione, fa effetto vedere Alan Sparhawk dimenarsi come un venticinquenne: non che in altre occasioni rimanga immobile, ma mi sorprende vederlo così coinvolto, segno che il nuovo progetto è decisamente di suo gradimento. Ed è proprio lui a dare un’impronta molto personale alla band. In mano ad altri, queste si trasformerebbero forse in innocue canzonette: lui le fa indissolubilmente sue e dà loro quel surplus di carattere e personalità. L’esibizione prosegue passando per il rock sudista di ‘Easy Prey’, l’inquieta ‘They Knew You Well’ e l’energia di ‘For Her Blood’, fino ad arrivare all’apice del concerto: ‘Poor Man’s Daughter’. Qui si dissipano anche i residui dubbi che potessi avere sulla validità di questo progetto. In principio una ballata lacerante e appassionata, si contorce e avvolge poi in un gorgo di feedback ed elettricità, sostenuti dai movimenti febbrili e nervosi di Sparhawk, che mai ti aspetteresti così violentemente dedito alla causa. E difatti, le grida e gli applausi dimostrano l’approvazione e la fedeltà del pubblico, a dir la verità un po’ freddo. Il telone rosso corre poco dopo che l’ultimo accordo di ‘Take Your Time’ abbia esalato il suo ultimo respiro.

Esco dalla sala con una fame mostruosa, ma non di emozioni. In un’ora, delle tre democraticamente divise con due gruppi decisamente all’altezza, la band di Duluth ha dato tutto, in uno spettacolo semplice ma incisivo. E così, soddisfatto, m’incammino verso casa, in attesa che un pugno rudemente seducente batta un’altra volta alla mia porta.

Eugenio Zazzara

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