Refused @ Estragon [Bologna, 7/Ottobre/2012]

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I Refused non sono solo una band. Lo sappiamo noi fan, lo sanno loro, lo sanno tutti. Non è solo un concerto quello che vai a vedere. Che altro allora? L’intensità? La rabbia? Il mal di vivere? Il rifiuto (ovvio) di tante cose? La speranza? Bah, ognuno ci vede quello che vuole nel progetto Refused, ma è certo che non è solo musica. Sono le 20 quando arrivo all’Estragon, ci vogliono 30€ per il biglietto. Troppi forse, tanti di sicuro, inutile nasconderlo e infatti il sold out temuto da molti, me compreso, per fortuna non c’è, sia perchè erano già venuti pochi mesi fa in Italia sia probabilmente proprio per il prezzo alto da sborsare, anche se c’è comunque una discreta affluenza. Il banchetto del merchandise è poverissimo, ci sono solo magliette (brutte). D’altronde non fanno dischi dal 14 anni e chi come me voleva magari un 45 giri raro da portarsi a casa rimane con la schiuma in bocca. Mi piazzo vicino al mixer, sto largo, sto comodo, non si fuma, c’è un clima vegan-straight edge da far tremare una parrocchia, non c’è neanche il gruppo spalla e so già che i Refused suoneranno 70 minuti. Me l’han detto due ragazzi che hanno incontrato la band poco prima. Mi sta bene, adoro i concerti brevi, specie se fai punk rock e a questi livelli di tensione.

Alle 22 si spengono le luci, c’è un sipario nero con la scritta Refused che fa intravedere il palco. Inizia una lunga intro, un drone nero come la pece, che pian piano diventa di cristallo, di chitarre che fan paura e dopo 20 minuti di agonia si intravedono i cinque eroi, provenienti dalla Union Sweden. Si intravedono le ombre e per un attimo temo che il concerto si svolgerà così ma è solo un attimo, alla prima scarica di chitarre il sipario crolla come ad un concerto degli Iron Maiden svelando in tutta la loro bellezza i cinque svedesini. Avevo già visto due volte Dennys dal vivo con gli International Noise Conspiracy e sapevo che razza di animale da palco fosse ma stasera è stato superiore. L’inizio? Cavolo non me lo ricordo ma credo sia stata la title track dell’epocale ‘The Shape Of Punk To Come’ l’album punk/hc che annullò il punk/hc a fine anni ’90. La mia mente è persa, confusa, si chiede, “son veramente loro? Sto davvero guardando dal vivo i Refused?”. E poi guardo immobilizzato Dannys che salta da una parte all’altra del palco come farebbe solo Iggy Pop, magrissimo e veloce come un anguilla, non sta fermo mai e la sua mimica è formidabile. Seguono ‘Rather Be Dead’, un testo scritto “when we were young and angry”, parte la solita filippica sull’omologazione capitalista che condivido, che amo e tutti amiamo e per questo lo applaudiamo, lo fotografiamo con i nostri omologati e capitalistici iPhone e Samsung. ‘Refused Party Program’ è dedicata alle Pussy Riots, Dennys sferza il pugno chiuso in aria quasi come a chiamare i compagni alla carica violenta a testa bassa. L’impatto è mostruoso, il suono perfetto, la band schiaccia carrarmati pure. Potenti quanto volevamo, veloci quanto non avremmo mai osato chiedere e noiosi mai. ‘Punk Routine Vs Summer Holydays’ scalda i cuori, il pubblico accenna un mosh che però non decolla, siamo tutti oltre la trentina e il concerto ce lo godiamo quasi da fermi, quasi impazzendo silenziosamente con i nostri pensieri dietro i loro testi. Il testosterone cresce a livelli arrapanti durante ‘Refused Are Fucking Dead’, nihil song per eccellenza che assieme a ‘Faculties Of the Skull’ chiude come un’esplosione la parte prima del bis.

Tanto lo so che io, voi che leggete, gli altri che erano lì e la stessa band attendiamo unicamente l’esecuzione di ‘New Noise’. Noi di ascoltarla, loro di suonarla e voi di leggerla. Lo sappiamo tutti che sarà quello il brano con cui apriranno il bis. Pensavamo di essere preparati. No, non lo eravamo abbastanza. Il chitarrista accenna a un finto riff drone che per un po’ spiazza ma poi esplode e l’Estragon impazzisce. Dennys si avvicina al microfono, ghigna, ci guarda come a dire “adesso tocca a noi, a noi e a voi”, quindi urla. Urla tanto ma più di lui urliamo noi la prima frase di questa canzone che ci ha cambiato il modo di intendere il punk. L’Estragon sembra decuplicato, tutti schiacciano tutti e tutti cercano di urlare più di Dennys, che commosso e con le lacrime non riesce a credere che stiamo veramente cantanto tutto a memoria. Ci lascia fare durante “We dance on all the wrong songs… we enjoy all the wrong moves…” e poi prima dell’esplosione finale, quella che precede la più selvaggia sfuriata hc/punk della storia mentre ci punta il microfono come un guerrigliero dell’armata russa. Attenti, ci dice, ora c’è il finale del brano. Si preparano, il batterista spara i suoi tre colpi violenti sul rullante a distanza di due secondi ciascuno, poi parte la rullata e l’urlo. Urla di nuovo Dennys. Spaccano tutto. “The new beat” lo urla 10-15 volte, si accascia a terra, esanime. Finito? No, ci lasciano con ‘Tannhauser/Derivè’ eseguita come se fossero del selvaggi maori. Le camicie spremute di sudore sono l’emblema del concerto, i cinque si abbracciano, si inchinano, Dennys è orgoglioso da morire, alza il pugno, rimane sul palco da solo, continua a tenere il pugno alzato da fiero comunista, vorrebbe portarci a casa con sé, ci volta le spalle, va verso l’uscita ma il pugno lo tiene sempre in alto, è sull’uscio, si volta di nuovo, non resiste, rialza il pugno. Esce. Fine. Non era solo musica.

Dante Natale