Red Hot Chili Peppers @ Postepay Sound Rock in Roma [Roma, 20/Luglio/2017]

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Sarò sincera, non era uno dei concerti più attesi di quest’ anno per me. Non ho mai pensato negli ultimi dieci anni di riaffrontare centinaia di chilometri per tornare da loro e ne sono convinta tutt’ora. Ma come avrei potuto farmi sfuggire l’occasione di vederli stavolta, dopo ben undici anni, a pochi chilometri da casa, come avrei potuto chiudere la porta in faccia a Anthony Kiedis e compagni che ti vengono a citofonare sotto casa? Nostalgica si, ingrata no. Messi da parte dieci anni di “i Red hot senza John Frusciante sono morti”, fermamente convinta ora più che mai anche di questo, messa da parte anche la nostalgia sono andata.  In giro sui palchi di tutto il mondo da oltre trent’anni, di certo i Red Hot Chili Peppers non hanno bisogno di alcuna presentazione (per le più recondite curiosità consiglio vivamente l’autobiografia di Anthony Kiedis “Scar Tissue”). La tappa romana al Postepay Sound Rock in Roma con un sold out preannunciato mesi fa, raduna trentamila spettatori pronti ad assistere allo spettacolo del “Getaway World Tour” iniziato nel maggio 2016 con l’undicesimo album in studio della band losangelina. Arrivati sullo sterrato dell’ippodromo il colpo d’occhio è notevole: una distesa di fan variegatissima appartenente a varie generazioni, la scenografia maestosa con i cinque schermi circolari per permettere la visione del concerto anche alle ultime file (perché si, le ultime file erano a un passo da Frascati più che dal palco).

Sono circa le 21.45 quando l’inimitabile tocco di Flea sul basso inizia a diffondere le prime note, si uniscono Chad Smith e Josh Klinghoffer per la consueta jam strumentale che introduce tutti i loro concerti. Sulle note calzanti di ‘Can’t Stop’ si fionda sul palco agile, tonico e carismatico più che mai Anthony Kiedis, a seguire senza prender fiato con ‘Dani California’ e la sognante malinconica ‘The Zephyr Song’. Una scaletta dedicata forse più ai fan di vecchia annata che ai nuovi cadetti. Ovviamente c’è spazio anche per i brani più recenti come ‘Dark Necessities’ e ‘Go robot’ ma a conti fatti si tratta di un concerto di “best of” nel quale alcuni brani fondamentali sono mancati, sebbene con un repertorio di trent’anni condensati in un’ora e mezza di concerto sia anche comprensibile. Tra le grandi emozioni della serata, le più forti sono esplose durante l’esecuzione dei brani più datati e mi riferisco a quel capolavoro d’album che è ‘Blood Sugar Sex Magik’. Strano, ma forse neanche troppo, non avvertire alcuna reazione da parte di molti del pubblico su brani come ‘Syr psycho sexy’ e ‘They’re red hot’, delle bombe a mano ultra funk diversissime tra loro nelle quali l’assenza di Frusciante è davvero forte, incolmabile soprattutto nei cori e nei falsetti (chitarra a parte, di un altro pianeta probabilmente). Diversa la risposta del pubblico sulle più celebri ‘Under the Bridge’, ‘Higher Ground’, scatenati sui fraseggi rappati di ‘By the Way’. Nonostante Josh Klinghoffer sia un formidabile polistrumentista e abbia contribuito a creare nei primi anni duemila degli album sublimi con il divino John Frusciante, nel contesto Chili Peppers resta un’ottima controfigura, un ottimo esecutore senz’altro, ma sempre a un passo dal terzetto storico. Sostituire John Frusciante è impossibile. Gli anni sono passati ma la grinta è la stessa, sebbene più marcata sui brani antichi e più fiacca su quelli nuovi (che già di per se sono più pop e smielati proprio come loro ormai da qualche anno). I Red Hot Chili Peppers sono il gruppo che ha segnato la mia vita e credo tutta la mia generazione e mi emoziono a scriverne tutt’ora. Sono un pilastro, una certezza, sono quelli che perdonerai sempre e da cui, alla fine, tornerai sempre. E con parole di Anthony: “Until we meet again, take care”.

Melania Bisegna

Foto Claudia Olivieri

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