Recoil + Sunroof @ Circolo degli Artisti [Roma, 10/Aprile/2010]

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“I don’t want to be sentimental about technology. I think it’s a lot easier to make quite good music now than it was when I started out. But it’s still as difficult to make great music as it ever was”. Nel 1998 Daniel Miller parlava così durante i festeggiamenti per i 20 anni della Mute Records. Un decennio dopo le cose non sono cambiate. Tutto questa sera ruota attorno alla storia di questa fondamentale label inglese. A partire dall’eccezionalità dell’apertura. Dopo Berlino (19 marzo) ecco infatti riproposto il progetto ex-tempore Sunroof. Daniel Miller e Gareth Jones. Il primo ormai sessantenne, appesantito, con un fisico a metà strada tra un impiegato ministeriale e il Poldo di popeyana memoria; il secondo alto, pelato, slanciato seppur anch’esso con molte primavere alle spalle. Alla destra del palco. Davanti ad aggeggi sintetici e apple. Cosa aspettarsi da chi (Jones) ha ridefinito, manipolato, curato e dunque prodotto Einstürzende Neubauten, Wire, John Foxx, Nick Cave? Cosa da chi (Miller) viene semplicemente chiamato “Godfather of Technopop”, grazie al suo passato pionieristico alla guida di progetti come The Normal (non avrete mica dimenticato ‘Warm Leatherette’?), Silicon Teens, financo un curioso partenariato a nome Duet Emmo con Gilbert e Lewis dei Wire? Cosa da un progetto che viene rivampato dopo 27 anni da quel Berlino 1983 dove i due compari “lanciavano” ‘Construction Time Again’ dei Depeche Mode?

Un’orgia di fragore senza soluzione di continuità. Il riadattamento di quell’album (il terzo di Gahan e soci) che segnava proprio l’esordio di Alan Wilder (suoi i brani ‘Two Minute Warning’ e ‘The Landscape Is Changing’). L’ingegnere dietro al banco mixer era ovviamente Gareth Jones. Lo studio quello di proprietà di John Foxx. Il tutto torna di questa sera. Un filo invisibile a legare i quattro protagonisti e un suono ormai marchio di fabbrica. Alcuni passaggi “depeche” vengono riconosciuti dal folto pubblico che occupa le prime file del club. Mentre sullo sfondo si susseguono foto di cime, picchi, vette… montagne insomma. I due protagonisti sono immobili davanti allo sferragliare delle loro “macchine”. Elettronica e sperimentazione. Tra clangore e ambient techno. Ora più oscura ora più accattivante. Dopo un’ora esatta si prendono il giusto lungo applauso. Escono sorridendo ma defilati con descrizione. La storia torna dietro le quinte.

Poco dopo Alan Wilder (classe 1959) e Paul Kendall (classe 1954) fanno il loro ingresso. I Recoil non temono il peso dell’età. Anzi. “Selected Events” è il tour che accompagna l’uscita di ‘Selected’. “The collection is made up of my personal favourites, remastered and edited together into what I consider a cohesive and total listening experience”. Molto chiaro. Sono sistemati alla sinistra del palco. Supportati da immagini e filmati in continuo movimento. Nell’ora e mezza a loro dedicata si avvertono chiari i passaggi temporali dei brani. L’inizio è focalizzato sugli anni ’90. Il suono è chiaramente “datato” ma non per questo poco efficace. La parte centrale ci immerge in pieno trip-hop. I Recoil gemellati idealmente con i primi (seminali) Massive Attack. La cura e la dedizione di Wilder è da rimarcare. Non a caso lascia i Depeche Mode dopo ‘Songs Of Faith And Devotion’, ovverosia prima del “botto” planetario. Coerenza da premiare. Ora l’esibizione si fa pressante. La produzione più recente. Il passo si “accorcia”. Mi ritrovo a muovere la testa scoordinata col resto del corpo. Si ondeggia laggiù. Si urla. Si applaude. L’ultimo brano è pura techno-space. Scorrono veri titoli di coda. Alan Wilder guadagna il centro del palco. Saluta. Batte alcuni “cinque”. Grazie.

Emanuele Tamagnini