Rammstein @ Ippodromo delle Capannelle [Roma, 9/Luglio/2013]

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9 luglio 2006: avevo 15 anni, un legamento crociato immolato al metal nel pogo del Gods milanese e, nel giorno in cui l’Italia vinceva il suo quarto Mondiale, io già nutrivo una passione sviscerata per i Rammstein. Guardavo i loro DVD immaginando di essere davanti al loro palco a godermi gli spettacoli (musicali e non) di cui i sei teutonici sono artefici e cominciavo a studiare il tedesco da autodidatta, mosso dalla voglia di capire cosa dicesse Till Lindemann nei suoi testi.

9 luglio 2013: 7 anni dopo, tanti concerti più tardi, un B1 di tedesco ottenuto con profitto, finalmente riesco a coronare il desiderio di adolescente e vedere i Rammstein dal vivo, peraltro all’Ippodromo delle Capannelle, ad una manciata di chilometri dalla mia nuova casa. Facile immaginare la mia trepidazione nell’attesa di incrociare finalmente la mia strada con quella del sestetto tedesco, con sicurezza un gruppo da ascrivere nel pantheon del metal odierno. A differenza di tanti altri fan, in fila sin dalle prime ore del mattino, raggiungo l’Ippodromo intorno alle 19.30 o poco più, molto placidamente. Il tempo di acquistare una maglietta (nello specifico quella che ricalca il classico logo dei Ramones con i nomi dei membri) e si prende posizione davanti al palco, centralmente. Onestamente mi aspettavo più gente per la calata italica più a sud mai intrapresa dai Rammstein, ma non si può dire che il pubblico sia esiguo. Vuoi per la sovrabbondanza di concerti nel mese di luglio, vuoi perché comunque fosse una data infrasettimanale, vuoi per un minaccioso e puntuale Giove Pluvio che delizia Roma con un monsone pomeridiano fisso ormai da giorni, non c’è il pienone su cui avrei scommesso. Per quanto ci sia certamente più gente rispetto al concerto dei Killers. Alle 20.45 il DJ Joe Letz dà (letteralmente) inizio alle danze. Il batterista dei Combichrist, che ha preso anche a tanti altri progetti (Wednesday 13, Genitorturers), si dedica semplicemente a scaldare la folla nel modo meno prevedibile ma più banale possibile: remixando pezzi dei Rammstein. Dubstep, elettronica, EBM e big beat applicate ai brani del gruppo tedesco che di lì a poco avremmo ascoltato live. Sulla qualità dell’esperimento musicale non c’è granché da eccepire: i pezzi mantengono il loro impatto e non ne escono snaturati qualitativamente. Sulla scelta di piazzare Letz prima dei Rammstein avrei da ridire. Non che il pubblico non abbia gradito (per carità, qualche fischio c’è stato ma niente di irriguardoso), ma sicuramente un’altra band sarebbe stata più azzeccata (magari gli stessi Combichrist, che avevano aperto ai Rammstein nella data veronese del 2010). Del resto, un DJ che invita la gente ad urlare “Fuck the DJ, we want Rammstein” forse non ha grande stima di ciò che sta facendo. Oppure è semplicemente, consapevolmente autolesionista.

Un telo cala sul palco durante il cambio e, con cinque minuti di ritardo rispetto alla tabella di marcia, i sei tedeschi si presentano al pubblico capitolino. Prima il batterista Christoph Schneider, con l’incappucciato sodale di sezione ritmica Oliver Riedel e l’adorabile tastierista Flake. Poi i due chitarristi Richard Kruspe e Paul Landers. Infine, indossando un meraviglioso e kitschissimo gilet di pelliccia rosa, il frontman Till Lindemann. Si parte con ‘Ich tu dir weh’ ed è subito bolgia: si poga, si salta, si canta. Nel dubbio, i tedeschi sparano già i primi colpi pirotecnici, così, giusto per farci capire a cosa andiamo incontro. Si torna subito indietro nel tempo, al meraviglioso esordio ‘Herzeleid’ (AD 1995), con ‘Wollt ihr das Bett in Flammen sehen?’. È bellissimo come, oltre ai loro connazionali presenti, in tanti cantino in una lingua di cui probabilmente non hanno nemmeno padronanza. ‘Keine Lust’, ‘Sehnsucht’ e ‘Asche zu Asche’ sono autentici pugni in faccia, un’istigazione continua all’headbanging, con fiammate ed esplosioni a ritmo di rullante. ‘Feuer frei!’, come si evince dal titolo, è un tripudio di fuoco, e non solo per i riff perdifiato di Kruspe e Landers. Till, al solito, è di pochissime parole, ma riesce a catalizzare l’attenzione di tutti persino stando fermo, braccia indietro, sguardo perso nel vuoto. Flake, poi, è l’autentico mattatore degli show dei Rammstein: per la prima parte del concerto indossa una sorta di muta sbrilluccicante e suona, a più riprese, su un autentico tapis-roulant. Per non parlare di quando, su ‘Mein Teil’, si abbandona a sevizie di un Till Lindemann vestito da cuoco/macellaio ricoperto di sangue (come alcuni geni tra il pubblico, peraltro), suonando la sua tastiera in una pentola più volte illuminata a giorno dal lanciafiamme del frontman. Spettacolo puro. Con l’epica e meravigliosa ‘Ohne dich’ si rifiata per un attimo, prima di riprendere spediti con ‘Wiener Blut’ e, soprattutto, con ‘Du riechst so gut’, il cui ritornello è affidato alla voce dei presenti. Su ‘Benzin’ una pompa di benzina viene introdotta sul palco e Till, attingendo ad essa, dà fuoco ad uno stuntman. In marcia con ‘Links 2 3 4’ (pezzo che è una vera e propria risposta a chi li ha accusati inopportunamente per anni di essere nazisti), si giunge alla storica ‘Du hast’, con le fiamme a tempo di “ja” e “nein” ed esplosioni persino sopra le nostre teste. L’intro di ‘Rammstein’ è l’occasione giusta per far partire fiammate a ritmo di plettro dalle chitarre di Kruspe e Landers e per introdurre ‘Bück dich’, durante la quale Flake in versione schiavo sado-maso viene (figuratamente) penetrato da Till, il quale col finto fallo poi bagna tutta la folla. Si chiude con ‘Ich will’, con Till che invita i presenti a battere le mani in italiano. Una goduria. La band torna quindi per i bis. In primis una bellissima ‘Mein Herz brennt’ solo piano e voce, se possibile ancora più inquietante della versione normale. Poi ‘Sonne’, su cui il pubblico spreca le ultime cartucce rimaste in termini di voce e la band è circondata costantemente, nuovamente, inevitabilmente di fiamme. Infine, ‘Pussy’, inno non convenzionale con cui, mentre Till inonda di schiuma le prime file con un cannone a forma fallica, cala il sipario su uno dei concerti più entusiasmanti, spettacolari e potenti che abbia mai visto. La band si prende i meritati applausi inchinandosi al cospetto di chi li ha aspettati per anni e Till ringrazia, pronunciando parole d’amore per Roma. Ci rivedremo. Eccome se ci rivedremo.

Livio Ghilardi

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