Rainbow Arabia @ Circolo degli Artisti [Roma, 25/Maggio/2009]

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Laggiù nella torrida California lo sanno bene cosa significa “sperimentazione”. Non fosse altro per il cartello, per quel triangolo d’oro formato alla fine degli anni ’70 da esauriti terroristi sonori come Tuxedomoon, Residents e Chrome, senza dimenticare gli affascinanti MX-80 Sound nonchè il trance-tribalismo di Savage Republic e associati. Da quella stessa terra, da Los Angeles, arrivano i coniugi Tiffany e Danny Preston – quest’ultimo già nei dub skankers Future Pigeon ricordati per aver collaborato tra gli altri anche con Elliott Smith. Tanta curiosità allora per i Rainbow Arabia decodificati per convenienza in quella corrente che viene attualmente chiamata “experimental dance music”. Con lo sguardo rivolto alla terra “nera”, agli zouker caraibici e ai sentieri battuti dalla Sublime Frequencies, etichetta di Seattle specializzata in avamposti sonori, urbani e rurali, dislocati nel nord-est africano e nel sud-est asiatico. Come l’imminente secondo EP ‘Kabukimono’ che segue a ruota il discreto ‘Basta’ uscito ormai da qualche mese.

La serata aperitivo frizzante continua a richiamare gli hipster del lunedì che, dopo Glasvegas e Crystal Stilts, hanno evidentemente preso l’abitudine da conventicola. Ma folklore accaldato a parte, alla mezzanotte precisa la “famiglia” Preston è già sul palco. Casio e Korg da una parte, drum machine e chitarra/voce dell’altra. La partenza è buona, la sala si va riempendo di unità curiose e danzanti, mentre i Rainbow Arabia ammantano l’atmosfera di sapori congotronici. Almeno tre brani sono azzeccatissimi, singoli da dancefloor semi-nicchioso, profumi e richiami d’oriente a ritmo tribale. Nei 40 minuti di set, però, una certa serialità prende il sopravvento sulla performance. L’attenzione si abbassa notevolmente ma non per scarsa perizia tecnica, quanto probabilmente per un “archivio” musicale ancora troppo poco numeroso che non permette al duo di essere decisivo e travolgente. Originali comunque nel saper frullare orizzonti lontani e dissimili (solo apparentemente) tra loro. E già questo non è poco.

Emanuele Tamagnini

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