Radiohead @ Sziget [Budapest 12/Agosto/2006]

357

Brand new, you are retro (Forse)
Ingozzando Sashimi 100% Danubio, spalleggiati dal prode Maglius e dal sempre più feroce Naccio, ci facciamo largo tra il pubblico, composto da un allegro meltin’ pot di graziose (e assai irascibili) ragazze inglesi, rastasnob italioti, discotecari sloveni, metallari ubiqui, festanti autoctoni e indie fan aderenti alla UE. Ignorando insulti, ingiurie e sputi, conquistiamo una posizione dignitosa proprio quando i Radiohead, puntuali come l’ora del Tè, salgono sul palco, affidando l’apertura dello show ad una Airbag accolta da un boato dalla massa festivaliera. Nonostante l’entusiasmo del pubblico, il pezzo tratto da “OK Computer”, così come i successivi quattro/cinque brani presentati, non riesce a scuotere il sottoscritto. Vuoi a causa dei problemi tecnici riscontrati in questa fase, sarà che i cinque freaks del rock’n’roll si devono ancora scaldare, ma si assiste ad un’esecuzione “formato compitino” di certo non memorabile. A stamparsi – negativamente – nella memoria, le versioni, da algida antologia live, di “Exit Music” e della celeberrima “Karma Police”, entrambe, in veste “minimalista” (voce e chitarra acustica) interpretate dal solo Yorke. Che qualcosa non vada per il verso giusto, se ne devono accorgere anche la scimmietta Greenwood jr. e grotteschi sodali,che, fatto quadrato intorno al leader, si esibiscono in una potente “I Might Be Wrong” capace di riscattare, almeno in parte, la sciatta performance cui abbiamo finora assistito. Da qui in poi non sarà un continuo alternarsi di momenti emozionanti (“How To Disappear”, “Just”, “Pyramid Song”, “Lucky”, “Nude” e “No Surprises”), clamorosi errori “a porta vuota” (“Idioteque”, dove la voce si fa irritante, anziché meravigliosamente spastica come ascoltato altrove, “Paranoid Android”, che suscita più di uno sbadiglio malgrado il contorcersi sugli strumenti del combo) e riusciti “fuori programma” (“Bones”, originariamente non inserita in scaletta). Chiude la prima parte dello serata un’intensa “Street Spirit”, puro distillato di quel male di vivere tipicamente british, capace di straziare il cuore anche al più cinico dei presenti. Reclamati a gran voce, i nostri, finalmente compattati i ranghi, tornano con devastanti rese di “U And Whose Army” e “2+2=5”, seguite dalla delicata e scintillante “Fake Plastic Trees”. Magnifico trionfo di feedback nel finale, affidato al malato ottimismo di “Everything In The Right Place”.

Fosse, la band inglese, un gruppo “normale”, sarebbe stato una godibile, godibilissima performance. Lasciamo invece il main stage dello Sziget con l’amaro in bocca: il quintetto di Oxford si è limitato a presentare i propri brani più celebri, a volte in modo esaltante, a volte no, destreggiandosi egregiamente tra furiosi assalti all’arma bianca, sbilenco pop da cameretta ed elettronica minimalista, ma senza traccia di quella “meravigliosa intuizione” che gli ha permesso di dettare le regole dell’indie rock per oltre un lustro.
Ci hanno senz’altro viziato i Radiohead, ma stasera ci aspettavamo frammenti di futuro contrabbandati in forma di note.
Così non è stato.

Carlo Fontecedro

[Aguirre ringrazia la graziosa cugina e la sua gagliarda amica per l’ospitalità fornita nella loro Stalag-Tenda]

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here