Radiohead @ Arena Civica [Milano, 18/Giugno/2008]

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L’idea iniziale era quella di lasciare questa pagina bianca, lasciare che le persone potessero vederci dentro quello che volevano: la rabbia di non esserci stati o semplicemente le troppe parole potenzialmente sprecate per descrivere quello che sono i Radiohead. Non un disco uguale all’altro, e in versione live dei veri e propri alieni… mancava solo il disco volante, ve l’assicuro. Inutile poi elencarvi o raccontarvi che canzone hanno fatto… una piuttosto che un’altra. Un concerto dei Radiohead è un’esperienza, unica nel suo genere. Tre altissimi momenti però nella giornata del 18 ci sono stati; ‘How To Disappear Completely’, ‘Videotape’ e ‘Paranoid Android’ per citarne tre a caso. I miei occhi fissi su un Johnny Greenwood in stato di grazia che suona qualsiasi cosa gli capiti sotto mano, delle linee di basso mai sentite che ti scavano dentro e un complesso sistema di luci che ha reso il tutto ancora più emozionante. Tutta felicità insomma… invece no; due grandissime pecche. La prima un pubblico che si fa riconoscere ovunque; quello rovinato dal calcio (forse qualcuno si salva ancora, spero) che pensa di essere allo stadio o ad un concerto di Vasco. Avrei voluto sentire in più di qualche occasione la voce di Yorke piuttosto che il mio vicino che prova, senza riuscirci, a tirare fuori un improbabile falsetto. Ci sono i Negramaro per quello: accomodarsi prego. La seconda dei volumi al di sotto del normale, come già mi era capitato al concerto dei Sonic Youth a Spazio211, a Torino, lo scorso anno. Limitazione dei volumi voluta forse per non recare disturbo alle case vicine. C’è disparità nei trattamenti verso gli artisti (uno sopra citato) anche se si tratta dei Radiohead. Alla fine rimane una sensazione devastante, una felicità particolare, quasi come essersi svegliati da un lungo e bellissimo sogno, quasi a non crederci… I’m not here, this isn’t happening.

Andrea Sassano

L’attesa era grande. Tanto grande da organizzare una trasferta da più di sei ore di treno. Da mettersi in fila altrettante sei ore prima del concerto sotto un sole battente, ironico contrappunto della pioggia fittissima del giorno prima. Da mettersi a correre per essere tra le prime dieci, pressatissime, file. Se n’è valsa la pena? In generale sì, seppur con qualche pecca. Come problemi di missaggio, specialmente all’inizio e alcune (poche) esecuzioni non proprio irresistibili (ma forse la resa acustica ha le sue colpe). Ma entriamo nel merito.

Passate le sette, si smuovono finalmente i paludosi e puzzolenti vapori dell’Arena. Entra un inatteso gruppo d’apertura, tre ragazze e due ragazzi a nome Bat For Lashes (progetto dell’artista di Brighton Natasha Khan, ndr), come vengo a sapere poco dopo. Musicalmente, la loro proposta non manca d’originalità, grazie anche all’uso di strumenti non convenzionali come arpa e violino. Sprazzi di Tori Amos, Massive Attack e persino musica celtica nelle loro corde. La prerogativa della band sono melodie lente e liquide basate su armonie piuttosto semplici e reiterate, con inserti elettronici qua e là. Ai primi gorgheggi della cantante, qualcuno grida: “Bjork!”. E, in effetti, il timbro e lo stile, a tratti, sono quelli, ma la leader sa fare il suo mestiere e la performance è tutto sommato dignitosa, per quanto non proprio coinvolgente.

Ma è solo una parentesi. Perché siamo tutti qui per loro. Una scenografia davvero meravigliosa fa da cornice all’entrata della band di Oxford, accolta da uno straripante boato. L’inizio forse non è azzeccatissimo, visto che si parte con ’Reckoner’, dall’ultimo ‘In Rainbows’, pezzo, a mio parere, non dei più riusciti del disco. Tuttavia, ha il pregio di avere una coda che riscatta l’incipit un po’ sommesso. Nei primi quattro pezzi, l’acustica non è delle migliori, anzi: lo stesso Thom Yorke, con un gesto eloquente, fa notare il volume praticamente bassissimo. Col tempo, le cose migliorano un po’, grazie anche alla prestazione della band, che propone l’intero ultimo album. Alcuni dei pezzi, già di per sé memorabili, escono rafforzati dall’esecuzione live: ’Weird Fishes’, col suo magnifico crescendo, acquista un fascino indescrivibile dal vivo. In ’Faust Arp’ e ‘House Of Cards’, i Radiohead ci regalano delle perle intimiste, soprattutto col toccante duetto acustico Greenwood-Yorke della prima. Ma la canzone che appare trasformata nell’impatto dal vivo è ‘Videotape’: la versione live sembra finalmente uscire dalla gabbia e scagliare nell’aria scintille di pura poesia. In altri casi, come ‘All I Need’ e ‘Nude’, si ha l’impressione che non si raggiunga la pienezza e corposità delle versioni studio, per quanto la band le esegua davvero bene, con Yorke in stato di grazia, superbo in tutte le occasioni. Tra un brano e l’altro di ‘In Rainbows’, i nostri rispolverano le gemme del passato. ‘Everything In Its Right Place’ (peccato per la brevità) e ‘Idioteque’ diventano un tutt’uno, in un trip di suono e luce da brividi. Si sfiorano le lacrime, poi, con ’Airbag’, davvero una gradita sorpresa, suonata davvero al massimo (anche se è l’unico pezzo in cui mi sembra che Yorke, a tratti, stenti un pochino), con Greenwood quasi rabbioso a scandire gli accordi. Da ‘Amnesiac’ viene ripescata solamente ‘Dollars & Cents’, magmatica come su disco, mentre ‘2 + 2 = 5’ scatena un tentativo di pogo tra il pubblico, reso impossibile dalla calca, a volte anche irritante. Uno dei momenti più attesi, almeno da parte mia, era ‘The Tourist’. Forse l’aspettativa era troppo alta, forse chiedevo l’impossibile, ma non sono rimasto molto soddisfatto dall’esecuzione. L’impressione è stata sempre quella che il pezzo, soprattutto nel finale, non raggiungesse l’intensità e il pathos che la contraddistinguono, come se la band non riuscisse a saturare il suono. Tra brani nuovi (’15 Step’, con un gran lavoro di Colin Greenwood) e meno recenti (‘The National Anthem’, in cima alla scaletta per scaldare gli animi) si arriva all’apoteosi: al secondo rientro sul palco, Yorke e soci chiudono l’incantesimo con ’Paranoid Android’. Il brano più atteso viene eseguito alla perfezione, senza la minima sbavatura, col pubblico che scandisce il coro funebre prima dell’ultima esplosione finale. Il commiato sotto la pioggia arcobaleno della scenografia. Un’esperienza unica, anche se non priva di pecche, dovute forse più a problemi di resa sonora e ad alcuni atteggiamenti fastidiosi da parte del pubblico. Sul palco, la band ha regalato momenti davvero intensi ed esaltanti, confermando di essere degna di sedere affianco ai più grandi, passati, presenti e futuri.

Eugenio Zazzara

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