Radio Moscow @ Init [Roma, 12/Giugno/2014]

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I Radio Moscow vengono da Story City, Iowa e fin qui nulla da ridire in merito a purezza e originalità (nel senso di giusto paese di origine) del loro stoner. Non alla prima volta in Italia, quello a cui hanno dato vita, più che una semplice esibizione, è stata una vera e propria maratona per gli amanti del genere. Sorvolando sui due gruppi spalla che hanno più o meno animato il pre-serata ma che – non ce ne vogliano – nulla avevano della magnificenza di genere dei Radio Moscow, i tre ragazzotti si sono presentati sul palco a notte fonda come se per gli umani presenti in sala non ci fosse un domani lavorativo. Dopo aver accordato con cura quasi maniacale i propri strumenti, tanto da meritarsi dal pubblico un simpatico urlo di incoraggiamento del tipo “aho mica stamo all’auditorium”, Parker, Antony e Paul Marrone in perfetto abbigliamento alla Sheggy Rogers Scoopydiano, con tanto di gilet semi-peruviano tipico anni ’70, hanno chiuso il volto tra le tendine dei loro lunghi capelli e cominciato a dar vita a quello che più che un concerto è stato una vera e propria guerriglia stoner. Un’ora e oltre di rock duro e superbo, con acrobazie su chitarra elettrica che hanno preso spesso il sopravvento assoluto, riducendo i pezzi cantanti dalla voce falsamente rauca e sublimemente “vintage” di Parker, a forse meno della metà di quelli strumentali. Un sound che ricorda a tratti maestri del proto-doom come i Black Sabbath o i padri Deep Purple e che richiedeva un headbanging violento e deciso, se non fosse stato per quelle sfumature più docili e caute dal desert al blues che ne riducevano di gran lunga la potenziale carica esplosiva.  I Radio Moscow sono giovani, si avvalgono di una buona strumentazione tra cui gli amplificatori Orange, sono cool e nel complesso bene armonizzati ma forse hanno ancora tanto da dire e da imparare. Musicalmente corretti, la loro presenza scenica resta purtroppo troppo timida e chiusa in se stessa. Per più di 60 minuti di musica, sono stati infatti capaci di restare quasi fermi come soldatini, ognuno nella propria postazione. Nessun avvicinamento tra bassista e cantante, nessun tipo di dinamicità se non quella delle braccia sugli strumenti. Forse in parte attitudine giusta quasi a riprova del fatto che è la musica a dover parlare non certo degli stuntman travestiti da musicisti,  ma suonare live significa anche coinvolgimento e spettacolo e vivere un’esperienza insieme a chi  sul palco non è. Quindi per quanto musicalmente corretti e appaganti (hanno veramente suonato di tutto e di più e quasi ininterrottamente) se c’è qualcosa che proprio si può rimproverare ai tre ragazzotti d’oltreoceano è quella di essere un po’ troppo chiusi e poco “public-oriented”. Magari in futuro si potrebbe pensare ad un aggiustamento, inserendo perché no più pause e un pochino più di umanità.

Daniela Masella

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