Qui @ Spazio 211 [ Torino, 20/Settembre/2008]

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Quando le orecchie pre-adolescenti di uno sbarbato in overdose da ‘Nevermind’ si rivolgevano altrove e capivano che il chitarrismo rumoroso del giovane e grezzo Kurt Cobain era il confine con il “lato oscuro”, messo a dividere ciò che piace a tutti da quel che invece sarebbe restato sempre un segreto, una confessione per pochi. Dopo due annullamenti consecutivi “per colpa di un manager COGLIONE” (cfr. letterale dal maispeiss dello Spazio 211) i Qui sbarcano finalmente a Torino e si portano dietro un bel pezzetto di quella stagione da pionieri, di quel subbuglio che avrebbe messo alla luce il cosiddetto fenomeno grunge. Le prime due corde di Matt Cronk e le casse amplificate di un Christensen opportunamente incuffiato si spartiscono l’incombenza di sostituire un basso che non c’è, anche a costo di punire fisicamente i rispettivi strumenti – come effettivamente accadrà a Matt, una corda saltata dritta in fronte. L’ex Jesus Lizard David Yow è il valore aggiunto con quel ghigno soddisfatto di chi in tanti anni non ha mai cambiato il proprio modo di urlare, alla faccia delle quotazioni grunge che salgono o dell’indie-che-tira. Saltella, sbevazza, suda e coreografa ma quando non è il suo turno sa farsi da parte e godersi il siparietto a due di ‘Apartment’

dai tavolini, con l’occhio amorevole di un paparino che solo due anni fa ha deciso di adottare questo giovine duo di pestaduro e di far ripartire di lì la sua (e la loro) carriera. In bocca a Yow diventa più oltraggiosa persino ‘Willie The Pimp’ che a forza di attacchi sballati e false partenze sembra quasi voler far un torto apposito alla buonanima di Zappa e alle sue ben note manie di perfezionismo. Il set si chiude dopo un’ora e dieci minuti circa, quel che basta per farsi un’idea e non violentare oltre le proprie orecchie non più pre-adolescenti; rimane però l’amaro di non aver potuto ascoltare (forse per colpa di un auditorio così poco “caldo” per i gusti del frontman da non meritarsi il bis) la tanto agognata cover di ‘Echoes’ che avrebbe scaldato a dovere i nostri animi, orfani di fresco del povero Richard Wright.

Simone Dotto

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