Queens Of The Stone Age @ Ippodromo delle Capannelle [Roma, 3/Giugno/2014]

894

Sono passati sette anni da quel torrido incontro milanese. Sette anni da quell’estate calda che avrebbe ancora una volta (per tutte) incoronato Re Josh Homme come unico dittatore del nuovo millennio musicale. Dall’anno realmente Domini quale fu il 2007, tante, troppe cose sono passate sotto i ponti. Una line up stravolta per 3/5, un nuovo sfavillante album (il sesto) seguito del rivalutabilissimo (per molti) e già ampiamente rivalutato (per tutti gli altri) ‘Era Vulgaris’, famiglie allargate, una perdita drammatica (la povera Natasha Shneider), collaborazioni, side-project, nuove correlazioni (Sweethead, Eagles Of Death Metal, Mini Mansions, The Dead Weather, Them Crooked Vultures…), e poi il cuore di Josh Homme “stoppato” per qualche istante nel 2010, ristampe, Sound City, tour, il deserto, i vent’anni del Rancho De La Luna, i tribunali condivisi con le carte bollate e i Kyuss, la riconciliazione eccezionale con Nick Oliveri, tutto il mondo attorno. Ma a non passare, a non appassire, a non scemare è stato il successo della band che si è mantenuto realmente clamoroso. I QOTSA (pron.: quozza) sono dal 1996 a denominazione d’origine controllata. Una creatura ad una testa sola (quella di Ginger Elvis ovviamente) nata dalle SUE visioni e dalle SUE alterazioni quando il “circo aveva (già) lasciato la città”. Una lenta quanto inesorabile evoluzione, una modernizzazione di un suono che alla base si è evidentemente nutrito di Stooges, ZZ Top, heavy sabbathiano e soprattutto Blue Oyster Cult (una delle formazioni più sottostimate d’ogni era conosciuta all’uomo). Intelligenza e strategia. Arditezza e talento fuori dalla medietà. Tutto in uno. Sette anni dopo ritrovo Joshua Michael Homme III, fresco 41enne, ragazzone di Joshua Tree, padre modello, che già a 14 anni si divertiva a suonare punk metal con i compagni di scuola John Garcia e Brant Bjork cucendosi addosso un nome spigoloso e potente come Katzenjammer -, ritrovo uno dei “figli di Kyuss”, quei 17 tatuaggi, la stessa atmosfera, la stessa emozione. Benvenuti a Roma.

La serata è decisamente estiva, la transumanza verso l’Ippodromo delle Capannelle è giusta, non eccessiva. Il palco come sempre imponente, bellissimo. Quasi tutto il prato destinato è occupato, pochi minuti d’attesa, il tempo di un panino d’altri tempi, un acquisto numerato al banco dei ricordi griffati QOTSA, e (purtroppo) i We Are Scientists salgono sul palco. Il trio californiano, che pensavo fosse sparito dalla circolazione qualche anno fa, è ricoperto d’eccelsa mediocrità. Indie rock figlio illegittimo di un incontro casuale tra scapigliate sensazioni del nuovo millennio e radici incomprensibili da decifrare. Stonano, sbandano, senza brani, senza niente che possa essere tramandato al vicino di posto. Spaventevoli. Gli amici si susseguono, è un piacere ritrovarne di vecchi, scoprirne di nuovi. Marco Giallini e Valerio Mastandrea saranno tra i compagni di esperienza. Che inizia alle 22 in punto con un countdown sparato sullo sfondo dello stage [GUARDA VIDEO] che non fa altro che aumentare il battiato cardiaco. ‘You Think I Ain’t Worth a Dollar, but I Feel Like a Millionaire’ si presta a tutto questo. E’ il motore che si accende e prende immediatamente velocità. La scaletta nella prima parte è famelica. Josh Homme è il capo sbranatore. Indiscusso. Seppur i volumi sembrano siano settati in sottrazione (non certo per colpa della band), seppur all’inizio i suoni non si riescono a compensare bene con il nostro orecchio umano, la potenza eruttata dal favoloso quintetto è disarmante. Ed è una sensazione ricorrente in un live dei QOTSA. Con apparente disinvoltura, con estrema semplicità, con incredibile scioltezza i watt con i quali Homme e compagnucci bombardano l’audience è terrificante. Ma si ha l’impressione che potrebbero spingere ancora di più, sempre di più. Jon Theodore è il batterista. Se Joey Castillo era un orco, l’ex-Mars Volta è un mostro di tecnica e precisione. Gli altri tre sembrano quasi comprimari al cospetto di Ginger Elvis che ammalia con quella ormai classica postura laterale, saluta la città (per la prima volta ricorda, anche se il 4 luglio 1999 è bene non dimenticare mai i QOTSA a Palestrina/Nel Nome Del Rock), dedica qualche brano, invita alla festa, presenta i suoi pards. La parte centrale rifiata un poco, si accendono luci e lampioncini di scena, ma è solo un “attimo”, la macchina riprende la folle corsa, ‘Sick Sick Sick’ dà il via all’ultima detonazione. Mostruosi nel pieno delle forze. Il rombo è udibile nel cielo. La malignità fatta a canzone si chiama ‘‪Better Living Through Chemistry‬’, poi lo schianto con ‘Go With The Flow’. Breve pausa. Due brani ancora. ‘The vampyre of time and memory’ è pura follia. Le stelle fermano l’intensa intermittenza, anche loro assistono in silenzio, prima dell’annichilimento totale-finale: ‘A Song For The Dead’ [GUARDA VIDEO]. Quasi sette minuti di violenza e furore. L’anima vera della più grande band del pianeta. E non importa se nei 18 brani proposti non c’è stato spazio per quelli del clamoroso album omonimo, ciò che volevamo, che speravamo, che aspettavamo l’abbiamo ottenuto. Sono passati sette anni da quel torrido incontro milanese. Il tempo non è passato invano.

Emanuele Tamagnini

3 COMMENTS

  1. Splendido report per uno splendido concerto… che meraviglia svegliarsi e trovare questi ricordi freschi freschi! Il ricaccione con Palestrina e “Nel nome del rock”, poi, è da lacrime agli occhi! Grazie!!!

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here