Queens Of The Stone Age @ Alcatraz [Milano, 18/Giugno/2007]

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[My life in A1]
Fuori e dentro il tunnel. Sono in ritardo. La distrazione al volante fa più danni di un’epidemia. Della peste. Novanta minuti a motore spento sotto una galleria alle porte di Firenze è esperienza da sconsigliare anche al peggiore dei nemici. La tabella di marcia è oramai stravolta. La mente obnubilata. L’acqua scarseggia. Ma quando tutto ormai sembra perduto la carovana si muove. Un paio di macchine hanno preso a testate un furgone. Olio sull’asfalto. Misurazioni. Agenti in divisa. Il sole picchia forte lassù in alto. Nella comoda station wagon di ultima produzione siedono tre generazioni. Sono il mezzano. Dodici anni prima c’è Tommaso. Sette dopo Alessandro. Ma l’intento è lo stesso. La passione è la stessa. La voglia è uguale per tutti e pulsa nel cuore così forte che il rumore somiglia al countdown di una bomba innescata a tempo. Mancano solo tre ore all’appuntamento, fissato per le 14 in un lussuoso hotel meneghino, posizione centrale rilevata dal fido navigatore “Tom Tom”. Ci vuole un miracolo ma siamo qui per questo. Firenze-Milano senza soste (apparenti). L’esperienza mi dice che arrivare in ritardo ad un roundtable, organizzato tra l’altro da una prestigiosa major, al cui tavolo siedono dei protagonisti assoluti, dei musicisti di classe A, è cosa cattiva e ingiusta. E’ una corsa contro i numeri digitali che sembrano girare più velocemente del solito. Riesco ad intravedere il destino. Che sogghigna compiaciuto mentre sta ultimando l’ennesima perfida strategia. Riuscirò ad essere più forte. Questa volta si.

[Lodi, l’aria condizionata e i mattoni rossi]
Quando mancano trenta chilometri a Milano significa che se venite da Sud siete a Lodi. Non ho più tempo. Mi hanno telefonato. Stanno per iniziare senza di me. L’unico assente. “La band è già qui, non possiamo aspettare oltre”. Il destino ora se la ride tenendosi la pancia grassa con le mani grasse. Ma Alessandro è un guidatore modello. Alle 14.35 siamo dentro Milano. L’aria è appiccicosa. Irrespirabile. Tagliamo dritti sotto una coltre di smog. C’è traffico. Qualche bicicletta ricorda che dopo tutto questo è il nord. Dissonanti clacson a verde scattato. Facce scure. Nere. Gialle. Bianche. Molto bianche. A duecento metri dalla meta una nuova telefonata. “Abbiamo avuto problemi con l’aria condizionata, iniziamo ora… dove sei?”. Ci sono. Il destino improvvisamente è scomparso. Chissà dove. I mattoncini rossi del Westin Palace sono una delle cose più belle viste in città. Seminascosto rispetto alla piazza. Arretrato su di una piccola collinetta. Se fossi arrivato bendato avrei giocato qualche euro scommettendo sul luogo. Avrei perso indicando New York. Poco male. La porta gira su se stessa. Credo di aver menomato un turista giapponese incastrandolo e poi sputandolo all’esterno. Devo chiedere della “Sala Vivaldi”. Sembro Johnny Depp in “Minuti Contati” ma sfortunatamente alle calcagna non ho Christopher Walken. L’interno dell’albergo sembra quello del Titanic. Laggiù è la mia porta. Di spalle, alla testa del tavolo, ci sono Josh Homme e Troy Van Leeuwen. Sui fianchi tre + tre giornalisti. I due “Queens” si girano e mi guardano. Ma questa è un’altra storia…

[Il 9, il 50, la gialla o il 52?]
La cioccolata del Westin è davvero buona. Ma in quell’ora trascorsa all’interno della sala intitolata al compositore delle “Quattro Stagioni” di buono c’è stato un incontro fuori dalle righe. Inconsueto. Magico. Da raccontare. Da far fermentare e riprendere più avanti. Molto più avanti. Mancano quattro ore all’apertura delle porte dell’Alcatraz. La peregrinazione ha inizio ufficialmente quando ci viene consegnata la chiave del piccolo, defilato, albergo di periferia. Ci manda Pino. Ma non avremo sconti. Capire quali siano i mezzi di superficie più adatti alla nostro primo bersaglio (Piazza Duomo) è difficile quanto capire il giapponese in mezzo alla via centrale di Tokyo. C’è fatiscenza. Che a tratti fa rima con fantascienza. L’aria è sempre più pesante. Tre mal di testa al prezzo di uno. La pelle è uno strato di colla vinilica. Milano ha ancora alle finestre qualche bandiera rossonera. Che servirà da punto di riferimento per il ritorno notturno. Trentaquattro euro di aperitivo. Mentre dall’altra parte del vetro scorrono ragazze filiformi, molte, belle, alcune bellissime, silfidi da premio Oscar alla carriera. Il pomeriggio aspettando i QOTSA si consuma parlando di Phil Lynott. Non c’è più tempo per bighellonare. Tenuta d’ordinanza e destinazione Via Valtellina. Qualche centinaio di metri prima incontriamo altri crocchi di ragazzi che si stanno recando all’evento. Uno è brindisino ma arriva da Pisa, l’amico invece direttamente da Venezia, cerchiamo la strada assieme. L’Alcatraz sembra attendere sornione. Come il bar nelle adiacenze che spara prezzi stile mortaretto velenoso di fine anno. Si entra.

[La foresta di Sherwood]

Il locale, rinnovato da circa tre anni, è una struttura che lascia senza fiato. Da tempo, ci dicono, ha soppiantato la fama del Rolling Stone (che due giorni dopo avrebbe atteso i Blonde Redhead). Balconate, numerosi punti bar, merchandising a go-go, sala non fumatori, schermi ovunque che proiettano gollonzi e tette di ultra maggiorate, impianto frantuma cranio da migliaia di watt, organizzazione capillare ed un palco che è già pronto per la band del nuovo millennio. Cinque braccia-lampadario posizionate sopra le postazioni di ognuno dei musicisti a creare, scopriremo dopo, una sorta di fascio di luce direzionale tipo teletrasporto. Prima che inizi il delirio sensoriale è il momento di un Dj set. Ma non di un deejay qualunque. Lui è Adrian Sherwood lo sperimentatore del dub. L’uomo della On-U Sound, l’ombra manipolatrice dietro artisti quali Primal Scream, Mark Stewart, Nine Inch Nails e Depeche Mode. Il set, alla fine però troppo lungo e uditivamente demolente, è di un purosangue assoluto. Secche, coinvolgenti, trame incestuose che fondono trip hop, jungle, drum’n’bass e appunto dub. Ci rifugiamo in una sala interna ma il divano sussulta trafitto e stuprato da quella montagna di beat e decibel.

[“Quozza, quozza, quozza!”]

Questo il grido compatto che si alza quando a Sherwood è stato dato il benservito con qualche fischio (giusto) per aver(ci) troppo lungamente stravolto i coglioni. Le luci si spengono. L’aria è elettrica. Qualche caduto è già sul campo. L’Alcatraz è sold out. Molto sold out. Tutto è sold out. Dai generator party in mezzo al deserto con i Kyuss ad “Era Vulgaris”. Quasi vent’anni di evoluzione e Josh Homme è ancora in piedi. A dettare la sua dispotica legge. Ora i Queens Of The Stone Age sono un gruppo perfetto. Non ci vuole molto a capirlo. Quando entrano le sagome dei musicisti la prima ad essere inevitabilmente riconoscibile è quella di Ginger Elvis. Che si staglia decisa in tutta la sua mole. Riga da una parte (fatta per l’occasione visto che qualche ora prima i capelli paglierini erano tirati fascinosamente all’indietro), camicia verde militare (quella si è la stessa), chitarra rosso-nera (ne cambierà tre) e al fianco i compagni vecchi e nuovi. Alla sinistra il bassista new entry Michael “Mickey Shoes” Shuman, alla destra il tastierista new entry 2 Dean Fertita (già frontman dei Devotees e touring member dei Raconteurs), quindi l’elegantissimo ed impeccabile Troy e alle spalle una bestia disumana che risponde al nome di Joey Castillo già a petto (villoso) nudo pronto a sfondare le pelli. Il boato è assordante. Le rilevazioni sismiche sono in ansia. L’assalto è scritto dentro il secondo album. “Monsters In The Parasol” (da “Rated R”) scalda e assume le sembianze di un primo calcio in bocca quando è seguita da “Burn The Witch” (dal sottovalutato album precedente). L’uomo delle luci è un mago. Il clamore è in crescendo. La prima concessione all’era volgare non si fa attendere. Ecco “Misfit Love”. Che cambia e ritorna. Che usa il ritornello come non fosse un ritornello. Che zig-zaga ammaliante dalla chitarra di un chitarrista fantastico. L’intro strumentale prima dell’esplosione è una delle cose più belle e disturbanti dell’intero show. Basta un solo nuovo brano per confermare che “Era Vulgaris” è un altro grande fottuto disco delle “regine”. Dito medio (possibilmente in culo) alla pseudo inteligencia indie snob che lo ha accolto freddamente come si farebbe con l’amico inaspettato che bussa alla porta proprio mentre il sesso con la tua donna è ormai a temperatura fahrenheit. I QOTSA sono di un altro pianeta sconosciuto. Esprimono supremazia. Egemonia. Controllo. Eruttano una potenza che a memoria non ricordo di aver mai assorbito così analmente. Josh omaggia con tre brani (prima “Avon”, successivamente “Mexicola” e nel bis “Regular John”) anche il primo rozzo omonimo debutto che conserva molti germi stoner dell’esperienza precedente. I movimenti pelvici del musicista di Palm Desert spiegano il nomignolo che gli è stato da tempo affibbiato, è uno spettacolo vederlo danzare in sincronia con i suoi amici, tra cui spicca un indemoniato bassista che barcolla, urla, strepita e suona come in presenza di Satana. Il drumming ha una forza d’urto senza eguali. Il concerto dalla parte centrale in giù diviene incontenibile. Inarrestabile. E’ un maestoso crescendo di un rombo paralizzante. “Little Sister” scatena la bagarre. Volano corpi semi nudi. Vola in alto l’Alcatraz al completo. Prendo una gomitata sul fianco dal figlio di Mastrolindo. Ma rimango in piedi. “A Song For The Deaf” è chirurgica. Homme fa l’amore con il wah-wah. Dispensa poche parole (“che bono, che bono”), ringrazia più volte, suona come il Dio della volta celeste. Una macchina senza freni che conosce la destinazione. L’ultima ferita è aperta con “Go With The Flow”. Si degenera. Dalle prime file si staccano zombie sudati che guadagnano aria nelle retrovie. Non può finire qui. Il bis è a due pezzi. “Run, Pig, Run” e il già citato “Regular John”. Osannati dal pubblico in estasi escono per il tris. E’ l’ora del singolo dei singoli: “No One Knows”. Ho perso la testa. Migliaia di persone che cantano e saltano come un unico blocco di cemento. Imbarazzante superiorità. I Queens Of The Stone Age sono la più grande band del globo terracqueo. L’unica in grado di convogliare in musica gli effetti di un terribile, catastrofico sisma. Irraggiungibili. Dimostrazione di FANTAMUSICA. E ora niente sarà più lo stesso. Neanche un tranquillo ritorno notturno. Tra fatiscenza.. che (dopo i QOTSA) fa rima con fantascienza.

Emanuele Tamagnini

1 COMMENT

  1. Questo report mi ha fatto rivalutare Era Vulgaris. Complimenti per la succosa recensione!

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