Public Service Broadcasting @ Lanificio 159 [Roma, 18/Marzo/2014]

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“Teach the lessons of the past through the music of the future”. A riportare cotanta ambiziosa dichiarazione il sito ufficiale dei Public Service Broadcasting i quali, nelle figure del batterista Wrigglesworth e, soprattutto, del genietto tuttofare J. Willgoose, Esq. toccano un’altra tappa del loro tour qui nella sempre suggestiva cornice del Lanificio 159. Insegnare le lezioni del passato, OK. Attraverso la musica del futuro, se ne potrebbe discutere. Ciò non toglie che i PSB sono una bella sorpresa nel panorama attuale, ancor di più in quello inglese, alla costante ricerca della craze musicale da vantare agli occhi del mondo. Lungi forse dall’ambire a tale onorificenza, i PSB si accontentano intanto di comunicare il loro personale messaggio, il loro obiettivo di Informare – Istruire – Intrattenere, come sentenzia il titolo del loro primo disco. E non si può dire che non si siano ben preparati per realizzarlo. La folla, tanto per cominciare. Credo che neanche loro si aspettassero un’affluenza simile nel loro secondo appuntamento a Roma, in una tournée che li vedrà suonare anche a Milano, Padova, Firenze e Bologna. Ringraziano infatti sentitamente i 400 accorsi allo show anche sul loro sito. In questo caso, l’hype appare abbastanza giustificato, benché per una prima esibizione sia quasi un record. Si sta stipati, ma alla fine ci si accomoda. E l’attesa dura fino alle 22.30 o giù di lì, quando J. Willgoose si palesa sul palco per iniziare a smanettare sull’inseparabile e indispensabile laptop. Che sia tutto definito nei minimi dettagli lo si capisce già dai particolari: come, ad esempio, il logo della più famosa mela del mondo sostituito, sul dorso dello schermo, dall’antenna che campeggia sulla copertina dell’album del duo. Ancora pochi istanti e lo raggiunge anche il fidato compagno Wrigglesworth. I due hanno entrambi un’aria nerdissima, con quegli occhiali che ormai è difficile trovare chi non li abbia. Ma di arrosto qui ce n’è parecchio, e basta fare caso all’espressione imperturbabilmente britannica del polistrumentista, che appare avere tutto sotto controllo e si concede persino il lusso di scherzare spesso e volentieri, lui così apparentemente borioso. E via, si inizia.

Sullo schermo ch’è parte integrante della loro messa in scena cominciano a scorrere le immagini per ‘London Can Take It’, seconda traccia dell’EP ‘The War Room’. Le immagini sono tratte da un film del 1941 del corrispondente di guerra americano Quentin Reynolds sul periodo definito “Blitz”, ossia gli svariati mesi durante i quali l’Inghilterra fu sottoposta a pesanti bombardamenti aerei nazisti tra l’autunno 1940 e la primavera 1941. Partono le sirene e partono anche i due, col ritmo sincopato della batteria e con le miriadi di strumenti riprodotti e suonati da Willgoose. L’idea di suggellare in questo modo l’incontro tra musica e immagini non è certo una novità assoluta, ma è funzionale ed efficace, e dà alla band quel quid che la colloca una spanna sopra molti. Willgoose si diverte a scombinare i piani e a piazzare i sample vocali un po’ ovunque sul brano, e il banjo dev’essergli uno strumento particolarmente gradito col quale abbellisce le melodie con un che di tradizionale che colpisce in contrapposizione all’elettronica e agli automatismi massicci messi in campo. E si prosegue con i pezzi dell’LP uscito l’anno scorso, con ‘The Now Generation’ e, soprattutto, ‘Signal 30’, il brano più grintoso del lotto, che ben si adatta alle immagini dei bolidi d’epoca che sfrecciano sullo schermo. Ma è inutile girarci poi troppo intorno: il pezzo assolutamente più coinvolgente e riuscito del duo è ‘Spitfire’, poche storie. Non sarò del tutto obiettivo a riguardo, ma fin dal principio lo stacco con gli altri pezzi è evidente. Con una base ritmica dai connotati inequivocabilmente kraut, il ritmo motorik che gli conferisce quell’atmosfera da viaggio e quel giro armonico sempre uguale, ma che cambia in continuazione, grazie all’ottimo arrangiamento, è fatto per non stancare e per non passare. Certo, sentire quelle ottave di basso riprodotte senza che ci sia un basso vero a suonarle (il discorso vale per diversi altri strumenti, in primis i fiati sul finale di ‘Everest’) è un tuffo al cuore, ma tant’è: è forse l’unico aspetto che non mi consente di apprezzare totalmente la loro proposta. Ma il concept è dalla loro parte in questa scelta, e quindi va bene così. Oltretutto, il leader sopperisce alla mancanza di strumenti live con una padronanza di mezzi invidiabile: a rimanere impresso è il finale di ‘Spitfire’ stessa, in cui suona il riff con la mano sinistra sulla chitarra accompagnandosi alle tastiere con la destra (ammesso e non concesso che non ci fosse qualcosa di campionato, ma siamo in buona fede). Come anticipato, Willgoose smentirà l’atteggiamento da altezzoso primo della classe con i ringraziamenti tra un brano e l’altro, affidati a un sintetizzatore vocale col quale si sfizierà parecchio (difficile dimenticare il “Grazie mille!” scandito in perfetto accento inglese, o i ripetuti “Roma”): per il resto, né lui né il batterista proferiranno parola. Le immagini aiutano sempre più a dimenticarsi per un attimo della calca, mentre scorrono man mano quasi tutti i brani dell’album, da ‘Lit Up’, passando per ‘ROYGBIV’, arrivando a ‘Everest’ e a un altro ripescaggio dall’EP di esordio, ‘If War Should Come’. Un’esibizione non lunghissima ma convincente. Loopstation giù come se piovesse ma anche tanta classe, influenze più o meno dichiarate (penso ai GYBE o agli ultimi Tortoise) ma nulla di troppo derivativo. Una bella idea a livello di concept e tutti i mezzi tecnologici e tecnici per realizzarla. Per dirla col loro vocoder, “Yes! Yes! Yes!”.

Eugenio Zazzara