Psychic TV @ Init [Roma, 27/Novembre/2008]

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Gli occhi fissi sul palco. Perchè speri che ad un certo momento, tra la profondità del buio, possa comparire Lady Jaye. Ma il biondo caschetto frangettato non c’è più. Lady Jaye è morta un anno fa tra le braccia del suo alter ego Genesis Breyer P-Orridge. Il vento spira in accelerazione. Il nero si fa più nero. L’Init è stasera come la villa orgiastica raccontata dall’ultimo possente Kubrick. Rosso pompeiano. Un altro spazio. Innesti sacrificali. L’androginia. Il mito racconta che la completezza autosufficiente rese gli umani androgini così arroganti da immaginare di dare la scalata all’Olimpo, e Zeus (non volendo distruggerli per non privare l’Olimpo dei loro sacrifici), separò ciascuno di loro in due metà, riducendoli a solo maschio e solo femmina.

“Alla brama e all’inseguimento dell’interezza, ebbene, tocca il nome di amore”
. L’inseguimento dell’interezza. L’inseguimento eterno. I tormenti e gli esorcismi di Genesis P-Orridge. Una creatura nuova. Neil Andrew Megson nato a Victoria Park (Manchester) non esiste più da tempo (cambia legalmente nome nel lontano 1971). Quel ragazzino cresciuto in una famiglia di artisti e con una nonna medium. Quel ragazzo all’università di Hull. Le prime improvvisazioni. L’ispirazione rivolta a John Cage. Il terrorismo sonoro dei Throbbing Gristle. L’avanguardia estrema. Scopo: disturbare. Provocare. Segnare. Genesis P-Orridge è un monumento. Stasera sono qui per LUI. Ed intorno non rimane più niente.

Un rosario. Spille. Pins. Shirt. Vinili e CD. C’è curiosità e fila davanti al banchetto dell’anfratto mercimonio degli Psychic TV. Compro. Il pubblico è di un solo colore. Quasi lo stesso dei Savage Republic. Riconosco il cowboy post apocalittico con una sporta in tela per contenere il 33 giri. C’è un sosia di Alice Cooper, c’è quello del Nick Cave epoca Birthday Party, ci sono almeno tre ragazze-sosia di Lady Jaye, ci sono dark, c’è la gente levigata dagli anni. Sostituisco l’ombra di un angolo.

Intorno alle 22.30. Lo zenith da tramandare ai posteri. Da qui in avanti assisterò ad uno dei concerti più intensi degli ultimi anni. Dove all’aggettivo intenso possono essere sostituite le parole “sorpresa”, “stupore”, “fascino”, “rapimento”, “potenza”, “evocazione”, “magia”, “meraviglia”. Morrison Edley alla batteria entra con una maschera da enorme civetta, il nuovo bassista, il chitarrista space glam che sembra un incrocio tra Marc Bolan e Ivan Graziani, il “little brother” di Genesis alle tastiere. E poi LUI. Ingrassato. Una vistosa pancetta lo fa sembrare buffo come un pinguino. Rossetto rosso sgraziato. Calze estremamente rosa. Minigonna. Maglietta senza maniche. Occhi spiritati. Occhi vivi, però. La prima parte del concerto, che durerà due ore, è assolutamente devastante. Salgo sopra una panca laterale. Seguirò il concerto dall’alto. Ma non ho più pensieri. Genesis è di un altro pianeta. Storie raccontate con l’ausilio di filmati proiettati alle spalle. Compare David Bowie riflesso allo specchio. Un’immagine fissa che racchiude tutta l’essenza di una vita. Scorrono operazioni della sua chirurgia estetica, stralci, silicone, ermafroditi, suture, galassie. Nelle due ore vengono praticamente proposti brani dagli ultimi due album. Splendidi. Da avere.

Genesis di fronte ad un leggio dorato dove gira le pagine dei suoi testi. Spaventosa prova di forza. E’ kraut rock spaziale. Mostruosi. Impossessati dalle cavalcate dei Neu!. Dalle luci basse e dal lirismo dei Velvet Underground. Dalla straniante follia di Julian Cope con un piede nei Brain Donor. Catalizzatore. Magnetico. Genesis muove le braccia come colto da raptus. Sguardo fisso. La voce è ancora tutta intera. Cosa stanno facendo? Giro un piccolo video. Vorrei fermare il tempo. Voci registrate. Sovraincisioni che aprono quasi ogni brano. LUI parla. Vorrebbe maggior partecipazione con gli applausi. Parla di Roma. Della tanta gente che va in chiesa. Di Fellini. Polvere di stelle. Meteore. Scie luminose. Pensate a tutto questo. Andy Warhol ne avrebbe fatto un’icona senza tempo. Immortalato tra le scatole di “zuppa” o rinchiuso in una time box. Quando le prime note di ‘New York Story’ merlettano l’aria, è il momento dell’evidente omaggio. Lou Reed sembra ora seduto in un angolo. Annientati 40 anni di gap temporale in un attimo. La “cosa” più vicina ai Velvet Underground mai ascoltata in vita mia. Colori, danze tribali, scenari inesplorati.

Non ho più voglia di scrivere. Porterò sempre nel cuore questa serata. Un bis dopo due ore di estasi. Artista imprescindibile. Fuori il vento spira ancora più forte. La strada è deserta. Piove. Una sagoma mi anticipa girando l’angolo. La seguo. Perchè spero che ad un certo momento, tra la profondità del buio, possa comparire Lady Jaye.

Emanuele Tamagnini

2 COMMENTS

  1. grandissimo come sempre Emanuele:
    la tua scrittura impreziosisce ancora di più il ricordo del concerto.
    🙂
    Un bacione
    Sara

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