Protomartyr @ Circolo Magnolia [Milano, 8/Giugno/2016]

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Ai Protomartyr sono serviti circa otto anni per imporsi ai vertici della nuova scena post punk, molto meno tempo è servito a Joe Casey per dimostrare che nel 2008, in realtà, non fosse troppo tardi. Ha trent’anni Casey quando incontra Greg Ahee e Alex Leonard, rispettivamente chitarrista e batterista dei Butt Babies, entrambi con dieci primavere meno di lui. Ma ciò non ha impedito ai tre di cominciare a dare forma a quella creatura che oggi versa in uno stato di salute davvero ottimo e che ha preso il nome di Protomartyr dopo l’ingresso dell’attuale bassista Scott Davidson. Reduci dall’ottimo ‘The Agent Intellect’, tornano in Italia per due tappe a Torino e Segrate dopo le due esibizioni a Bologna e Roma di un paio di mesi fa. Quello che si respira al Circolo Magnolia non è per nulla un clima estivo: un violento acquazzone tormenta Milano da qualche ora e il palco allestito è fortunatamente al coperto, per garantire la migliore fruizione possibile dello spettacolo. Sono passate da poco le 22.25 quando, per la prima volta, le parole di Casey coprono il rumore della pioggia. Sistemate le birre e i fogli con la scaletta, una battuta sulle condizioni climatiche, un’ermetica presentazione e il live dei Protomartyr può decollare con ‘Coward Starve’ e ‘Blues Festival’: l’impatto è violento, la band inizia a martellare, la cattiveria e l’energia trasmesse al pubblico sono notevoli. Qualcuno saltella, altri fanno headbanging. Timidi accenni di pogo naufragano miseramente, ma l’atmosfera è ugualmente calda. Lo stile della band è piuttosto sobrio: Casey indossa una camicia e una giacca, con una mano stringe il cocktail o la sua lattina di birra, con l’altra tiene il microfono. È cristallizzato nella sua posizione, come Ahee. Gli attacchi sono sempre preceduti dalla sua mimica facciale che trasuda rabbia e grinta. Gli occhi sono puntati su di lui, la gente commenta il suo atteggiamento, ma la band, accanto, martella senza affanni. ‘Pontiac 87’, ‘Scum, Rise!’ e ‘Uncle’s Mother’ ricevono una grande accoglienza. Il crescendo è lento ma costante, il senso d’ansia che il post punk contaminato di noise della band porta in dote con sé è impressionante: i quattro di Detroit spingono sull’acceleratore e dimostrano il loro carisma, prendendosi tutto il pubblico semplicemente suonando in maniera intensissima per un’ora abbondante. Notevole è l’impatto emozionale esercitato da ‘Why Does It Shake?’, con un Joe Casey, ormai inzuppato di sudore, impegnato a urlare nel microfono le parole di un pezzo che parla di sua madre, sicuramente l’apice di un’esibizione che, a dispetto della sua brevità, ha convinto dall’inizio alla fine. In reprise c’è spazio solamente per ‘Come And See’: Casey fuma nervoso e passeggia sul palco, suggellando il concerto con un pezzo apprezzatissimo. Settanta minuti circa sono forse un po’ troppo pochi, ma i Protomartyr hanno dalla loro la capacità di affascinare il pubblico senza strafare: la sezione ritmica è impeccabile e il cantato contribuisce a garantire una qualità sempre molto alta. L’attitudine, sul palco, è tanto particolare quanto adatta ad esaltare un sound di cui i Protomartyr riescono ad essere ormai portavoce con grande autorevolezza.

Piergiuseppe Lippolis

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