Primus @ Atlantico Live [Roma, 27/Giugno/2011]

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Tra tre giorni è luglio, RomaCapitale pullula in ogni piazzetta, parchetto o parcheggio di piccole feste di quartiere, arene cinema, feste di partito, sagre della ceppa; poi arrivano dopo anni di assenza dall’Italia i Primus. E il concerto si tiene al chiuso. Ripeto. Il Concerto Si Tiene Al C-H-I-U-S-O! BarleyArts ti stai domandando perché a Pavia sono andati sold out come in tutto il resto d’europa e a Roma si stava discretamente larghi? Fatto sta che gli anni d’attesa per il ritorno di Les Claypool sono finiti, manca un’ora all’apparizione del geniale artista californiano e puntualissimo alle 21 sul palco si presenta il figlio di Stewart Copeland (Jordan) che con altri due figli di musicisti inglesi ha formato a Londra questi Hot Head Show che nonostante abbiano un solo EP all’attivo (sta per uscire il debutto ‘The Lemon LP’, ndr) propongono uno psichedelico set da 50 minuti dimostrando di essere devoti a Captain Beefheart quanto agli stessi Primus che li hanno scelti come supporter di questo tour europeo (dopo essere stati apripista per quello di Les Claypool solista, ndr).

Durante il rapido cambio palco in molti si chiedono cosa ci fanno due palloni gonfiabili giganti raffiguranti Neil Armstrong e Buzz Aldrin in tuta da allunaggio (o in tuta da studios hollywoodiani per gli amici complottisti) sullo sfondo del palco, parecchi credono che siano più o meno la copertina del nuovo album ‘Green Naugahyde’ che uscirà a settembre, intanto, i caschi d’astronauta vengono utilizzati come schermi su cui proiettare le facce dei membri della band o immagini western. Les Claypool sembra appena uscito da un film di Tim Burton: un po’ per la forma del suo quattro corde Carl Thompson un po’ per l’abbigliamento: bombetta, occhialetti tondi e completo giacca-camicia stile poeta maledetto dell’800. Larry LaLonde invece si è vestito da Kurt Cobain con un maglione a strisce orizzontali verdi e blu che fa tanto video di ‘Sliver’. Il suo fender sound sempre molto acuto e in secondo piano lascia il grosso delle frequenze al basso. Una batteria full-optional ospita invece il riccioluto Jay Lane (membro dei Primus nel biennio 1988-89) che ha il compito di non far rimpiangere due grandi batteristi come Bryan Manthia e Tim Alexander, compito che svolgerà a dovere senza mai strafare, forse però un po’ intimidito dalla minore abitudine, rispetto agli altri due, ai grandi palchi.

Come si poteva facilmente immaginare la parte del mattatore la fa il bassista in questa band, è infatti il basso ad introdurre il brano che apriva il loro primo ‘Frizzle Fry’: ‘To defy the laws of tradition’ poi la prima di molte canzoni nuove (‘Hennepin Crawler’) che la band sta propendo in questo tour, alla fine saranno almeno quattro i brani nuovi proposti al pubblico di Roma. Molti gruppi, anche affermatissimi e rispettatissimi, vanno in tour con la stessa scaletta in ogni città, con gli stessi movimenti, le stesse mosse, gli stessi stacchi di luce. Queste però non sono cose da Primus, un gruppo che ha composto dischi interi sull’alienazione dell’essere in un tour serrato molto tempo lontano da casa, e adesso con la maturità dei quasi cinquant’anni, si prende la libertà di cambiare set-list per ogni data, fare pezzi inediti in gran quantità, lasciarsi spazi per l’improvvisazione e anche per il cazzeggio visto che sul serio loro non si sono mai presi (basti pensare che il motto più famoso è PRIMUS SUCKS ovvero i Primus fanno schifo). Man mano che passano i pezzi il suono migliora e il volume viene alzato a un livello decente (sicuri che l’avete fatto il soundcheck nel pomeriggio eh?) scorrono brani minori del ‘Brown album’: ‘Fisticuffs’, ‘Over the falls’ e da ‘Sailing the seas of cheese’ come ‘American Life’, poi un pezzo nuovo dal sapore western ‘Lee Von Cleef’. Verso la metà dell’opera il batterista si prende il suo momento solitario mentre Les Claypool indossa una maschera da scimmia (roba da ‘Primitive’: il primo nome della band) e torna sul palco con uno strano strumento chiamato Whamola usato nello skiffle, che consiste in un bastone di metallo con montata sopra una corda da contrabbasso e un manico che azionato da una carrucola può tendere più o meno la corda cambiandole quindi l’intonazione suonato con una bacchetta da batteria, solo che quando Les collega il Whamola ai suoi mille effetti a pedale questo strumento diventa una cosa dalle sonorità techno-rave davvero coinvolgente e divertente da vedere, l’improvisazione dopo qualche minuto diventa ‘Eleven’ sempre tratta dai “mari di formaggio”. Poi altro cambio di strumento, stavolta un contrabbasso elettrico suonato con l’archetto per una canzone nuova chiamata ‘Jilly’s on smack’. Fino ad arrivare al terzo cambio di strumento consecutivo: il celebre “rainbow bass” a sei corde fatto con vari strati di legno che vale circa 10.000$. E con quel basso si suona uno dei loro pezzi più attesi: ‘My name is Mud’. Poi verso il finale con ‘Over the eletric grapevine’ e ‘Pudding Time’ prima del bis affidato a un altro caposaldo del loro repertorio: ‘Jerry was a race car driver’.

Un ora e venti è poca? 40 euro sono troppi? La scaletta era poco greatest hits? Nel pubblico non c’è quasi nessuna ragazza? Il merchandising ufficiale costa troppo? Non hanno fatto ‘Tommy the cat’ che in invece a Pavia hanno suonato? Ecchissenefrega! Les Claypool, gran signore degli 80 hertz, è un musicista illuminato, col gusto della provocazione e della sperimentazione, due gregari di ottimo livello , e un sound che 20 anni fa era dannatamente nuovo e innovatore. L’ho visto camminare in cerchio molleggiando, slappare slappare slappare, alzare leggermente il cappello in segno di saluto e andare via. Sono felice.

Giovanni Cerro