Primavera Sound Festival @ Parc del Forum [Barcellona, 30-31 Maggio/1-2 Giugno/2012]

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Di presentazioni non ce n’è più bisogno. “Andare al Primavera è diventato come andare alla sagra di Marino”, recitava, non troppo tempo fa, una massima rigorosamente lapidaria del Giudice Talebano. Il festival dell’ultimo week end di maggio, che da dodici anni si tiene a Barcellona, ormai lo conosce anche mia madre. I fedelissimi non lo mollano. Ed anche il manipolo di scettici – “troppo grande, troppa gente, troppo hype” – quest’anno ha potuto cedere alla tentazione assaporando il Primavera Optimus, fratellino in versione ridotta tenutosi a Porto la settimana successiva: uno step preannunciato ed encomiabile, seppur non esattamente ben voluto dal dio delle piogge. Ed è così che dopo un paio di edizioni col botto, per line up e presenze, il Primavera Sound sembra raggiungere un apice mediatico davvero esteso: se ne parla sui giornali e qualche cronista musicale radiofonico “di livello” si lascia incuriosire da quello che è ormai un fenomeno culturale di portata europea. Il Primavera Sound è la cartina tornasole dello stato della musica internazionale: non sarà il Coachella, non accoglierà tutta la popular music (ma qui non si sta certo a parlare solo di indie…), non sarà proprio per tutte le età, ma quella che sembra essere la sua lettura più realistica non si distacca poi molto dall’andamento generale di questo post anni zero. Il Primavera resta uno dei migliori festival europei – per cartellone, logistica, collocazione – ma non scompiglia le carte. E non potrebbe essere altrimenti. La rivoluzione, questo festival, l’ha fatta nei suoi primi anni di vita. Sarebbe ingenuo, seppur legittimo, chiedere di osare di più. Soprattutto alla luce della crisi: che c’è e si vede. Per noi che gli anni scorsi imprecavamo per le file ai bar e le difficoltà di spostamento tra fiumi di persone, questa edizione è stata una passeggiata. Quasi rilassante. Meno presenze, un’evidenza che i numeri dati ufficialmente dall’organizzazione – e forse un po’ gonfiati, si è parlato di una media di 40.000 spettatori al giorno – non possono scalfire, unita però ad una migliore organizzazione dei punti di ristoro e pertanto ad una maggiore vivibilità dell’evento. Una decrescita felice, insomma. Dove critiche mosse in nome dell’anti hipsterismo lasciano il tempo che trovano: il Primavera è diventato sempre più di moda? Sempre più un luogo dove esserci a prescindere dalla musica? Dove indossare un certo guardaroba? Beh, benvenuti nel 2012, ad un festival dove tra i “collaboratori” ci sono Pitchfork e Vice. L’unica considerazione che ha forse senso fare, prima di arrivare a parlare dei concerti veri e propri, è l’aderenza del festival, nella line up ma anche nella resa sul palco delle band, alla teoria-constatazione che ha segnato il 2011: la Retromania. Ci sarà lo zampino dell’industria discografica – con le reunion e le insicurezze del mercato – e quello dei gusti personali di chi scrive, ma scorrendo il programma, attraverso i concerti totali, quelli visti e quelli più gratificanti, “il vecchio”, nel microcosmo Primavera, sembra quest’anno aver scalzato “il nuovo”. Una direzione artistica, quindi, a cui non ci si sente di muovere critiche in senso assoluto, perché a Barca toneremo anche il prossimo anno. Ma che, dovendo esprimere un’impressione più trasversale e scevra da constatazioni sul look dei presenti, indugia sul rinnovato – e talvolta ben accetto – passatismo che ha travolto, negli ultimi anni, la musica internazionale indipendente o, quantomeno, non propriamente mainstream.

Ciò detto, la grande festa a Barca comincia come sempre dal mercoledì e la nota a margine su come s’intenda la cultura fuori dal Bel Paese non ce la risparmiamo. Quest’anno i concerti del mercoledì e della domenica (pomeriggio) sono gratis. Per tutti. Le persone che abitano nella zona dell’Arco di Trionfo, o le istituzioni, non sono state a rompere le scatole del casino tirato su dai Black Lips in un luogo pubblico, in contesti, peraltro, godibili come l’Arc de Triomf o il Parc de la Ciutadella. E d’altra parte, il cittadino che non s’è potuto permettere il biglietto del festival, o il semplice curioso, ha potuto godere di una manciata di ottimi live. Che c’entrino gli sponsor o gli introiti “turistici” che porta il Festival non ci interessa. La storia sarà trita e ritrita, ma la riflessione di quanto la (generica) macchina dei live (e, sospettiamo, la risposta del pubblico) sia farraginosa in Italia non può non occupare la nostra mente. Almeno per un attimo, mentre una band di discreta rilevanza (gusti a parte) come The Walkmen suona tra le palme ed il pubblico festante del parco. Aggratise.

Mercoledì 30
l live che apre il nostro festival è quello dei Wedding Present. Che, nonostante un album fresco di stampe, (‘Valentina’), confermano la teoria di cui sopra performando il loro album più celebre, ‘Seamonsters’. Il sole abbraccia ancora generoso, seppur sia quasi sera, la folla accorsa ed il post punk – nostalgico nell’accento tipicamente british di David Gedge ed asciutto, aspro nella sua struttura – del quartetto di Leeds. Un live inevitabilmente retrò, ma piacevolmente onesto. Niente fronzoli, se non nell’appeal anni ’90 della bassista, che col suo vestito rosso ciliegia rappresenta l’unico vezzo della band. La quale, uscita dalle fila del Don’t Look Back, mostra il lato più punk e tirato nei bis. Freschi dell’ultimo ‘Heaven’, The Walkmen seguono ai Wedding Present cambiando musica, ritmo ed approccio. Tanto schietti e basso profilo i primi (per esibizione), quanto aspiranti pop star i secondi. Vestiti con maglioncini e camice, capaci di mandare il pubblico in visibilio con dei ritornelli ballabili o dritti al cuore, i cinque newyorkesi guidati da Hamilton Leithauser – dopo averci stupito lo scorso anno per il brio e l’intensità retrò dei loro singoloni – quest’anno sembrano un tantino più composti. Sono diventati grandi, e le loro chitarre jangle perfette ci ricordano che di album ne hanno sfornati già sette. E che forse, di pezzi intensi ed irrequieti come ‘Woe Is Me’ non ne scriveranno mai più. Il crescendo festaiolo si chiude all’Arco di Trionfo con la band che sembrerebbe essere tra gli sponsor ufficiali del festival. Presenti in tutte le salse – stasera, sul Red Bull Bus fuori dal Forum giovedì e per la festa di chiusura all’Apollo domenica – i Black Lips mettono in piedi il solito casino indomabile delle grandi occasioni. Qualsiasi sia il palco ed il numero dei presenti, quello dei quattro di Atlanta, da live si trasforma sistematicamente in festa delirante. Divertono e fanno divertire il pubblico. Che poga, lancia birre, canta le hit e pure tutto il resto, senza saperne le parole. Più in forma che nel live romano, i Black Lips seguono un canovaccio che è poi quello della loro vita: fare festa a più non posso. Come se non ci fosse un domani. Una delle poche band di cui è impossibile non amare l’incontenibile prevedibilità.

Giovedì 31
La vita fatta di scelte del Primavera comincia subito da giovedì, alle 20.40 circa. Si tira dritto verso il palco ATP, mentre passando davanti al San Miguel, lo stage principale, il suono massiccio degli Afghan Whigs tenta di risucchiarci tra la folla in delirio per una delle numerose, e più attese, reunion (Retromania n.1) ospitate quest’anno. Li sacrifichiamo per l’indie con la “I” maiuscola, quella di uno dei Sonic Youth in libera (e definitiva?) uscita. Il capello liscio canuto, è portato da Lee Ranaldo con la stessa disinvoltura con cui Thurston Moore indossa la cravatta ma sembra comunque un ragazzino: sarà che dietro i tamburi, alle sue spalle, a dargli man forte c’è il compagno di scorribande rumorose Steve Shelley e sarà che una certa generazione americana la fanciullezza ce l’ha nel DNA, ma la nostra scelta si rivela azzeccata. Tra college rock nel segno dei primi R.E.M. (e nella voce di Micheal Stipe, con cui la somiglianza è innegabile anche quando Lee parla) ed il piglio scanzonato dei suoi anni ’90, il ragazzo sonico riesce ad infarcire la presentazione del nuovo album con digressioni noise ed una cover dei Talking Heads. Gli basta un archetto per suonare la chitarra e la sua provenienza da New York, e la variazione su tema è fatta. Retromania n.2, ma, almeno, nel segno della continuità. In attesa dei Mazzy Star, si fa un salto al Mini, il palco “periferico” (leggi: sfanculatissimo) aggiunto lo scorso anno con il nome de Levant. E qui, ci sono una notizia buona ed una cattiva: la buona, è che l’area circostante è stata asfaltata, rendendo ben più agevole la fruizione dei concerti; la cattiva, è che stanno suonando i Death Cab For Cutie. Non ne siamo esattamente fan, c’è da ammetterlo, e il tempo che concediamo alla formazione americana non va oltre i primi due brani, ma dopo un intro strumentale sostenuto di ‘Door Unlocked and Open’, la voce di Ben Gibbard si disperde lentamente, il suono diventa troppo compassato e ci si mette pure l’impianto, che salta (e succederà ancora, qui al Mini). C’abbiamo provato (a superare i personali pregiudizi), ma è già tempo di correre verso speranze maggiori. L’eco che ci accompagna è ‘Touch Me I’m Sick’: la testa ciondola, la tentazione di fermarsi all’ATP per i Mudhoney è tanta, ma è proprio in questi momenti in cui è fondamentale sapere che nella vita bisogna darsi delle priorità.

Il Ray Ban è il palco indiscutibilmente migliore del festival. Un palco importante, dove raramente i live difettano per l’acustica. E chi è capace di tenere la scena, lo trasforma in un anfiteatro immaginario (complici i gradoni antistanti) piacevole e suggestivo. Il passaggio dai Death Cab For Cutie ai Mazzy Star è come saltare dalla mia cameretta  – in cui guardo un video anni ’90 in TV – dentro a un sogno, ambientato in un cielo scuro e stellato, dove i corpi fluttuano e sono immortali: quello che aspettavo, e speravo, da Hope Sandoval, David Roback e soci. Anche in questo caso siamo in terreno di reunion (Retromania n.3), certo meno popolari degli Afghan Whigs, ma altrettanto capaci di destare profonda curiosità e regalare qualche prolungato momento di magia. Il palco è avvolto in luci scure. Quanto basta per percepire il fascino della Sandoval ed immaginare tutto il resto della sua bellezza attraverso una voce setosa e sensuale. Ed uno stile impeccabile, che sa irradiare verso tutta la band. Quello dei Mazzy Star, dopo dodici anni, è ancora un mare elettrico e blu profondo, un interspazio ignoto eppure magnetico, un luogo buio e misterioso dove perdersi e recuperare una preziosa solitudine. Semplicemente chiudendo gli occhi, lasciandosi cullare attraverso gli arpeggi dolci o le cavalcate acide o il folk più oscuro ed onirico intrecciati dalle chitarre e dal synth. Il suono è perfetto, la scaletta perfetta, e anche la location, immersa in un’atmosfera sacrale, si trasforma in un non luogo perfetto. Pensavamo di aver avuto molto con la grazia malinconica di ‘Fade Into You’, ma è la chiusura con ‘Tonight That I Might See’, straniante, potente nella compostezza naturale della band, evocativa, sinistra eppure immacolata, che sugella questo come uno dei migliori live del festival. Di quelli che contribuiscono ad alzare di qualche gradino il livello delle aspettative generali verso un concerto. Dalle 23 il ritmo delle esibizioni succulente si fa più serrato, dando l’impressione generale che per tutto il festival la tendenza sia stata a cominciare i concerti più tardi, o quantomeno concentrare molta sostanza anche a notte inoltrata (una consuetudine, ma quest’anno più accentuata). Mordiamo in fretta più live possibile, godendo al San Miguel di un po’ di Wilco che, inaspettatamente, regalano alcuni brani nuovi a inizio set. Uno stravolgimento di abitudini – o quantomeno di ritmo, loro che solitamente ingranano in almeno un’ora – che spara luci e tensione con i quasi dieci minuti di ‘Art of Almost’ e le spigolature di ‘I Might’. Finalmente una versione più dinamica, asciutta, aggressiva dei Wilco, in cui Jeff Tweedy è ancora mattatore, ma i suoi fraseggi si fanno più tirati. Meno buonisti. Un’impressione certamente parziale del live, ma da tenere ben stretta, nell’intreccio frenetico e talvolta fortuito che è il personale piano d’attacco del Primavera Sound. L’ingordigia porta dritti di nuovo fino al Mini, dove Zachary Francis Condon sta tenendo la propria festa personale con un numero di convenuti, considerati i contemporanei Wilco, decisamente considerevole. È dal parterre che nasce una prima fonte di stupore per il live dei Beirut, con un pubblico caloroso e che canta tutte le canzoni a memoria. L’impressione è che la band, rispetto ai live di qualche anno fa, abbia rallentato, addolcito, il proprio repertorio, diminuendo il rigoglioso accompagnamento di fiati, non solo del cantante (del quale i maxi schermi regalano il particolare di una tromba tatuata sul polso) ma dell’intera formazione. Questo non impedisce ai più di chiudere gli occhi e gongolare, ma…  Il tempo dei sogni è posticipato ancora di un po’, per noi. All’ATP c’è gente che picchia duro. E lo fa sul serio. Maglietta a righe, braghe corte e la faccia di chi ne ha sempre appena combinata una grossa, John Dwyer riesce a mettere in piedi uno dei live più potenti, tirati, gustosi e meravigliosamente sporchi del festival. Se i Thee Oh Sees fossero una di quelle band che non passa mai in Italia, il valore del loro live sarebbe percepito diversamente, da chi scrive e da chi legge. Eppure, Dwyer è un garagista puro, umile, traboccante inventiva, sapienza e passione, a cui va il merito di aver tirato su uno dei poghi più sfrenati visti in questi giorni e di aver ricordato al suo pubblico perché non si può non amare il rock’n’roll. Ironia della sorte, è proprio a questo solare spilungone (a dir poco sinistro quando imbraccia la chitarra), che va il compito di annunciare dell’annullamento del live degli Sleep: seduto sul palco, verso il pubblico, con il tono e i modi dell’amico che ti da una brutta notizia, riferisce del ricovero di Matt Pike, attualmente in riabilitazione. E poi riprende col garage per altri due pezzi.

A mezzanotte e mezza, al Ray-Ban, sono in molti ad avere un appuntamento col passato. Moltissimi, quelli che definiranno questo concerto come un galvanizzante ritorno all’adolescenza. E forse, uno dei concerti più belli del Primavera Sound. Feroci, stordenti, duri fino all’osso, sulla carta i Refused sono stati tra le reunion (Retromania n. 4) più elettrizzanti di questo 2012 passatista. Ma on stage, forse anche qualcosa di più. Dall’alto dei gradoni, quella sotto palco è una massa informe che poga inondata dagli assalti sonici e dalla furia di una band che difficilmente immaginiamo possa essere stata più potente di così negli anni ’90. Al di là dei gusti personali, e della strabordante eloquenza politica del combattente Dennis Lyxzén – talvolta eccessivo nei suoi proclami, ma complessivamente credibile – lo spettacolo sotto ai miei occhi può avere un’unica lettura: potenza allo stato puro. In sinergia perfetta con il pubblico, la forza monolitica, suonata, urlata e sudata dei Refused attraversa il parterre e sembra far tremare i gradoni su ‘New Noise’. Ancora un altro punto a favore del passato. Il presente resta ancora indietro, invece, con gli XX, che non trovano minimamente spazio nel nostro programma. Opportunamente saltato il live del trio londinese, si torna al Mini per un’estasi sottopalco al cospetto di Jason Pierce. Le voci corse durante il giorno di un annullamento del live degli Spiritualized interessano, nella realtà, solo l’esibizione al Ray-Ban Unplugged, minuscolo palchetto nell’area centrale del festival dove si tengono i set acustici. E dove, viste le dimensioni, una loro esibizione sembrava in effetti poco plausibile. L’assetto è quello a cinque più due coriste, e la scelta di non avere neanche una porzione di orchestra sul palco, trova nella vena più rumoristica e psichedelica di una delle migliori live band in circolazione un’ottima soluzione indolore. Le consuetudini ci sono tutte: posizionamento a semi cerchio, neanche una parola col pubblico e l’attacco affidato ad ‘Hey Jane’. Ma è tra le esplosioni di luci, gli intrecci gospel ed i crescendo estatici che s’infiltrano in ogni brano, il luogo in cui ricercare le mille sfumature del caleidoscopio Spiritualized. Ancora una nuova versione, più acida e sintetica, di ‘Walking With Jesus’, ripetute iniezioni di fede pagana per lievitare verso il cielo e poi di nuovo lo schianto, elettrico, noise, maledettamente terreno. Menzione d’onore per l’accoppiata ‘Born Never Asked’ – ‘Electric Mainline’ come mai s’erano sentite prima. Lo Spaceman goes kraut, e invece di fluttuare nello spazio, lo attraversa aumentando ed aumentando la velocità, perlustrando gli angoli più bui e ossessivi degli adepti convenuti (non numerosissimi, in verità) e poi lanciandoli, leggeri, attraverso il cielo stellato. È notte fonda, quasi le 3, ed andare via con Jason Pierce in versione krautrock immerso da copiose nuvole di fumo verde è l’immagine giusta da portare a letto per fare grandi sogni. Ma stasera non ancora. Perché il nuovo ci attende, esattamente dalla parte opposta del Forum. Primo ingresso al Vice Stage, quest’anno spostato a fianco al Pitchfork e a ridosso del mare. Giocando sul precarissimo filo dell’accavallamento delle due acustiche, il Vice quest’anno non brillerà per la resa del suono, ma certamente per almeno un paio di concerti. Ne fa le spese il duo più amato dagli aspiranti adolescenziali ad libitum. Presentano il loro nuovo ‘Celebration Rock’, i Japandroids, ma già mezzo pubblico lo sa a memoria. Per l’occasione, infatti, abbiamo studiato tutti i cori in cameretta (“Woo hooo”), che però riescono meglio sui brani vecchi. Parte della responsabilità è anche di Brian e David, inevitabilmente più rodati sulle piccole gemme di ‘Post Nothing’. Ma gran parte è anche dell’acustica del Vice, spietata impastatrice di suoni che non risparmia il duo – non esattamente hi fi – di Vancouver. Più incline a qualche posa da indie rocker Brian e più rigoroso, nel picchiare duro e nei cori, David, i Japandroids firmano col sangue la loro devozione per Hüsker Dü e Gun Club. Indole spudoratamente punk, pogo nel parterre, chiusura con la versione hardcore di ‘For the Love of Ivy’. E groupie a bordo palco, per non dimenticare mai di essere due irrimediabili… giocherelloni.

Venerdì 1
Nella direzione artistica del Primavera è indubbio che ci sia un fervido appassionato di post punk britannico. E neanche del più scontato. Dopo gli Echo and the Bunnymen e i Monochrome Set dell’anno scorso, quest’anno non solo Wedding Present ma anche The Chamaleons. Il nome va ad aggiungersi alla lista nostalgica (Retromania 5… OK, nel frattempo stanno suonando Rufus Wainwright, Siskiyou e Dirty Beaches, stavolta la responsabilità è tutta mia), e il loro concerto non sarà esattamente pura avanguardia, eppure ci congediamo dal primo live della giornata con un sorrisone compiaciuto. Sotto la luce calda ed ancora alta del Forum, il tempo sembra essersi fermato per Mark Burgess e la sua band di Mancuniani, rivista e rinnovata più volte negli anni. Non importa se ci vorrebbe la notte, i Chamaleons regalano una lezione di new wave impeccabile. Chitarre che non potrebbero che provenire da quell’Inghilterra, di quegli anni. Il cui suono è rincorso da numerose band nell’ultimo decennio, ma ora suona limpido, melanconicamente avvolgente, rimasto integro negli anni ed invecchiato (bene) come succede solo a certi equilibri capaci di restare in eterno. Merito anche dell’entusiasmo riflesso tra Burgess ed il suo pubblico, che esplode sul finale di ‘Second Skin’, tra i sing along intonati mentre il frontman è ormai sceso sotto palco. “The Times Are Changing” recita la sua maglietta: e lo grida anche lui, quasi a fare male, dopo aver donato una bellezza così indissolubilmente legata al passato. Si ritorna nel presente, già divenuto passato a seguito di alcune imprevedibili dichiarazioni degli ultimi giorni. Christopher Owens lascia i Girls, e quello di stasera al Mini è, con tutta probabilità, la fortuita occasione di vederli prima dello (allora ancora ignoto) scioglimento. L’efebico ed inafferrabile biondino vintage apre sul palco alla sua variegata ed ispirata indole cantautoriale. Quella che gli ha permesso di essere spudoratamente retrò e talvolta sopra le righe, senza mai rischiare di essere la copia di qualcuno. Riempite voi il palco di fiori, mettetevi una camicia rosa su dei pantaloni marroni e poi una cravatta floreale, e provate a stare lì sopra con la naturalezza con cui ci sta lui. Una naturalezza che talvolta sfiora lo straniamento, ed è forse questo l’unico punto interrogativo, il nervo scoperto di Owens. Che comunque è capace di far ballare con ‘Lust for Life’ , di lasciarsi andare al rock’n’roll oppure di commuovere con ‘Vomit’, cantata a due voci con una delle coriste. Un songwriting composito ed ambizioso quello del californiano – che suscita simpatia nel suo essere naive e tradisce una certa fragilità dietro la potenza, anche commerciale, dei suoi album – che tocca corde emozionali profonde, dove il gospel può stare vicino ad un brano per adolescenti da tre minuti netti. Un live ricco, ben suonato, ma con un pezzo mancante, forse da ricercarsi in un collante, in una rilassatezza, che il biondino dalla gamba sempre alzata (a mo’ di gru!) non sembra (voler?) trovare. Il passaggio davanti all’ATP non risparmia la consapevolezza di aver perso un ottimo live, quello degli I Break Horses. A poco più di due decadi dall’anno domini 1991, lo shoegaze torna talvolta in forme genuinamente rinnovate. Se quella degli M83 sarà un’insopportabile delusione per una conversione troppo smaccatamente devota al dancefloor, il duo svedese sovrasta con un diluvio di feedback e pioggia sintetica il consistente pubblico dell’ATP. Pochi minuti bastano per intuire che si tratta di un equilibrio tra passato e presente, tra ossessioni distorte a capo chino e squarci di luce di ottima fattura contemporanea. Ma il confronto col presente dura poco, perché è il momento di uno degli appuntamenti più attesi di questa edizione. Un altro appuntamento rigorosamente col passato. E con la sua celebrazione. Al Rockdelux – l’unica struttura al chiuso del festival, dotata di un’acustica straordinaria e a quanto pare in forse come disponibilità per la prossima edizione – Jody Stephens ha riunito un manipolo di amici e tirato su un tributo che solo i non presenti potranno non amare. L’uomo da celebrare è Alex Chilton, la band i Big Star, l’album quel diamante (non semplicemente) power pop che fu ‘Third/Sister Lovers’. È la Retromania n. 6, sì, ed una festa così in tutto e per tutto passatista si può solo non amare a priori. Ma anche il buon Bradford Cox, luminare della nuova generazione di cantautori visionari, è in terza fila a gustarsi lo spettacolo. L’unico membro dei Big Star, il batterista Jody Stephens, chiama all’appello Mike Mills (REM), Chris Stamey (The dB’s), Ken Stringfellow (The Posies), Normal Blake (Teenage Fanclub), Ira Kaplan (Yo La Tengo), Sharon Van Etten ed Alexis Taylor (Hot Chip), allestendo un live fatto di emozioni e di una riverenza, giocosa sul palco e profondamente sentita dalla platea, che si taglia a fette. L’alternarsi, al microfono e agli strumenti, degli ospiti è in tutto e per tutto uno show ricostruito nei particolari, ma quando l’inaspettato Jeff Tweedy attacca con ‘Kizza Me’, personalmente, me ne frego delle pippe sul passatismo e zompo in piedi a gustare quello che altrimenti non avrei mai potuto. Noi poveri nerd dal cuore di panna, ci si accontenta (mica) di poco. Ma l’entusiasmo incondizionato dura il tempo della corsa dal Rockdeluxe al Pitchfork. Qui, i War On Drugs stanno dando un ottimo spettacolo, liquido ed elettrico come il compagno di merende Kurt Vile ci aveva regalato lo scorso anno. Ci consoliamo relativamente perché non si sente granché, mentre al Rockdeluxe la resa dei live è pur sempre una garanzia.

Al cuore (di panna) non si comanda, pertanto un quarto d’ora (abbondante…) a testare la memoria sui testi dei Cure non ce lo leva nessuno. Performance a parte – scaletta di singoloni, tastiera reintegrata, una capacità di stare sul palco che è direttamente proporzionale allo splendido anacronismo di Robert Smith – i Cure vincono la loro personale battaglia con il Primavera Sound, occupando il San Miguel per tre ore. Come da copione. Il parterre però, è più sopra le righe del trucco sbavato di Robert Smith, e la mia coscienza mi sussurra di lasciare ai più questo, seppur sempre dignitosissimo, spettacolo. Anche perché, all’ATP c’è Warren l’indemoniato che da uno dei suoi migliori show. Non risparmia prese per i fondelli al quintetto di cui sopra (ah, Retromania n.7), trascinando all’inferno i suoi Dirty Three. Si dimena, posseduto, stuprando il suo violino e squarciando ogni soglia di resistenza – fisica e mentale – umanamente sostenibile, per raggiungere picchi di intensità ed inquietudine che amplificano enormemente le turbolenze su disco del trio. E ancora una volta, l’ATP si conferma il palco dove attingere a piene mani se si è in cerca di spessore e qualità. Dagli inferi, la risalita impiega il tempo che separa l’ATP dal Mini, dove è notte, ma un buon numero di persone non disdegnano di planare sulle onde californiane di Nathan Williams e dei suoi due (tre per la versione live) compari bricconcelli. Tra battute non sense, avanzi di skate-culture tra il pubblico e (consuete) richieste di marjuana dal palco, i Wavves esplicitano il loro dichiarato amore per gli anni ’90. L’anno zero per il surf punk della band di San Diego non è certo il ’77, ma il 1992 di ‘Dirty’, da cui spunta anche una cover di ‘100%’. E il divertimento è a metà tra l’autoironia “Ancora un altro po’ prima che iniziamo a suonare gli Offspring” e certa foga generazionale, effettivamente condensata nella chiusura di ‘So Bored’. Uno di quei live in cui non conta il come si suona, ma quanto si suda. La Retromania (n. 8) torna a bomba all’ATP, con il ritorno dei Codeine. La prospettiva di chi scrive è lontana da chi li ha vissuti o attesi dagli anni ’90, ed è forse per questo che il live, nel complesso, risulta troppo tirato, sofferto, doloroso, in un certo senso statico. Una componente, quella dello spleen, intrinseca alla band ma che sembra in questa sede frenare, non far partire mai davvero il live. È con non poca curiosità che ci dirigiamo nuovamente al Mini, dove lo stage è diventata la base pirotecnica per le velleità in technicolor di Anthony Gonzales. Nessuno avrebbe aspettato un live degli M83 come quelli, di qualche anno fa, dal brioso retrogusto nu gaze, ma il francese indugia troppo con le luci, con gli anni ’80 dei peggiori New Order, con effetti che sembrano fuochi d’artificio al limite del trash. Una prospettiva certamente condizionata (come tutto, del resto…) dal gusto personale, ma che trova l’orizzonte del francese prodigio troppo spostato verso il dancefloor e verso un’eccessiva caricatura di ogni aspetto – musicale e scenico – che fatica a trovare corrispondenza nell’ambizione levigata dell’ultimo lavoro in studio. E allora se il presente è questo o quello dei The Drums al Ray-Ban, evviva il rock’n’roll old school dei The Men. Luridi, indiavolati ed instancabili, nelle loro cavalcatone in sella ad una Moto Guzzi al Vice Stage. Tra i migliori live di questo Primavera, i quattro americani sono un mix di attitudine punk, raw, tra MC5 ed hard rock, ma fuori da ogni genere. Se non quello, benedetto, di un rock suonato senza sosta: in barba alle corde che si rompono e all’acustica impastata del Vice (da cui i The Men usciranno, tutto sommato, vittoriosi). Sotto palco si poga, si scuote la testa, si suda senza risparmiare le ultime energie. Qui, dove per tutta la giornata il Festival ha ospitato la parentesi metal (con punte, ci dicono, di trash da manuale durante i Mayhem) di questa edizione; e dove si sono dati appuntamento tutti quelli che non avrebbero disdegnato essere nati in tempo per gli anni d’oro della Motor City. È notte fonda, il momento giusto per scendere dalla moto e salire su una navicella che perlustri i corridoi labirintici dell’interspazio interiore. Il live dei Death In Vegas vale la traversata fino al Mini. L’approccio è rock, visionario, una versione più wave, cupa dei Primal Scream: al di fuori di ogni schema, di ogni forma canzone, quello degli inglesi è un trip acido, ballabile e progressivo. A dettare la strada, la furia indomita del batterista e i fasci sintetici che, in dose perfetta, recuperano gli astanti dagli abissi dove li avevano accompagnati, per scaraventarli contro le stelle luminescenti del cielo di Barca. Una delle maggiori sorprese del festival ed il modo perfetto per andare a dormire.

Sabato 2
Oggi ci si affretta ad arrivare per tempo al Forum, chè la Retromania (n.9) ha un altro gustoso piatto da servirci. I presenti del giorno prima, raccontano di una discreta difficolta a trovare un buon posto per il live di Jeff Mangum al Rockdeluxe. Ma la scelta di preferire il sabato premia, e alle 19 in punto siamo sulle comode poltroncine blu dell’Auditori. Jeff è solo, al centro del palco, uno sgabello e qualche chitarra al lato. La camicia a quadri, gli anni che sembrano non essere passati, la voce perfetta, carica di potenza – evocativa, emotiva e spontanea nello squarciare il cuore dei presenti – rendono il live di questo guru, modesto ed indimenticabile, l’evento strappalacrime che volevamo. Emozionante per la sua forza eterna. Nostalgica eppure a suo modo spensierata, fanciullesca. La chitarra acustica di Jeff splende, riscalda, commuove. I grandi classici scritti ai tempi dei Neutral Milk Hotel ci sono tutti e lui, che ha segnato la strada per tanto folk, bassa fedeltà e cantautorato “sghembo”, li annuncia con la semplicità di chi ha fatto tutto questo incosciente delle vie che avrebbe aperto. Chiama il suo pubblico sotto palco, Jeff, e con la voce tradisce un po’ della sofferenza che ha segnato la sua vita. La chiusura con ‘In The Aeroplane Over The Sea’ lo fa brillare di una luce ancora più speciale. Scrosci di applausi, una gioia che a stento fa trattenere le lacrime. Ed un ringraziamento a chi (l’ATP), lo ha convinto a tornare a regalarci tutta questa purezza, di cui avevamo sinceramente bisogno. Gonfi di soddisfazione, ci avviamo al Pitchfork, per omaggiare un erede, a suo modo, della grande sensibilità cantautoriale di Jeff. Dalla mia personale prospettiva che vede in lui uno dei songwriter più geniali e visionari delle ultime generazioni, non riesco a riscontrare quel peggioramento, fisico e nervoso, che molti sembrano notare in Bradford Cox. Il suo look è cambiato, più curato come nelle foto un po’ vintage di ‘Parallax’. Ma il trentenne di Atlanta continua a chiacchierare col pubblico, a fare battute, non si indispone quando i loop che crea dal vivo con i suoi marchingegni gli fanno qualche dispetto. Atlas Sound è il luogo dove Bradford Cox imbraccia la chitarra acustica e girovaga nei meandri di quel rock classico che ultimamente sembra tanto affascinarlo. Ma Atlas Sound è anche la stanzetta in cui gioca con i delay, i riverberi, la psichedelia più introspettiva. Molto più variegato e caleidoscopico del live di due anni fa, il concerto si apre con una canzone tradizionale della Georgia, “la terra in cui sono nato”, per poi ripercorre tra armonica e flussi visionari e impalpabili alcuni dei brani più famosi degli ultimi due album. Nel mezzo di una canzone s’interrompe esclamando “Look, a ship!”, attratto da ciò che accade di fronte a lui nel porto. Lo seguiamo tutti con lo sguardo. La bravura di un cantautore è quella di disegnare storie, tracciare percorsi immaginari con le note, e trascinarvi dentro chi lo ascolta. Senza fargli capire bene se quello che sta succedendo è un sogno o la realtà. E tutto questo, è una delle doti migliori di Bradford Cox. Pochi passi ci separano dal Vice, e da uno dei più bei concerti di questa edizione. È strano come la soggettività porti a valutare diversamente la valenza e l’effettiva resa di un concerto. Nel caso degli Olivia Tremor Control, vorrei prestare i miei occhi ed il mio cuore a chi non ha potuto, o saputo, farsi scuotere dalla loro musica. Anche loro usciti dalla trasognante esperienza Elephant 6 di Jeff Mangum e co., anche loro frutto di un’annata devota al passato ed ai ritorni (Retromania n. 10), anche loro capaci di toccare corde legate ad un mondo onirico, visionario, eppure profondamente elettrico e giocosamente colto. Quello di “sogni trasparenti”, di “compagnie sonnacchiose”,  di “fluttuazioni” e “recinti saltati” che li hanno resi, negli anni ’90, degli sperimentatori pop psichedelici sopraffini, ma (come Jeff Mangum) dotati di una spontaneità fanciullesca e spiazzante. Tre chitarre, basso, batteria, cori intrecciati perfettamente, piano e violino in alternanza, uniti a un approccio naive, quello di un underground che non si è mai preso sul serio. Ma che ha saputo, e sa ancora, comporre piccole gemme: grezze nella lavorazione, ma pregiatissime nella sostanza. Rispetto al disarmante live di qualche mese fa a Londra, gli Olivia Tremor Control mancano stavolta di tutto l’accompagnamento di fiati stravaganti che li caratterizza. Ma chi ha aperto il cuore alla loro musica, non ha avuto difficoltà, stasera, a salire sulla loro carrozza sgangherata. E a viaggiare attraverso un mondo che non è altro che fiaba.

Mentre mi ricompongo, sperando che davvero gli Olivia tirino fuori un nuovo album, provo a godere senza condizionamenti del live dei Real Estate. Ma è praticamente impossibile. Rispetto al canovaccio eseguito ad occhi chiusi e cuore aperto degli Olivia, quello della band del New Jersey è semplicemente un live ben suonato. Le chitarre jangle luminose ed i cori sono esattamente come sul disco, ma non fanno breccia nel mio cuore. Che è forse ostaggio della Retromania, o forse banalmente bisognoso di vibrazioni, seppur imperfette, prive di ogni sovrastruttura. Sovrastruttura che è possibile faccia rima con originalità, e non è un caso che Matt Mondanile e co. invitino il copioso pubblico a seguire il live degli Yo La Tengo, connazionali della band nonché  loro dichiarata fonte di ispirazione. Ogni buon proposito di aprirmi al nuovo collassa sotto la stratificazione per me troppo luminescente ed electro dei Chromatics, intenti a creare un club a cielo aperto al  Pitchfork. E allora, comunque certi che gli Shellac stiano dando uno dei loro inossidabili spettacoli all’ATP, proviamo a recuperare un assaggio di Sharon Van Etten, per pochi intimi sul palchetto del Ray-Ban Unplugged. E in effetti, l’impressione è più che ottima. Voce madreperlata, spontaneità ed ironia che la portano a scherzare col pubblico adorante, sguardi complici con la corista ed una semplicità, una naturalezza, tanto nel volare alto con le corde vocali quanto nel mantenersi coi piedi per terra dopo il successo del suo terzo ed ultimo ‘Tramp’. Non è detto che in dosi massicce l’effetto risulti lo stesso, ma è indiscutibile che dopo aver sfoggiato qualche frase in spagnolo e le memorie di un corso di studi da queste parti, la ragazzetta non ne esca decisamente apprezzata dai più. È quasi l’1 di notte, ed il Mini – con tutte le sue annose problematiche – è pronto ad accogliere gli Yo La Tengo. La scaletta ed il loro mood versione rumorista, stasera, li vorrebbe nella tenuta migliore. Ma si sente male, la batteria salta e per un po’ il live risulta dispersivo. Poi, come solo ai maestri è concesso, i tre riescono a recuperare un concerto che, non per colpa loro, avrebbe potuto essere pessimo. Dopo una prima mezz’ora valsa come soundcheck, esce fuori il set dilatato, strumentale, noise che volevamo. Ira Kaplan sgrattuggia verso l’amplificatore, tirando fuori una coltre di feedback con cui rivisitare la concezione corrente di indie. Ci frastorna. E ci spedisce inebetiti e sorridenti da Mark Stewart. Guadagno la prima fila, perché tanto sono tutti a sentire i Justice. La Retromania (n. 11? n. 12?) me la sono un po’ cercata, è vero. Ma non ho proprio il fisico, e soprattutto l’ironia sopraffina, per trovare divertente uno che sta fermo cinque minuti sul palco aspettando che la sigaretta si consumi. Preferisco fare i conti con la realtà del Pop Group, e con un frontman che non sembra stare troppo in forma. Ma che mi urla in faccia il disagio, piuttosto che provare a farmi ballare rincoglionendomi con le luci del San Miguel. Sono senza speranze, amo ancora il Prometeo del post punk, amo il rumore bianco che s’insozza di funk, amo le cose vere e piuttosto malandate, piuttosto che scoprire – in certi casi – cosa ha in serbo per me la popular music del “post anni zero”. Il live del Pop Group non è la botta in testa, lo stesso groove indemoniato di qualche anno fa a Bologna e non escludo che Mark Stewart sia un po’ provato dall’attività live solista e, in questo caso, con la band. Ma chi non l’ha mai visto, o non ha precedenti col funk bianco, non sembra accusare più di tanto il colpo. E quindi, chissà, forse ho solo troppe aspettative verso questa figura mitologica di Bristol vestita di bianco. Cerco forze per assimilare un po’ di energie dai Neon Indian, ma l’unico effetto è quello della ninna nanna. Mi perdonino loro e i Rapture, a cui non ho dato l’opportunità di farmi ballare. Il Primavera della Retromania è giunto al termine. Ma non prima della rissa sfiorata sul palco nella festa di chiusura all’Apollo. Chi c’era sul palco? Ovviamente i Black Lips. Gente che scommettiamo passarsela un gran bene. E meravigliosamente immune agli effetti collaterali della Retromania.

Chiara Colli

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