Primavera Sound Festival @ Parc del Forum [Barcellona, 27-28-29/Maggio/2010]

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È il Festival definitivo (dopo l’ATP). Totale. Imperdibile. Tra i più godibili. Almeno in Europa. E almeno per il popolo indie. Soprattutto romano (!). Il Primavera Sound di Barcellona, ha spento quest’anno le sue prime dieci candeline. Festeggiamenti in grande stile, come sempre. Un cartellone che, non solo, non ha alcun bisogno di strizzare l’occhio al mainstream (se non, per quest’anno, ai tremendissimi Pet Shop Boys). Ma che, se flirta con qualche nome hype di turno, lo fa solo per il nostro bene. Per farci ricredere, per smontare definitivamente il mito o per confermarlo a pieni voti. Bilanciando, poi, ampiamente, con: imprescindibili reperti storici (Mission of Burma, Liquid Liquid e Micheal Rother, ad esempio); colossi indie che non suoneranno nel Belpaese neanche in un’altra vita (aka Broken Social Scene); gemme indie che suoneranno nel Belpaese solo quando saremo (forse) stufi di ascoltarle (we all love Bradford Cox); una buona dose di rumore, di qualsivoglia natura (Shellac, No Age, Japandroids, Fuck Buttons); la giusta quantità di reunion, ovviamente miliari (Pavement, Pixies e Charlatans); un numero sensibile di formazioni che abbiamo già visto e che rivedrem(m)o, fino a farne indigestione (Built To Spill, Wire, Grizzly Bear); lacune da colmare, subito (per chi scrive, i Polvo, direttamente nella top 5 del Festival); brividi e standing ovation (Owen Pallet all’Auditori).

Una tre giorni godibile, dicevamo. Se, come per tutti i Festival, la dimensione “in grande” rende più difficile una fruizione sempre attenta e focalizzata dei live, va detto che a suo modo il Primavera riesce a sopperire allo stress da sovrapposizione dei concerti con un’atmosfera amichevole, rilassata, comoda. Una logistica praticamente impeccabile. Una location sul mare, che non guasta. Un clima favorevole, anche quando il diluvio sembra essere lì lì per scoppiare. Per non parlare della presenza di ATP e Pitchfork nella direzione artistica del cartellone: una garanzia. Come è comprensibile, le righe a venire – proprio per l’affollamento del cartellone e delle sovrapposizioni – non ambiscono all’onnicomprensività. Né tanto meno all’oggettività. Anzi, probabilmente soffriranno proprio delle scelte soggettive, per cui si perde consapevolmente qualcosa o, per un misto di ingordigia e fanatismo, si viene rapiti da un concerto oltre i tempi stabiliti dal “timetable”, perdendo, inevitabilmente, dell’altro. Che probabilmente, in altre circostanze, sarebbe imperdibile. Un meccanismo, paradossale, che fa ripartire da Barca con la sensazione di non essere ancora sazi… Centomila presenze stimate. Circa duecento band. Per cinque palchi principali. San Miguel, quello dei  big. Ray-Ban, con le gradinate e i gruppi di certo richiamo hype. ATP: qualità. Pitchfork, le prelibatezze indie (più qualche depistaggio). Vice: synth e trasversalità. E poi il Rockdeluxe (meglio noto come Auditori), palco al chiuso e dai posti limitati. E il Ray-Ban unplugged, palchetto per eventi mordi e fuggi (con band di rilievo, peraltro) per live acustici che solo con l’aiuto del fato, purtroppo, si riesce ad incastrare tra una corsa ed una fila per la birra. Gli eventi a Barca si susseguono dal lunedì precedente, in alcune delle venue disseminate per la città. Giovedì, venerdì e sabato le indigestioni, nella main location al Parc de Forum. Domenica, dessert. Per chi scrive, garage e sudore al Parc Joan Mirò.

Giovedì 27
Ancora rintronati dalla performance meravigliosamente devastante degli israeliani Monotonix – gli aspiranti Stooges del nuovo millennio – con live al centro della platea, crowd surfing e issamento sulla grancassa per il cantante Ami Shalev, corriamo verso il San Miguel. Ad accoglierci è uno dei personaggi più alienati della storia del rock: Mark E. Smith. I suoi The Fall sono sul palco, quello principale. Nuvole pesanti si addensano sul Forum, mentre una delle leggende del post punk mancuniano guida, immobile, la band verso un suono compatto e, fondamentalmente, eterno. Il noto meccanismo dei precursori. A cui non bastano i brani storici, per far muovere incessantemente la testa. Ma che scompaginano le coordinate spazio temporali con un ultimo album, ‘Your Future Our Clutter’, il cui brano omonimo è un bignami di tensione ed isterismo a firma di quello che, per stranezze complessive, ricorda tanto un James Chance del rock. Memorabile versione di ‘Strychine’, forse anche meglio dell’originale. Non li amiamo, ma non vederli è praticamente impossibile. Non ci sono molti accavallamenti in quell’orario e il palco è il Ray-Ban, il secondo per grandezza. Inevitabile. A dissuadere ci sarebbe anche è la pioggia, che importunerà continuamente il live degli XX, già di per sé noioso dopo il primo quarto d’ora. Per carità: due voci stupende, quelle di Romi Madley Croft e Oliver Sim e un live che, rispetto al disco, non è proprio deludente. Solo, a un certo punto, vagamente stucchevole. L’atmosfera poco raccolta e la sindrome da fenomeno di massa non aiuta. Maggiormente utili ad arginare il tedio, le basi più ritmate e sintetiche sparse qua e là. Nonostante tutto, boati in fine di ogni canzone. Di nuovo al San Miguel, per i Superchunk. Per qualcuno, uno dei live migliori del Festival. Indie rock vecchia scuola, sudato, lercio e onesto. Gente che salta, grida, impazzisce. L’emblema del suono americano anni ’90, le chitarre e le melodie che hanno il sapore dell’adolescenza. Quella seria, quella dei bei tempi andati. E non certo quella del nuovo millennio. E poi il duetto inaspettato, con Tim Harringhton dei Les Savy Fav. Delirio.

Dal fenomeno di massa, passando per la nostalgia collettiva, fino al fenomeno d’elite. Sono i Tortoise, dalle 23 sull’ATP stage. D’elite, in quanto a pubblico, per modo di dire. Elitari per il set, sospeso come sempre tra jazz e post rock. Del resto, è il sound del palco ATP: qualità e musica non per tutte le orecchie, in cui Tortoise e Beach House forse spiccano come i nomi più di grido. Doppia batteria, intro morbidi e soffusi che salgono e scendono verso i climax a cui da sempre hanno abituato. Un passaggio veloce, però, stavolta, al palco ATP. Di quelli un po’ (e ce ne dispiace) fatti ad incastro. Proprio in un quarto d’ora, sul palco del Ray-Ban suonerà una delle band che aspettiamo da tempo. Kevin Drew, Brendan Canning e co. Platea e ampia gradinata del Ray-Ban stracolmi, ovviamente, per i Broken Social Scene. Che si confermano, dal vivo, la quintessenza della gioia e del concetto di collettivo aperto. Una band, di media, con sette elementi sul palco – cha si scambiano continuamente i ruoli – che nel finale arriva ad essere in undici, ospitando Owen Pallet al violino, nonché Spiral Stairs (direttamente dai Pavement) e John McEntire. Una lezione di indie rock, ma anche di jingle jangle, raffinatezza ed eleganza. Un’atmosfera di festa e pace continua. Del resto, è tempo di perdonare. ‘Forgiveness Rock Record’ viene riproposto in gran parte, ma è su ‘Cause=Time’ e con la chiusura con ‘Fire Eye’d Boy’ che esplode l’essenza (rock) più intrinseca della band. Peccato solo per la voce non al top di Lisa Lobsinger, praticamente imparagonabile alle “vocalist” che la avevano preceduta. È il momento del concerto (totale) del Festival. Mentre il mondo è tutto intorno ai Pavement, una schiera di eletti (duecento, forse) è riunita al palco del Vice. Una band monumento. E diciamolo, seminale. Una band che nessuno ci porterà mai in Italia. Che ha scritto la storia del rock, ma che ha anche recentemente dato alle stampe un nuovo album, ‘The Sound The Speed The Light’ in cui si capisce perché l’autenticità è un elemento così naturale (ed imprescindibile) del rock. Loro sono i Mission Of Burma e, quando giungo, ovviamente correndo, nella propaggine più estrema del Parc de Forum, stanno già picchiando a gran forza sul palco. Sorriso smagliante. Il mood si capisce in un attimo. Ci vuole poco a raggiungere la transenna e, il tempo di un brano, attacca ‘That’s When I Reach For My Revolver’. Senza preavviso. Il brano di una vita. Secchi, potenti, compatti. Nel palco in cui molti patiranno un’acustica poco affidabile (ma mai poco equalizzata come il palco Pitchfork), i tre Bostoniani deliziano il pubblico con un suono impeccabile e un live senza fronzoli. È la crudezza del post punk, ma anche la maestria di una band che ha fatto proseliti, mescolando new wave e alt rock in una miscela personale, aggressiva, metallica e vigorosa. Si chiude con ‘Academy Fight Song’. Estasi.

È notte fonda e una navicella carica di alieni dalle sembianze femminili, atterra sul Vice direttamente dallo spazio. Al ritmo irresistibile del funky. Ce lo avevano preannunciato che quello dei Chrome Hoof sarebbe stato un live inusuale, fuori dagli schemi. E in effetti, quella del collettivo londinese è una specie di space-orchestra, in cui futurismo e tribalismo si incontrano in un crocevia di generi. Electro, metal, funk, disco. Chi più ne ha più ne metta. Un live chiaramente ironico e volutamente sopra le righe, tra galoppi ritmici, growl inaspettati e profanazioni di generi. Adeguato all’oscurità notturna, ma troppo energetico per un pubblico già un po’ stremato dall’abbuffata di live. Come non detto. Di tempo per ballare ce n’è ancora. Parecchio. Ballare in senso fisico ma anche tremendamente cerebrale, perché la performance dei Fuck Buttons al Ray-Ban sappiamo tutti non essere esattamente roba per dancefloor. Un’ora e più di muro di suono, synth aggressivi, magnetici. Che catturano anche chi non penserebbe di passare un’ora a (ri)ascoltarli. C’è chi balla, sotto le luci bianche. Sono un mare a muoversi lungo le esplosioni di ‘Surf Solar’ ed ‘Olympians’. Nichilismo e psichedelia. I due Bristoliani si confermano, non solo, interessante punto d’incontro per nerd dai gusti trasversali e assetati di onde sintetiche. Ma, anche dal vivo, mettono su una sorta di rave dall’impatto sonoro devastante. Percuotono arti e cervello, i Fuck Buttons. La musica elettronica che dal vivo acquisisce sempre nuova personalità. E stupisce. La giornata si chiude con Moderat al Vice. Pura curiosità, lo ammettiamo, per un genere che non fa esattamente al caso nostro. Il fato non ci assiste, perché si sente davvero male. Abbandoniamo il campo. Per ora.

Venerdì 28
Ore 4 PM. Ci scapicolliamo per vedere Owen Pallett dentro un Auditori stipato. L’ex Final Fantasy è solo, sull’unico palco al chiuso del Festival, accompagnato alternativamente dal suo violino e da campionamenti. Più un chitarrista non troppo significativo che compare ogni tanto. L’atmosfera, è quella ideale. Semplicemente da brividi. Non solo per la valanga di effetti – tra loop di violino e percussioni – continuamente creati dal compositore canadese, grazie ai quali sembrano materializzarsi quartetti d’archi e contrappunti impossibili, che danno vita ad un pathos decisamente sinfonico. Ma anche perché per l’ora intera di live, il pubblico partecipa empaticamente, esplodendo in una standing ovation sul finale di ‘Lewis Takes Off His Shirt’. Molti i brani tratti dall’ultimo ‘Heartland’. Sorprendente la cover di ‘Odessa’ (Caribou, ebbene si), a conferma di una trasversalità altamente immaginifica del musicista. Pelle d’oca anche per i veri rockers. Ancora un band canadese, stavolta sul palco del San Miguel. Ancora un collettivo gioioso e festante, forte di un pop rock corale e colorato, fatto di cori e ritornelli spensierati e mood leggeri per un tardo pomeriggio disimpegnato. The New Pornographers, senza Neko Case ma con sette elementi tra cui due donne, sono praticamente impeccabili. Forse troppo. Sono le 19.15 ed entriamo, per la prima volta quest’anno, al Pitchfork stage. Esattamente per il live dei Best Coast. Amiamo il garage dalle tonalità un po’ surf e un po’ fifties del duo (ovviamente) californiano, ma, sinceramente, temevamo un flop in quanto a presenza e robustezza sul palco. E invece, considerando anche l’acustica un po’ confusionaria del Pitchfork, il suono dei Best Coast dal vivo non delude. Leggeri, spensierati, sicuramente derivativi. Ma, quantomeno, non spocchiosi quanto certe Dum Dum Girls. Omaggio ai Wavves con la cover, tiratissima, di ‘I’m So Bored’.

Passate da poco le 20, ci ritroviamo nuovamente al San Miguel. A conti fatti, sarà il giorno in cui il palco principale avrà più live d’interesse per chi scrive. Una vetrina per i “big” del Festival, che è tanto tappa obbligata quanto carnaio improponibile per godere fino in fondo di un concerto. Se non piazzandosi un’ora prima sotto al palco, in placida attesa. Indie rock (pop) di quello più classico ed elegante, ovviamente made in USA. Il gruppo in questione è quello che nel ’93 prese il nome in prestito da un brano dei Can – ovvero gli Spoon –  sebbene il krautrock faccia capolino si e no nelle tastiere di ‘The Ghost of You Lingers’. Una live band per le grandi occasioni, i texani guidati da Britt Daniel mescolano pop (potenzialmente) da classifica (‘Written in Reverse’) e groove più sintetici (‘Don’t You Evah’). Orecchiabile e ricercato. Nostalgia (‘Cherry Bomb’) e corse a perdifiato (‘Small Takes’). Più una bandiera (direi) messicana a sventolare dalla tastiera. Ore 21.40, ATP stage. Che forse non abbiamo mai visto e rivedremo così stracolmo. Addentrarsi verso il palco sembra impossibile, ma riusciamo a conquistare una buona posizione. Ci sono tutti: questo, oggi, è il live a cui esserci. Nonostante le Cocorosie in contemporanea al Ray-Ban. Sono i Beach House. “I hope your night is romantic”, sussurrerà a un certo punto la fascinosa Victoria Legrand. Il duo, per l’occasione in tre sul palco, incanterà con il dream pop del loro ultimo ‘Teen Dream’. Atmosfera eterea, in sognante sospensione. Una spiaggia immaginaria, con ombrelloni bianchi chiusi a fare da sfondo. Suoni setosi, controcanti suadenti, i capelli della Legrand che ondeggiano continuamente sulla tastiera, come le illusioni oniriche che i Beach House ricreano in questo angolo del Forum. Tutti ipnotizzati. Tutti contenti. Tutti con le mani alzate. Melensitudine senza rischio di indigestione. Saltiamo i Wilco, li abbiamo già visti e – onore a loro – sappiamo quanto qualitativamente alto sia lo standard di ogni loro live. Ma sappiamo anche di avere voglia di muovere un po’ il culo, a questo punto. L’ora x di stasera è fissata per le 11 PM. Il luogo è il Pitchfork stage, ma abbiamo ancora un quarto d’ora per sentire qualche brano dei Wire. Stretti tra il mare e l’ATP stage, al Vice Colin Newman e co. (tra cui il nuovo chitarrista Matt Simms degli It Hugs Back, al posto di Margaret Fiedler-McGinnis, ingaggiata per i live tra il 2008 e il 2009) regalano la solita lezione di stile, forse stavolta un po’ più freddina e meno incisiva del solito. Il Vice fa un po’ le bizze con l’acustica, ma non facciamo in tempo a lamentarci che parte una ‘Two People in a Room’ al fulmicotone. Newman è il solito pazzo in incognito, mascherato da britannico benpensante. E noi lo stimeremo a vita per questo. Ore 23. Puntuali. Ci insinuiamo fino alla transenna del Pitchfork. Perderemo Les Savy Fav, Wilco e gran parte di Panda Bear per gioire a pieno e fino all’ultimo secondo di questo live. Del resto, al cuore non si comanda. Li abbiamo visti a Roma, gli abbiamo strappato una foto, un autografo e ci siamo dati appuntamento sotto questo palco. Sembra di tornare adolescenti, è vero. E non aspettavamo altro. I Japandroids regalano un live da brividi, addirittura superiore a quello (già notevolmente appagante) della data romana. Siamo di parte, si. Ma ogni volta che mi giro, sono in prima fila – accanto a qualche altro pazzo furioso per questo duo garage-gaze dalle leggerissime sfumature emo – non faccio che vedere sorrisi, gente che poga o che surfa. Il pubblico in estasi sarà la cartina tornasole di questo concerto. Brian King e David Prowse sono in formissima. Due furie. I feedback del primo si fanno rincorrere dalla batteria del secondo. Le voci non annaspano neanche per un attimo, come temevamo. Per un’ora tutti i pensieri scivolano alle spalle. Rimangono solo i sogni. Che in questo momento sono tangibili come la fisicità, compatta, stordente, del suono dei Japandroids. In due (No Age docet) fanno casino come in cinque. Noi li adoriamo. E anche il resto del pubblico – in gran parte britannico – sembra pensarla così. Ovviamente, concerto da top 5.

Facciamo un salto doveroso al Vice. C’è Panda Bear, da solo, che dopo un po’ di problemi tecnici ha cominciato il live – in ritardo – facendo a meno dei visuals. Un gran peccato. Un live che punta praticamente solo su pezzi nuovi, totalmente ignoti al pubblico. Un live impegnativo da seguire, psichedelico fino allo stordimento dei sensi. Paradossalmente, musica colta. Concettualismo ai massimi livelli. Only the braves.

È la curiosità, forse un certo senso di rispetto e, il sempre presente, dovere di cronaca, che ci spinge ad affacciarci al Ray-Ban, mentre è quasi l’1 del mattino. Sul palco c’è il leader di una band che, non può essere negato, negli anni ’80 ha avuto una sua ragione d’essere. Quantomeno per la quantità di album venduti. Ma sono passati da un pezzo i tempi (d’oro) dei Soft Cell. E Marc Almond ne è la prova vivente. Caricaturale. Kitsch. Fuori tempo massimo. Frontman stonato di un cabaret retrò. In molti se ne vanno. Anche noi. Scappiamo all’ATP stage. Non prima, però, di aver assaggiato dieci minuti di Cold Cave. Synth-pop e distorsioni trite e ritrite, per un live a cui assiste una massa inspiegabile di gente. Assordanti e fastidiosi, ci inducono ad abbandonare il campo verso orizzonti decisamente più pregni di significato. Dopo essere rimasti di stucco, l’anno scorso, assistendo per la prima volta ad un live degli Shellac, decidiamo saggiamente di bissare. Per la quarta volta al Primavera, Steve Albini e co. sono ormai di casa da queste parti, soprattutto sul palco ATP. Quello per veri nerd, ovviamente. Un palco stracolmo, nonostante di lì a poco stia per cominciare il quartetto d’onore da Boston. Ovviamente, al San Miguel. Metronomi, magnetici, impeccabili. Gli Shellac dimostrano come – se ognuno sa fare il suo mestiere – tre sia il numero perfetto per una band. Pubblico in delirio e pezzi storici immancabili tanto quanto le consuete domande al pubblico. “Il Primavera è uno dei live che preferiamo suonare”. E meno male. Certamente, vedere un live dei Pixies in condizioni più umane deve essere tutt’altra cosa. Il San Miguel trabocca carne umana, probabilmente molto più che per Neil Young e Sonic Youth lo scorso anno. Ma Black Francis, Joe Santiago, Kim Deal e David Lovering sono perfetti anche così. Monumentali, secchi, mastodontici. Fisicamente, un po’ appesantiti. Ma, musicalmente, ancora agilissimi. L’alternativo che diventa grande classico. Senza perdere lo smalto e l’unicità di chi – a quel famigerato indie rock – c’è arrivato per primo. Tutti i grandi classici, con una dose abbondante di ‘Doolittle’. Qualche chiacchiera della Deal e due ore di gioia per centomila persone. Possiamo ben dirlo: viva le reunion. Il secondo giorno di Primavera si chiude con gli Yeasayer e una buona dose di stanchezza. Ore 2.30 AM, Vice stage. A metà tra un folk psichedelico stile Animal Collective e il pop più serrato del loro ultimo album (‘Odd Blood’), i quattro newyorkesi incrociano synth danzerecci, oriente ed atmosfere dilatate. Il pubblico gradisce,e parecchio. Al contrario, Chris Keating sembra non apprezzare troppo la vistosa pubblicità della Ray-Ban piazzata ai lati del palco. La sua voce, a tratti fiacchina, viene controbilanciata dalla festosità dilagante del live. L’ultimo ballo (per oggi).

Sabato 29
Il (mio) cruccio del Festival. Errori di valutazione. Imperdonabili. Presa dall’ossessione di omaggiare Bradford Cox senza se e senza ma, perdo un live che (con ogni probabilità) non avrò mai più occasione di vedere. All’ATP stage c’è Michael Rother con una manciata di “amici”. Suonano pezzi dei Neu!. Inutile stare a descrivere lo spasmo atroce, nel momento in cui realizzo di aver perso un concertone. Perché, chi scrive non c’era, ma pare lo sia stato davvero. Mi consolo pensando alla purezza inarrivabile dell’esile cantautore di Athens. Solo sul palco, ancora in piena luce diurna, senza i suoi Deerhunter e senza neanche la band che lo accompagna talvolta per il suo progetto solista a nome Atlas Sound, sotto il cui nome si presenta oggi sul Pitchfork stage, Cox non può che essere definito un cantautore. Molto più folk che su disco e tanto psichedelico quanto una strumentazione fatta di chitarra, armonica e delay mandati a ripetizione possano permettere. Gioca con la loop machine, si registra la chitarra divertendosi a cambiare i tempi di riproduzione ed alternando riverberi di voce e strumenti. Tiene il palco alla perfezione, chiacchiera col pubblico ed è completamente padrone del set, in cui si destreggia ricreando magie soniche. Un po’ meno padrone della geografia, o forse solo molto ironico, quando chiede se quello lì di fronte è l’Oceano. Ma a noi Bradford ci piace così. Etero, stralunato e genialoide. Un concerto troppo prezioso, per tutti quelli che lo straziano con un fastidioso chiacchiericcio, poco aiutato dalle cacofonie ogni tanto partorite dal palco in questione. Unico rammarico: l’aspettativa, disattesa, di un duetto con Panda Bear su ‘Walkabout’.

Cominciano ore impegnative. All’ATP c’è il post rock del Sian Alice Group: strumentazione varia (tamburi, flauto e armonica, alternati a tastiere, batteria e chitarra), per un post rock cupo e sofisticato, che coinvolge decisamente di più quando si impenna in digressioni rumoristiche. Guidata dall’efebica Sian Ahern, attorno alla band britannica si raccoglie un pubblico un po’ ristretto. Colpa dei Florence and the Machine al San Miguel? Non lo sapremo mai. Perché ci fermiamo prima, nuovamente al Pitchfork, per sentire qualche pezzo delle Slits. Posto che non è ancora chiaro  perché siano state infilate su questo palco, le donne del punk guidate dalle sole Ari Up e Tessa Pollit della formazione originale, offrono qualche hit dalla pietra miliare che fu ‘Cut’, ma propinano anche tanto reggae piuttosto noioso. Punto più alto, ‘I Heard It Through the Grapevine’, miglior cover mai sentita del pezzo. Punto più basso, le costanti allusioni pseudo porno della sempre splendida e cangiante Ari Up. Meglio nota come la donna coi dread più lunghi al mondo (forse). Parte una deliziosa tripletta all’ATP. Lo starter è una sorta di sorpresa. Non che fossi proprio a digiuno dei Polvo, ma quasi. Arriviamo che stanno suonando. E sembrano già prepotentemente avviati sulla strada tortuosa che porta in cima all’ostico monte del math rock. Incedere lento, poi veloce. Il basso di Steve Popson che non vuole mai passare in secondo piano, sebbene la compattezza del suono – nel suo essere intricato e dissonante, personalissimamente melodico ed accuratamente impacchettato in infinite scatole cinesi – metta in risalto l’assetto decisamente collaudato della band sul palco. Otto anni e quattro album (dal ’90 al ’98), poi lo scioglimento ed il ritorno, nel 2008, con un nuovo album (‘In Prism’, del 2009) e un nuovo batterista. Tutto merito dell’All Tomorrow’s Parties, che ne favorì la reunion nel 2008. Brividi e stupore su ‘Fast Canoe’. Un altro concerto da top 5. Che, infatti, ci fa perdere un bel po’ di Grizzly Bear. Saremo spocchiosi: tutti vi parleranno bene di questo live e, in effetti, nulla da eccepire. Ma, dopo averli visti in un contesto decisamente più intimo in un Festival nordico l’anno scorso, la folla strabordante, l’assetto quasi da stadio e la magnificenza, direttamente proporzionale alla distanza dalla quale vediamo il concerto, non ci fa godere a pieno del suddetto. L’impressione è che siano un po’ ripulitini, meno passionali di dodici mesi fa. Psichedelia folk onirica, impasti vocali (quasi) sempre perfetti, riverberi in giuste dosi ed arpe portatili. All’appello sembra non mancare nulla. Ancora, un clarinetto, flauti, tastiere e chitarre, che costruiscono cattedrali e visioni barocche. Eppure, oggi sembra esserci più mestiere che pathos. Ma, forse, sono solo mie suggestioni.

Ore 11 PM. Mai come in questo momento, avremmo desiderato possedere facoltà di sdoppiamento. No Age al Pitchfork e Built To Spill all’ATP. Il dilemma di una vita: indie o rumore? Optiamo per un democristiano fifty fifty. Consapevoli che non c’è nulla di più doloroso (!) che interrompere un concerto (che sicuramente staremo apprezzando) a metà e prenderne uno già in corsa. Ma tant’è. Al Pitchfork, le parole d’ordine dei Losangeliani Randy Randall e Dean Allen Spunt sono, ovviamente, punk, feedback e istigazione al pogo. Impatto sonoro stordente e rarefazione e feedback diffusi, per un live decisamente diverso – per chi c’era – da quello romano di un paio di anni fa. Qui il pubblico in delirio fa la sua parte, ma anche i due No Age più che garage-lo fi, sembrano un duo shoegaze, velocissimo e tirato all’occorrenza. Leggende metropolitane raccontano di un noto volto romano surfare sulla folla lungo le note dell’ultimo pezzo. Noi, dopo aver versato sangue dalle orecchie su ‘Teen Creeps’, ci dirigiamo verso l’ATP. In ogni caso, con il sorriso. L’orso Dough Martsch pare non essere troppo di buon umore stasera. Ciondola ancora più scazzato del solito. Ma, per fortuna, il live non ne risentirà granché. Siamo lontani, l’area intorno al palco è stracolma. Parte ‘Going Against Your Mind’: luna alta, mare sullo sfondo e indie rock da manuale. Tutto perfetto. Tutto al posto giusto. Pure la chitarra di Martsch corre veloce, alla faccia dei fonici. Sto per sciogliermi. Ma resisterò per un’altra manciata di concerti. I numi del brit pop ci perdonino. Le 23 erano anche l’ora dei Charlatans, ovviamente al San Miguel, per eseguire il loro celebre esordio del ’90 ‘Some Friendly’. Li perdiamo di sana pianta. Al cuore non si comanda (e due). Intravediamo un po’ di Dum Dum Girls. Esattamente il tempo per capire che qualcuno definirebbe questo live “fuffa”. Beh, sono giovani. E noi abbiamo quattro (teoricamente) anzianotti ad aspettarci all’ATP, per la chiusura della tripletta di alta qualità a marchio All Tomorrow’s Parties. Quando li abbiamo visti in cartellone, da casa, non ci volevamo credere. Probabilmente, prima del live, non avremmo ammesso completamente di essere al Primavera, in gran parte, anche per la loro presenza. Del resto, questa band newyorkese, che vi piaccia o no, ha fatto la storia della popular music. Ed è inutile fingere di non sapere che gente come i Liquid Liquid faceva ballare con miscugli quantomeno azzardati già 30 anni fa. Prima di tutte voi altre band derivative pseudo funk electro. L’emozione nel vedere che in molti non hanno mancato l’appuntamento è tanta. L’ATP è a dir poco stracolmo. Sotto le luci, una massa di corpi si muove irrefrenabilmente. Se per un fenomeno “fresco” come i Fuck Buttons il tutto è più spiegabile, assistere ad un dancefloor all’aperto messo in atto dai Liquid Liquid, nel 2010 e con questa partecipazione, da i brividi. Sul palco, due percussioni, un basso e il jolly Salvatore Principato alla voce. Niente synth, niente finzioni. Tutti suoni veri. Che impediscono di stare fermi. Ritmi caraibici, wave, funk, tribali. Chiamateli come vi pare. Luci di qualsiasi colore. Tamburelli e xilofoni che si aggiungono ad un delirio collettivo, praticamente incontenibile sotto palco. Chiusura con ‘Optimo’ da manuale. Dei maestri. Grazie.

Ma non tutte le “galline vecchie” fanno buon brodo. E lo sappiamo bene. Ci affacciamo diligentemente al San Miguel, speranzosi che i Pet Shop Boys abbiano qualcosa di buono da offrirci. E invece no. un inspiegabile carnaio umano (come fanno a resistere?!), assiste ad uno spettacolo minimal-trash (non saprei come altro definirlo), in cui una band che si suppone debba essere headliner, inscena un mega show in cui imita se stesso. Cambi di costume, visuals, ballerine, colori fluo oppure black and white. Una produzione mastodontica per due residui bellici degli anni ’80. Uno spettacolo che, forse, richiede un senso dell’umorismo di cui sono priva. Inutile perdere tempo. C’è una festa al Vice ad attenderci. È quella di The Almighty Defenders –  aka Black Lips più King Khan – che cominciano con un certo ritardo, perché sono troppo rock’n’roll. Vestiti con tuniche bianche e, qualcuno ipotizza, il nulla sotto, i cinque sono un coro gospel blasfemo. Una cricca di teppisti, che in puro stile Black Lips vomitano, fanno casino, simulano rapporti orali. Ma il succo, è un garage punk grezzo, sarcastico, delirante e visionario. Discutono con i fonici, dedicano un pezzo al Papa e generano deviazioni orgiastiche sotto al palco. Sublimi. La giornata (e il Festival) l’abbiamo quasi portata a casa. Alle 3 si sovrappongono 3 appuntamenti elettronici, che cerchiamo di assaggiare più o meno tutti. Il problema, sarà solo digerirli. Rimaniamo al Vice, in attesa degli Health. Decisamente, i più soddisfacenti della triade. La parole d’ordine sono rumore, effetti, distorsione e feedback. Se ci dobbiamo stordire, che si faccia fino in fondo. E con un minimo di stile. E gli Health, anche se con un’attitudine un po’ fighetta, non sacrificano il caos in favore del groove. Lo sappiamo che non sono poi così onesti, ma non ci aspettiamo che la musica elettronica lo sia (e non siamo di parte, no no). Ci dirigiamo al Pitchfork passando dal Ray-Ban, dove suonano gli Orbital. E va bene che non ci capisco di elettronica. E va bene che non mi piace. Che non la seguo. Che non ballo. Ma questi sarebbero due degli artisti più influenti della techno anni ’90?. Forse su Urano, a – 200° C.

Mi avevano parlato bene di The Field. Ero quasi curiosa. Del resto, assaggiati gli Health e delusi dagli Orbital, sono tutti qui. E saranno tutti entusiasti, tutti sotto palco. Tutti back home felici e contenti. Personalmente, dopo qualche minuto di sopravvivenza in cui Alex Willner è ancora in una fase vagamente gaze del viaggio, comincio a detestare tutto e tutti. Ma è un mio limite, probabilmente. Perché la musica è suonata davvero (ci sono un batterista ed un chitarrista, addirittura) e il pubblico è in delirio. Tutta questione di gusti. Che confermano quanto la soggettività sia una discriminante da tenere sempre in considerazione, oltre ad essere un bene preziosissimo. E che ci spinge, senza false pretese, a comporre una top 5 che suoni (bislaccamente?) più o meno così: Mission of Burma, Japandroids, Liquid Liquid, Polvo e (baciamo le mani) Pixies. Adoro le Top 5. E i Festival. E il Primavera è decisamente da Top 5.

Chiara Colli

6 COMMENTS

  1. Bel report, evviva il Primavera, evviva l’ATP ma ti auguro di riuscire a vedere Les Savy Fav e Michael Rother, prima o poi.

  2. …ce l’ho fatta finalmente a leggerlo con la calma necessaria………e ho deciso: il prossimo anno ci DEVO essere pure io……e con questo spero di aver espresso chiaramente il giudizio alla recensione….

  3. Ottimo report, non fa una piega! Primavera nella top 3, altrochè! Era la mia terza volta e questa edizioneha superato anche quella di tre anni fa con Smashing Pumpkins, Sonic Youth, Slint, Melvins e Wilco…
    Giovedì: Palle XX, grandi BSS, Superchunk ancora pischelli, rosicarella Mission of Burma (non ce l’ho fatta a non bissare i Pavement) ma devo aggiungere i Titus Andronicus che hanno fatto un live pazzesco, che accoppiato a quello dei Monotonix mi ha tolto energie per il resto dei tre gioni 🙂
    Venerdì giornata pazzesca, purtroppo condizionata dalla marea di gente e dalle sovrapposizioni infauste. Avrei voluto tanto bissare i Japandroids per cui stravedo, riuscire a godermi Beach House, Wire, Shellac e Les savy Fav ma la marea di gente a Pixies e Wilco ha rovinato tutti i piani (c’è da dire che i 2 gruppi hanno ripagato le sofferenze alla grande!)
    Sabato è stata la giornata viaggioni: Neu! decisamente concerto definitivo di questa edizione, mi dispiace per te ma vista la lineup almeno un rimpianto ce l’avremo tutti 🙁
    Non resta che aspettare dicembre per comprare i biglietti per l’edizione 2011! 😉

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