Primavera Sound Festival @ Parc del ‪Fórum‬ [Barcellona, 30 Maggio-3 Giugno/2018]

1256

Il Festival

Si spengono i riflettori sulla diciottesima edizione del Primavera Sound Festival di Barcellona. Parafrasando un noto gruppo emiliano, stabiliremo le affinità e le divergenze tra la nota kermesse e noi, nel conseguimento della sua maggiore età. Inutile dire quanto le prime surclassino le seconde. La manifestazione nata nel 2001, inizialmente si svolgeva sul promontorio del Montjuïc, situato a sud della capitale catalana. Per diversi anni è stato un evento di nicchia, con una particolare dedizione al rock indipendente e all’elettronica d’avanguardia, per poi ingrandirsi velocemente, tanto da stabilirsi al Parc del Fórum. Si tratta di una superficie di circa quattordici ettari ricavata nel 2004 dalla dismissione di fabbriche in disuso e che si affaccia sul mare nella parte nord della città. Quest’anno l’area ospitava ben quattordici palchi di varia grandezza, compreso il meraviglioso Auditori e un distaccamento totalmente dedicato alla cultura elettronica e denominato Primavera Bits. A questi si aggiungono un secondo auditorium nella zona di Bogatell, due palchi cittadini e una sala teatro al Raval nel complesso del CCCB. Inoltre abbiamo anche le sale dell Barts e dell’Apolo, protagoniste anche degli eventi in programma nei giorni di non apertura del Fórum. Una settimana di musica con circa duecentocinquanta artisti di varia estrazione, genere ed età, disposti su un totale di venti palchi. Una magnifica esagerazione. Una nota speciale merita il Primavera Pro, ovvero la sezione nata nel 2010 e basata sugli incontri professionali, dove contestualizzare ed analizzare il mondo musicale. Conferenze e convegni a tema, showcase, ma anche momenti ludici come cocktail party e possibilità di confronto e di conoscenza reciproca. Si va dal punto di vista artistico e di scouting, a quello logistico ed organizzativo, passando per il marketing ed arrivando fino alla previsione degli scenari futuri. Nella sua nona edizione ha riunito oltre tremila professionisti di settore accreditati, provenienti da settanta paesi differenti. Uno spazio di discussione e proposta a tutto tondo, con un approccio stimolante, improntato alla condivisione di diverse esperienze. Musicisti ed operatori che vivono, parlano ed ascoltano di musica. Qualcosa che potrebbe sembrare logico e naturale, ma che di fatto non lo è, in un ambiente troppo spesso soffocato da ignoranza, arroganza o indifferenza.

Perché ha un successo così grande?

Il pubblico quest’anno ha superato le sessantamila presenze giornaliere, con un totale di duecentodiecimila persone provenienti da centoventisei paesi diversi. Solo il sabato è sold out, che però viene sfiorato nei due giorni precedenti, registrando un’ottima affluenza anche nelle giornate gratuite e negli eventi collaterali. Il segreto del successo va cercato sicuramente nella fitta e variegata proposta musicale del cartellone, che unisce i grandi nomi a quelli più piccoli ma conosciuti, insieme a tanti altri totalmente da scoprire. Ce n’è per tutti i gusti, per chi ama incuriosirsi e per chi è stanco di novità. Un cartellone degno dei migliori festival anglosassoni, ma con un clima assolutamente mediterraneo. Forse il festival più amato dagli Italiani, nonostante gli haters lo bollino come un evento massificato per hipsters. Che poi se pure fosse, cosa ci sarebbe di male? Altro aspetto fondamentale è che la città che lo accoglie è meravigliosa. Ospitale e gioiosa, ma anche ordinata e pulita. Una città dove: le file sono composte e anche gli italiani più indisponenti sono costretti ad adeguarsi, i luoghi del festival sono tutti raggiungibili con i mezzi pubblici e nel caso ci sia bisogno di prendere un taxi, le tariffe sono abbordabili. Al Fórum pascolano migliaia di persone in libertà, senza che accada nulla di negativo e senza che ci sia una presenza ed un controllo eccessivo di polizia, che però se occorre, si manifesta opportunamente dal nulla. Una società tollerante ed aperta. Quando non si è al festival, è un piacere perdersi in quartieri come Gracia, El Born e il Barrio Gotico, con le loro architetture particolari e le ricche offerte gastronomiche. A proposito di quest’ultime, Barceloneta offre un’ampia varietà di ristorantini dove assaporare una cucina a base di pesce freschissimo e vino turbio, di aperitivi con il vermouth casero e chupitos de hierbas come digestivi. La cuenta non riserva sorprese particolari e il rapporto tra qualità e prezzo è assolutamente favorevole. Inoltre una spiaggia ampia, libera e ben tenuta, dove anche chi non ama il mare trova il giusto ristoro. Poi c’è il Raval, con i bar storici e le taverne tipiche, l’Ovella Negra e la sua sangria de cava. Il mercato della Boqueria affascina i turisti con l’esplosione di colori e sapori che ingloba. Senza trascurare l’arte e la cultura che la città offre. Infine lo shopping nei numerosi negozi di dischi di carrer del tallers e delle zone limitrofe, come i due Revolver e Castello. Per gli amanti del digging discografico, anche il Fórum offre un’ampia scelta di stand, tra cui quello della Rough Trade, della Fnac e di etichette specializzate come Domino ed Elephant Music, oltre a quelli di t-shirt e litografie.

Le assenze giustificate

Non si può vedere tutto ed orientarsi nel fitto cartellone dei concerti non è semplice. La scelta non viene determinata soltanto da una questione di gusto e di gradimento della proposta. Altri fattori determinanti sono le distanze tra i palchi, le sovrapposizioni orarie, le capienze delle aree e il mood del momento. Per queste ragioni mi sono perso un festival parallelo con: Belle And Sebastian, gli italiani Any Other, Populous, Guano Padano e Cesare Basile, poi Alex G, Ezra Furman, Warpaint, Unknown Mortal Orchestra, Mount Kimbie, Floating Points, Fever Ray, The Twilight Sad, Father John Misty, Metà Metà, The National, Tyler The Creator, Idles, Josh T Pearson, Ride, Superorganism, Mike D, Panda Bear, Lift To Experience, Dead Cross, Deerhunter, Rolling Blackouts Coastal Fever, Jon Hopkins e John Talabot. A questi si aggiungono la performance artistica di Jónsi e di altri due sodali e quella di Kyle Dixon & Michael Stein alle prese con le musiche della serie Stranger Things. Altra storia invece per i Migos che hanno perso l’aereo per Barcellona. A volte infatti ci sono impedimenti che non dipendono dalla nostra volontà. Ad esempio, uno dei concerti più attesi di questa edizione era quello degli Spiritualized con coro ed orchestra di mercoledì sera all’Auditori Rockdelux. Purtroppo nonostante fossi particolarmente interessato all’evento, non sono stato tra i tremila fortunati partecipanti. Il motivo è semplice. Il criterio che determinava la presenza era dato dalla distribuzione di biglietti suppletivi, che col pagamento di due euro l’uno permettevano una scrematura. Venivano distribuiti solo dalle 15:00 del pomeriggio stesso, nel botteghino dell’area esterna alla location. Purtroppo atterrando alle 17:00 era impossibile per me prenderli. Ne distribuivano due a testa, così si poteva mandare qualcuno che prendesse il proprio ed il tuo. Si è creata una fila lunghissima già molto prima dell’apertura ed i biglietti sono andati polverizzati in poco più di un’ora. Chi doveva prenderlo anche per me, nonostante la lunga fila fatta, non è riuscito neanche per sé stesso. Inoltre vista la richiesta, ne hanno distribuiti due a persona solo per un tot, per poi darne uno a testa. Il risultato è stato che una gran parte della fila non ce l’ha fatta ed alcuni che ne avevano due, hanno rivenduto quello in più in perfetto stile bagarinaggio. Complimenti. Ci si chiede perché non fare una prenotazione on-line che avrebbe evitato file assurde e magari avrebbe permesso a quelli come me di provare a prenderlo, perché non fare una seconda data nei giorni seguenti visto che non erano in tour e perché non farlo in un palco grande esterno come tutti gli altri concerti gratuiti del primo giorno. Chiaramente a detta di tutti i fortunati avventori, è stata una performance clamorosa. Non avevo dubbi. Infine dispiace non essere incappati nell’unexpected show che gli Shellac hanno tenuto all’ingresso del Fórum, nel caldo del primo pomeriggio di sabato. Di getto e senza palco, con la strumentazione e l’amplificazione a terra ed il pubblico intorno. Figata. Loro sono la mascotte del festival. La leggenda vuole che ogni edizione si concluda con una partita a poker tra Steve Albini e gli organizzatori, per riconfermare la presenza della band nella prossima edizione. Di fatto suonano ogni anno.

I concerti del 31 maggio

Il giovedì per me si apre al palco Primavera con il concerto di Vagabon. Laetitia Tamko è una camerunese trasferitasi a New York da adolescente. Voce, chitarra e programming, alterna brani in solo ed altri in trio con una bassista e un batterista. Lei ha una gran voce e musicalmente si mostra migliore quando è in solo. In trio propone un guitar indie classico che si nobilita solo quando recupera suggestioni etniche. Set breve ma interessante. Appena terminato corro all’Auditori. Don Moye e Roscoe Mitchell sono tornati con i loro Art Ensamble Of Chicago a ricordarci cosa sia il free jazz. Del resto ne sono tra i migliori interpreti da oltre cinquant’anni. La sala ha un bel colpo d’occhio, anche se decisamente lontano rispetto al clamore del giorno precedente. I musicisti sono sette e vengono accolti da un fragoroso applauso. Oltre a loro due, rispettivamente batteria e sassofoni, ci sono due contrabbassisti, un percussionista, una violoncellista e un trombettista. Un’ora di show in cinque brani. Il primo è improvvisazione destrutturata e atonale per percussioni, contrabbassi e sassofono. Il secondo si apre con un lungo solo minimale di batteria e poi diventa un blues con contrabbassi, percussioni e violoncello, con un finale che si arricchisce di una tromba schizofrenica. Il terzo è free totale, di quelli da sturbo neuronale che hanno caratterizzato il loro stile. Il quarto inizia con la tromba con la sordina e il contralto, su percussioni minime, sfregolii e strepitii, tocchi morbidi di djembè e bassi pizzicati. Raffinatezza e stile. Moye e il percussionista si spostano suonando il djambè, un contrabbassista usa l’archetto e l’altro imbraccia un curioso basso acustico piccolo ed elettrificato, su cui si fregia di un pregevole sfoggio tecnico. Il finale torna free con tutti al loro posto e il percussionista, tra una miriade di oggetti a disposizione, sfoggia delle bizzarrie autocostruite e particolarmente efficaci. Il concerto si chiude con il brano più classico del lotto, su cui Mitchell presenta la band. Applausi scroscianti e tutti in piedi ad onorare la storia. Nel tragitto mi imbatto al palco Primavera nei venti minuti finali del set degli Sparks, anche loro sette sul palco, ma con una mission diametralmente opposta. Si propongono come portatori sani di pop grasso, classicismo quasi barocco e falsetti vari. Tutti in giacca rosa, coinvolgono un nutrito numero di fans che saltano e battono le mani con convinzione e trasporto. Personalmente li trovo stucchevoli, ma hanno mestiere da vendere e sono formalmente ineccepibili. Si chiude con i due fratelli Mael che ringraziano e si fanno fare una foto dal palco con una selva di mani sullo sfondo. That’s entertainment! Al Ray Ban parte lo show di Kelela. La cantante statunitense di origine etiope è splendida e di bianco vestita, ha un esordio interessante alle spalle, una gran voce ed è coadiuvata sul palco da due coriste ed un dj. R’n’B d’ottima fattura, con incastri vocali di matrice soul, basi ottimamente prodotte ed enfatizzate sulle basse, grande sfoggio di sensualità e black consciousness. La parte finale dei War On Drugs che riesco a vedere al Mango, mostra il sestetto capitanato da Adam Granduceil con una buona dose di muscoli ad infarcire le proprie trame pop rock, che della psichedelia degli inizi oramai conservano ben poco. Tengono bene il palco ed il pubblico gradisce. In chiusura di set eseguono “Knocked Down”, “Red Eyes”, “Under The Pressure” e “In Reverse”. Niente male. Bjork si esibisce al Seat ed ha un dogma preciso: glitch e field recordings, ovvero l’unione tra natura e tecnologia come generatore sonoro. Sul palco indossa un vestito rosa confetto plasticoso e caramellato, una maschera bianca e due zatteroni ai piedi. Più o meno come la copertina del disco. La scenografia è tutta composta da fiori e piante, così come i visuals. Con lei all’inizio ci sono un’arpista, un musicista al laptop e alle tastiere e un batterista. Un controllo vocale eccezionale, mai una sbavatura o un’incertezza. I visuals digitali sono spettacolari. Dalla parte centrale girevole della scenografia fuoriescono sei musiciste vestite di tulle bianco e con la medesima maschera della cantante. Suonano ance ed ottoni. Una settima flautista emergerà dall’enorme lumaca posta alla sinistra del palco. Musicalmente sembra di stare a volte al teatro dell’opera, in altre all’interno di un musical naif. Le luci sono perfette. L’esecuzione di “Isobel” ci porta fuori dalle orbite della produzione recente. Ed è subito fomento del pubblico che canta estasiato. Non rimarrà fortunatamente un episodio isolato. “Human Beaviour” è uno dei suoi brani che preferisco ed ascoltarla dal vivo mi ha fatto godere parecchio. Esecuzione magistrale. Lei danza sinuosa e le flautiste fanno altrettanto. I brani recenti sembrano lagnarsi meno che in studio. Sarà la forza catalizzatrice della bellezza scenica della performance o la perfezione dell’ascolto che ne valorizza anche le minime sfumature. Tra un brano e l’altro concede solo un semplice “gracias” e niente più. Ma è quanto basta. Nei visuals è spesso protagonista una sorta di suo alter ego digital, sia positivo che negativo. Nei settantacinque minuti di spettacolo, c’è tempo e spazio per classicismo e sperimentazione elettroacustica, in un tripudio di petali, digitalizzazioni sonore e virtuosismi vocali. Enorme. Al Mango va in scena Nick Cave, che catechizza il pubblico come pochi altri, dotato di una teatralità viscerale e contagiosa. L’artista australiano veicola emozioni, oliando quella macchina perfetta che sono I Bad Seeds dal vivo. I sei musicisti, vestiti di tutto punto come il frontman e capitanati da Warren Ellis, sembrano sempre particolarmente ispirati. Una scaletta in perfetto equilibrio tra il vecchio e il nuovo, con “Do You Love Me”, ” From Her To Heternity”, “Loverman”, “Red Right Hand”, “The Ship Song” e “The Mercy Seat” a fare la voce grossa. Ma tutto lo spettacolo gode di un’energia particolare e di una forza magistrale. Elegante e carismatico, risoluto ed istrionico, il re inkiostro gestisce tutto con sapienza. Dispensa gran classe sia quando aggredisce il palco con veemenza, sia quando si siede dietro il pianoforte ed il suo approccio diventa più confidenziale. Si concede spesso al contatto con i fan delle prime file, fino a farsi travolgere in un breve ed involontario stage diving al termine di una travolgente versione di “Deanna”. Infine li invita a salire sul palco durante l’esecuzione della meravigliosa “Stagger Lee” e poi li lascia là seduti a terra, mentre esegue la suggestiva “Push The Sky Away”, che conclude un lucido ed inebriante delirio. Nils Frahm propone al palco Primavera un set in perfetta solitudine di idm colta e raffinata, con più di qualche riferimento alla tradizione classica e all’esperienza cosmica tedesca. Lo fa rimbalzando a suo piacimento tra due postazioni con un pianoforte, varie tastiere e diversi sintetizzatori. Sa essere interessante sia quando è più minimale, sia quando stratifica il suo suono con loop ed effetti e poi aggiunge il beat. Un virtuoso del suo strumento con un gran gusto per I’elettronica, capace di composizioni evocative ed ipnotiche, dense di particolari e di piacevoli ripetizioni. Il live di Four Tet chiude la nostra prima giornata. Il DJ e produttore inglese, nell’ora a disposizione, spazia con maestria tra techno, idm, house, exotica, downtempo, ambient e trance. Una performance di puro sound, a tratti abbastanza ostica, composta da brani tratti dal proprio repertorio. Ha scelto una totale assenza di luci, senza proiezioni e scenografie di alcun genere, tanto che persino gli schermi laterali sono stati lasciati spenti. La gente si è riversata in massa, affollando totalmente l’anfiteatro del Ray Ban e trasformandolo in una grande discoteca a cielo aperto, gradoni compresi.

I concerti del 1 giugno

Il venerdì si apre al Day Pro con la sorprendente performance dei Fontaines D.C.. Il giovane quintetto irlandese è dedito ad un post punk di ottima fattura. Nella mezzora di set che propongono, esplorano i vari riferimenti del genere con rispetto e devozione, risultando compatti ed abrasivi. Ottima presenza scenica, devastano il palco con la giusta cognizione di causa ed ottengono grande attenzione e coinvolgimento dai presenti. Complimenti davvero. Raggiungo il Fórum e vado al Mango a vedere le Breeders. Dall’inizio della performance fino a poco oltre la prima metà, sembra come se fosse una rimpatriata. Il gruppo non decolla nel sound e nell’amalgama e tutto sembra compiersi in maniera svogliata ed involuta. Kim Deal appare quella meno in forma di tutti. Sorride cordialmente e ci tiene a stabilire un contatto con il pubblico, ma incappa persino in qualche errore strumentale grossolano. L’esecuzione attesa ed azzeccata di “Cannonball” rialza in parte le sorti dello show, ma non basta. Una versione tirata ed urlata di “Gigantic”, sembra quasi fuori luogo. Vado via perplesso e raggiungo il Ray Ban, dove Rhye con una formula pop godibile ed affatto banale, rinfranca me e conquista i presenti. Oltre a Mike Milosh voce e percussioni, ci sono: basso, chitarra, batteria, tastiere, sassofono e violoncello e violino. Un gran cura dei particolari, negli arrangiamenti e nelle atmosfere. Una manciata di brani che evidenziano una buona qualità compositiva e performativa. Ci sono le hit come “Open” e “The Fall”, ma anche “3 Days”, “Taste” e “Song For You”. Tutte caratterizzate dal tono vocale particolare di Milosh. Ottimo concerto. Al palco Primavera esplodono i Mogwai. il quintetto di Glasgow è in ottima forma ed irrimediabilmente fedele a se stesso. Del resto nessuno si aspetta particolari novità, mentre tutti confidano nel farsi prendere per mano dalle loro evoluzioni soniche e di essere catapultati in una dimensione ascensionale parallela. Quella che meglio gli compete. Al massimo gli si concede nei brani più recenti di permettersi l’uso di qualche synth in più. Ma senza disturbare troppo. La nuova batterista si è inserita perfettamente nei meccanismi della band e quello che ne deriva è un suono denso e potente, che si esalta nella propria maestosità. La scaletta pesca soprattutto in “Every Country’s Sun”, ma iniziano il concerto con “Hunted By A Freak” e non mancano “Rano Pano”, “Auto Rock”, “I’m Jim Morrison, I’m Dead” e una versione esagerata di “Mogwai Fear Satan”, con cui riescono ad emozionarmi sempre. Si confermano tra i migliori esponenti del post-rock chitarristico in circolazione. Alfieri e garanti. Un plauso anche alle luci e alle scenografie, semplici ma particolarmente funzionali. Thundercat richiama un gran numero di persone al Ray Ban, con una curiosità che oscilla tra il desiderio musicale e la visita allo zoo. Lui si mostra sornione ed affabile, con la barba nera e i dread tinti di rosso acceso. In trio con un batterista ed un tastierista, suona un basso a sei corde e dispensa virtuosismi e scale pazzesche. Dimezza e raddoppia, stratifica e destruttura. Frulla jazz colto con easy listening, funk, soul e blues. Una fusion che esula dai semplici esercizi di stile e che non può essere bollato con il classico concetto del suonarsi addosso. Chiaramente anche gli altri due sono musicisti eccezionali. Bravo anche nelle parti vocali, non mostra solo tecnica, ma anche un calore che il pubblico apprezza. Parte con il trittico “Rabbit Ho”, “Captain Stupido” e “Uh Uh” come nel disco, poi “A Fan’s Mail”, “Tron Song” e “Jethro”, che nelle versioni live acquistano una consistenza ancor maggiore. Un altro paio di brani e scappo al vicino Pitchfork per vedermi metà concerto delle Ibeyi. le due gemelle afrocubane affrontano il palco con due tastiere, percussioni e le loro voci. Hanno vestiti colorati e ottima presenza scenica. In “Me Voy” vengono raggiunte sul palco da Mala Rodriguez per una versione molto coinvolgente di uno dei brani migliori del loro secondo disco. Ho modo anche di ascoltare “Deathless”, “Ash”, “Valè”, River” e la cover di “Better In Tune With The Infinite”. Brave. Al palco Primavera è l’ora di Charlotte Gainsbourg. Una scenografia semplice con grandi cornici quadrate e rettangolari a led bianche poggiate sul palco tra i musicisti, macchina del fumo e poche luci racchiuse in due colonne laterali di teste mobili, che fendono trasversalmente l’aria. Ad accompagnarla sul palco ci sono: un batterista, un tastierista, un bassista e un chitarrista e corista. Lei canta bene e spesso suona le tastiere. Pop di facile fruizione e con una spiccata vena dance. La setlist è tratta soprattutto dal recente “Rest”, ma non esclude suoi classici come “Charlotte For Ever”, “The Songs That We Sing”, “Heaven Can Wait” e la conclusiva “Lemon Incest”. Si corre al Pitchfork per gustarci i The Internet. Energia pura. Cinque sul palco: batteria, basso, chitarra, voce femminile, tastiere e voce. Giovani, freschi e goderecci. Bravi tecnicamente e in grado di tenere il palco e coinvolgere il pubblico. Black music da manuale. Tra i brani proposti ci sono i nuovi singoli “Roll” e “Come Over”, i più celebri “Girl” e “Special Affair” e singoli del recente disco solista della cantante Syd tra cui spicca “Body”. Presa bene. A proposto, è il momento di Ty Segall al palco Primavera. Lui chitarra e voce, accompagnato da: tastiera, batteria, basso e cori, chitarra e cori. Si parte alla grande. “Wave Goodbye” è stoner, “Fanny Dog” sixties. “Finger” è puro protopunk psych, schizofrenico e con incisi barrettiani. Geniale nella sua imprevedibilità. Puzza di vecchio a distanza. “Squealer” si erge acido ed aggressivo. Su “Candy Sam” aggiunge una punta di glam. Sotto il palco è una bolgia. Il batterista è un pestone. Sulla cassa ha una scritta freek fatta con la gaffa nera. La r è mezza staccata e balla ad ogni colpo di pedale. “Every 1’s A Winner” è hard rock con un riff assassino e genera tre stage diving contemporanei tra il pubblico. “Despoiler Of Cadaver” ha un groove funk e un ritornello irresistibile. La chiameremo hard disco. “Warm Hands” viene introdotto da un lungo feedback e da un noise collettivo ripetuto. Si evolve come un ballatone lisergico e poi ha un inciso sabatthiano prima del ritornello. Infine poppeggia per poi rinvigorirsi. Gemma trasformista con un finale lungo ed emozionante, in un crescendo infinito. “My Lady’s On Fire” vede il secondo chitarrista che va al basso e il bassista prendere il sax. L’incipit è quasi free jazz e poi diventa una ballad west coast dal finale corposo. Il tastierista ha la faccia buffa ed un suono meraviglioso. Lo dimostra nell’introduzione morbida di “Alta”, prima che il brano diventi tutt’altro. “Caesar” sfocia nel garage beat e “Love Fuzz” indugia in un psych rock ipnotico ed ossessivo. Finisce così un gran viaggio liberatorio, volutamente meno stravagante di altre volte, ma molto più concreto. Al palco Adidas Originals troviamo il trio statunitense degli Omni. La band di Atlanta, con due album all’attivo, suona indie rock e post punk con una buona dose di pop wave. Frullano la tradizione anglosassone della fine dei Settanta e dei primi Ottanta, non limitandosi a scimmiottare Wire e Devo, ma attualizzando un suono sempre vivo. Freschi ed asciutti, risultano particolarmente gradevoli e dispensano spunti davvero molto interessanti, compresa una cover personalizzata dei ZZ Top. Conclude la serata il dj set techno house sbarazzino e vagamente dozzinale di Black Madonna, che accompagna il pubblico festante del Ray Ban fino all’alba.

I concerti del 2 giugno

Jane Birkin inaugura alla grande il nostro sabato sul palco Seat, accompagnata da un’orchestra completa di oltre cinquanta elementi. Veste completo nero e camicia bianca. Elegantissima e sorridente, ripercorre un personale omaggio al repertorio di suo marito Serge Gainsbourg, pescandone i brani non particolarmente celebri e scontati. Una regina di stile. Di una bellezza che è solo apparentemente sfiorita, ma che in realtà è mutata nel tempo accompagnandola al meglio. Un fascino immortale e discreto. Tutto arrangiato dal pianista giapponese Nobuyuki Nakajima e suonato dalla Valles Symphony Orchestra diretta dal britannico James Ross. Devo confessare che ho un debole particolare per le orchestre e per le dinamiche che spesso riescono a creare. Questa merita assolutamente. Si commuove e ringrazia la prima violinista per uno splendido solo. Ha parole d’affetto per tutti e soprattutto per il marito che non smetterà mai di omaggiare con il suo canto e la sua vita. Si mostra incredula nel ricevere tanto calore. I brani si susseguono con una grazia ed una perfezione formale impressionante. “Manon”, “La Chanson De Prevert”, “Valse De Melody”, “Jane B.”, tutto appare assolutamente perfetto. Il tenero abbraccio con il direttore d’orchestra, la complicità e i sorrisi che mostrano il lato più squisitamente umano del mito. Ringrazia sorpresa la dolce Barcellona, che le tributa un applauso speciale e poi tutti quanti, per averla resa così felice fino quasi alla commozione. Avrei voluto abbracciarla per le emozioni che mi ha dato e per non aver eseguito “Je t’aime”. Esegue due bis imprevisti scusandosi per aver rubato qualche minuto, prima “L’Anamour” e poi chiude con “La Javanaise”. La gente balla soavemente nel grande spiazzo ed il mondo sembra migliore. Toccante. Allungo il passo fino al palco Primavera per l’esibizione degli Slowdive. Bastano poche note iniziali di “Slomo” per immergersi immediatamente in una sorta di limbo ove fluttuare leggiadri. Il quintetto inglese ha nel proprio suono un marchio di fabbrica inconfondibile. Così anche “Catch The Breeze” si esalta in un tripudio di chitarre reverberate. Non solo shoegaze, ma una vera e propria attitudine. Neil Halstead sembra un ubriacone americano, Rachel Goswell è affabile e sorridente. Formalmente ineccepibili non hanno alcuna sbavatura. Il suono è perfetto, algido e cullante. “Crazy For You” ha delle aperture lisergiche invidiabili. “Star Roving” mostra un gran tiro e le voci sono perfettamente amalgamate. “Souvlaki Space Station” è cadenzata e psichedelica, con un’apertura nella coda finale che ha del clamoroso. Applausi. Lei si alterna oltre che alla voce, anche alla chitarra e alla tastiera. “No Longer Making Time” e “When The Sun Hits” scorrono tra melodie sognanti ed headbanging, con esplosioni d’effetti, ricchi premi e cotillons. Un piacere chiudere gli occhi e lasciarsi abbandonare. “Alison” viene cantata dal pubblico. “Sugar For The Pill” viene accolta dal boato generale. Malinconica e struggente, ma pervasa da un profondo ottimismo. Chiudono con “Golden Air”. La versione è cantata da Rachel, che dopo la strofa si ritira dal palco, lasciando il resto della band a chiudere quest’esperienza di totale trascendenza. Giganti. Giungo al Ray Ban ancora frastornato da tanta bellezza e i Grizzly Bear iniziano il loro show. il quartetto statunitense, guidato da Ed Droste, per il tour ha un elemento aggiunto per la verità messo un po’ in disparte, almeno nell’aspetto coreografico sul palco, ben alle spalle dei quattro. La scaletta è particolarmente efficace e propone un set di art pop ed indie rock evoluto, ben congegnato ed eseguito. Cinque brani vengono tratti dall’ultimo “Painted Ruins”, quattro da “Veckatimest” tra cui una versione di “Two Weeks”, che strappa applausi fin dalle prime note e tre brani da “Shields”. Un concerto tutt’altro che immediato. Uno spessore musicale compositivo e performativo particolarmente invidiabile. Bravi davvero. Chiudono dopo un’ora in grande stile. Di stile ce ne si aspetta tanto al Mango, per l’attesa performance degli Arctic Monkeys. La causa principale del sold out giornaliero è chiara dal numero di gente presente nell’area, che ha necessitato la chiusura di un lato della stessa. L’atmosfera è particolarmente elettrica, già molto prima dell’inizio. Con uno scatto che non pensavo più di possedere e sgattaiolando come un quindicenne, riesco ad avvicinarmi al pit. Sono otto sul palco, almeno per l’esecuzione dell’iniziale “Four Out Of Five”. Poi tocca a “Brainstorm” e quindi a “I Bet You Look Good On The Dancefloor”, che mostrano un buon tiro. Con “Don’t Sit Down ‘Cause I’ve Moved Your Chair”, Alex Turner inizia ad assumere le sembianze e le movenze di un crooner navigato. L’assetto sul palco è variabile a secondo della necessità dei brani. Il frontman spatroneggia con mestiere, passando dalla chitarra, al piano al solo canto. L’influenza di Josh Homme si sente. Si prosegue con: “Why’d You Only Call Me When You’re High”, “505”, “One Point Perspective”, “Do Me A Favour”, “Cornerstone” e “One For The Road”. In “Arabella” inserisce la parola Primavera nel testo, suscitando l’apprezzamento dei presenti. Il suono è maturo e la gente canta a memoria. In cresendo abbiamo: “Tranquility Base Hotel + Casino”, “She Looks Like Fun”, “Knee Socks”, “Pretty Visitors”, “Crying Lighting” e “Do I Wanna Know?”. Dopo poco più di un’ora ai limiti della praticabilità adesso si respira. Ringraziano ed escono. Il primo bis è Batphone”, seguito da “The View From The Afternoon”, mentre la chiusura è affidata ad una bellissima versione di “R U Mine”. Finisce così dopo una bella performance di ottantacinque minuti. Una band matura e consapevole che non avevo mai vuto modo di vedere prima e che forse mi avrebbe divertito di più qualche anno fa. Si torna al palco Primavera per l’unica data europea dei Beach House. Il trio di Baltimora tesse la classica tela dream pop con gusto e mestiere. La voce e la tastiera di Victoria Legrand e la chitarra di Alex Scally, non aggiungono ne tolgono nulla a quanto ci hanno abituato precedentemente. Persino luci e visuals sono le stesse che abbiamo apprezzato nella scorsa edizione di Ypsigrock. I brani del nuovo album “7” non sfigurano affatto dal vivo, ma sono “Myth”, “Lazuli”, “Space Song”, “Mater Of None”, “10 Mile Stereo” e “Elegy To The Void” a farla da padrone. Un buon concerto, perfetto per la decompressione. Quindi un salto al Pitchfork per apprezzare la parte finale dell’esibizione dei Public Service Broadcasting. Il trio inglese per l’occasione è accompagnato da una sezione fiati formata da sassofono, tromba e trombone e da un astronauta con una funzione puramente coreografica. La mezzora di live a cui assistiamo ci infonde un particolare e gradito buonumore. Forti di ciò, chiudiamo la serata e la parte di festival del Fórum con l’elettronica e il synth pop del duo francese The Blaze, che ci fanno ballare per un’ora con gusto, rivelandosi una piacevole sorpresa. Un loro punto di forza sta nell’uso dei visuals che sono una vera è propria installazione, come dimostra la macchina fatta bruciare e ripresa dal vivo, che ha necessitato anche dell’intervento dei pompieri a vigilare che tutto andasse per il meglio.

I concerti del 3 giugno

La pioggia che è caduta sulla città dalla tarda mattinata è finalmente cessata e così arrivo al palco Barcellona al CCCB, poco prima che gli Oblivians inizino a suonare. Il trio è formato da due chitarre e batteria e si prodiga al meglio in un genuino garage punk lo-fi. I brani si susseguono senza soluzione di continuità. Tirati, energici e coinvolgenti. Ispirati e divertenti, generano il pogo delle prime file dall’inizio alla fine dell’esibizione. Nella parte centrale il batterista si scambia con uno dei chitarristi e canta un paio di brani, per poi riprendere il suo posto. Fuzz king viscerale. Il concerto di Fermin Muguruza parte con un lieve ritardo, introdotto da un trio vocale femminile vestito di bianco, che esegue a cappella un canto tradizionale molto suggestivo. Il frontman basco è accompagnato da synth, laptop, pad elettronici, campionamenti e chitarra. I temi sono quelli sociali classici, di lotta, dell’antifascismo e della sinistra globale, ma attualizzati nei suoni rispetto ai tempi di Kortatu e Negu Gorriak. Combat industriale che smuove i presenti e che sorprende nei rifacimenti di alcuni brani celebri del passato. Alla fine però risulta un po’ troppo datato. Dopo una cena opportuna, raggiungiamo l’Apolo per il concerto di Ariel Pink. il pop sixties e fuori tempo massimo del cantante statunitense è la cosa migliore per chiudere in bellezza quest’edizione del festival. Almeno per noi perchè nelle due sale dell’Apolo la festa durerà ancora per qualche ora. I sei musicisti sul palco, danno vita ad uno spettacolo divertente funestato incredibilmente da diversi problemi tecnici. Infatti viene interrotto ben quattro volte, poichè l’impianto ha staccato il segnale esterno per non si sa quale buon motivo. Per tre volte è bastato poco tempo per sistemare tutto e con l’incitamento del pubblico lo spettacolo è riniziato al meglio. Lo show è godibile ma tuttaltro che lineare. I brani sono assolutamente non convenzionali e ricchi di richiami e sfumature diverse. Due voci, tastiere, basso, chitatra e batteria. Il locale è gremito e l’entusiasmo è alto. Lui si accende una sigaretta sul palco non curante del protocollo. Che bello l’Apolo, con i suoi balconi e i suoi arredi è sicuramente il miglior modo per salutare il Primavera Sound. Il quarto intoppo avrebbe minato anche il più paziente dei monaci bonzi. Per cui, nonostante avesse mantenuto un controllo invidiabile fino ad ora, la band non supera l’impasse e sarà il pubblico a concludere il brano in questione con un bel sing along all’unisono. Quindi i musicisti ringraziano e lasciano il palco con qualche minuto d’anticipo. Guadagnamo l’uscita con alcuni amici e imbocchiamo la strada verso casa. Li saluto sulla Rambla, giro a sinistra e rimango solo con il rumore dei miei passi in una carrer sant pau stranamente silenziosa. Sarà il commiato più discreto che avrei potuto immaginare.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore