Primavera Sound Festival @ Parc del ‪Fórum‬ [Barcellona, 28-29-30-31/Maggio/2014]

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Con 190.000 presenze complessive e quasi 350 concerti dislocati tra il principale Parc del Fórum e altre venue di Barcellona, il Primavera Sound Festival non rappresenta più una sorpresa ma è una concreta e solida certezza nel panorama festivaliero mondiale, forte di una eterogeneità stilistica rara e di un’organizzazione inappuntabile. Non più soltanto un evento per nerd e hipster come lo tacciava qualcuno tempo addietro, ma un happening musicale di altissimo livello grazie a line-up invidiabili e di qualità, capace di richiamare un pubblico internazionale di ascoltatori e addetti ai lavori sempre più nutrito, sempre più vario. Soprattutto, sempre più entusiasta di trascorrere alcuni giorni nella città catalana, con la percezione di essere al posto giusto nel momento giusto. Come se nell’ultimo weekend di maggio non ci siano altri luoghi al mondo in cui trovarsi se non Barcellona. Una location che sembra appositamente nata per ospitare un festival del genere, un parco artisti composito, variegato e coraggioso che costringe a dotarsi del dono dell’ubiquità e a compiere sofferte scelte tra le fisiologiche sovrapposizioni del programma. Tutto ciò rende il Primavera Sound una festa per chi ama e vive la musica tutti i giorni e a 360 gradi, capace di esercitare il suo ammaliante fascino in egual modo sui neofiti (come il sottoscritto) e sui veterani.

28/5

Nella prima mattinata raggiungiamo Barcellona in aereo da Fiumicino, al fine di entrare in confidenza con una città a noi sconosciuta e di sistemarci con serenità in vista delle prime esibizioni di quella che è una vera e propria preview del festival propriamente detto. Dopo un giro per la Rambla, il lungomare e Barceloneta e un pranzo a base di pintxos baschi al “Golfo de Bizkaia” raggiungiamo El Born, dove al Convent de Sant Agustí si tiene la conferenza stampa di presentazione del festival e degli artisti italiani presenti (LNRipley, The Vickers, Junkfood e C+C=Maxigross) a cura delle nostrane Sfera Cubica e A Buzz Supreme. Incontriamo visi noti e in un’atmosfera di festa assaggiamo prelibatezze locali mentre comincia a piovigginare. Il preludio di quanto ci avrebbe colpito qualche ora dopo. Dopo una dose provvidenziale di buonissimi churros, alle 18 siamo al Parc del Fórum, le cui moderne strutture colpiscono i nostri occhi facendoci pregustare quanto andremo a vivere nei giorni successivi. L’impressione immediata è che non possa esserci collocazione migliore per un festival di tale portata. Alle 19 salgono sul palco ATP gli inglesi Temples, durante la cui esibizione la pioggia comincia a farsi più insistente. Gli sbarbatelli albionici eseguono sette brani dal debutto ‘Sun Structures’ più la consueta b-side ‘Ankh’ e confermano le ottime impressioni regalateci su disco. Neo-psichedelia ammiccante sulla falsariga dei Tame Impala e del brit-pop à la Kula Shaker. I ragazzi sembrano provenire da un’altra epoca per gusti e scelte stilistiche ma la loro proposta è fresca. Nel dubbio, il frontman James Edward Bagshaw è fermamente convinto che sia giovedì e soltanto l’intervento del batterista Sam Toms lo aiuterà a recuperare la cognizione spazio-temporale. Sulla conclusiva ‘Shelter Song’ si abbatte il definitivo diluvio universale. Badilate d’acqua colpiscono gli irremovibili astanti e causano un ritardo di mezz’ora sulla tabella di marcia. Zuppi più che mai, accogliamo con calore l’arrivo del belga Stromae, probabilmente uno degli artisti con maggior appeal commerciale mai transitati sui palchi del Primavera. Uno show fantastico mostra le doti di una delle migliori popstar del nostro tempo, forte di una qualità musicale indiscutibile e di una presenza scenica studiata ma al contempo sincera, efficace, mai plasticosa. Accompagnato da una band di tutto rispetto, il concerto si focalizza principalmente su estratti dall’ultimo ottimo ‘Racine carrée’, concedendo al passabile debutto l’immancabile ‘Alors on danse’ (la cui coda viene mixata con classici dance anni ’90) e ‘Peace Or Violence’. Chapeau.

Terminata l’orgia pop del belga, arriva il momento di un’altra artista chiacchierata: Sky Ferreira. A prescindere dai problemi tecnici che ne minano l’esibizione, l’impressione è che l’americana sia tutto fuoco e niente arrosto. Accompagnamento musicale live approssimativo, presenza scenica che lascia perplessi, pezzi vacui. C’è ben poco da salvare e pertanto preferiamo tornare in centro, in direzione Sala Apolo, per uno dei concerti più attesi della giornata: sua santità Anton Newcombe coi suoi The Brian Jonestown Massacre. Ad accoglierci una fila estenuante (l’ingresso è limitato alla capienza del pur grande locale catalano) e l’annuncio del sold-out che scoraggia i più pavidi. Restiamo impassibili alla notizia e la perseveranza paga: siamo dentro. In apertura il duo basco Niña Coyote eta Chico Tornado scalda la platea gremita con un revival hard-rock desertico estremamente prevedibile ma tutto sommato efficace. Quindi, ha finalmente inizio il trip psichedelico in compagnia degli otto californiani. Anton Newcombe è all’estrema sinistra del palco, il carismatico tamburellista Joel Gion al centro. Per un’ora il viaggio è assicurato, con una scaletta originale che risparmia alcuni classici (‘Anemone’), pesca dall’ultimo ‘Revelation’ (‘What You Isn’t’, ‘Days, Weeks And Moths’, ‘Food For Clouds’) e torna alle meraviglie di ‘Give It Back!’ (‘Servo’, ‘Whoever You Are’, ‘Not If You Were The Last Dandy On Earth’). In alcuni momenti ci sono addirittura cinque chitarre sul palco. Si dondola sulle note dei The Brian Jonestown Massacre e a fine concerto già lo annoveriamo tra i momenti top del festival. Ne vorremmo ancora ma il tempo è tiranno. La notte all’Apolo continua con Har Mar Superstar e il dj-set degli Holy Ghost! ma, abbondantemente sfiancati dalla pioggia torrenziale del pomeriggio, ascoltiamo soltanto tre brani del Ron Jeremy dell’indie per poi far ritorno in ostello.

29/5

Il primo giorno di festival vero e proprio ci vede raggiungere nuovamente la Sala Apolo, dopo un gustoso pranzo di pesce a ‘La paradeta’ e uno sguardo fugace ma non troppo alla Sagrada Familia. Alle 16, conquistata la prima fila, assistiamo al concerto dei Volcano Choir (aka Justin Vernon/Bon Iver e i Collections of Colonies of Bees). L’atmosfera del locale è ideale per una proposta più intima e raccolta come quella degli americani, pertanto preferita da molti al grande palco Sony dove si sarebbero invece esibiti due giorni dopo. In un’ora cospicua si alternano i pezzi di ‘Unmap’ e ‘Repave’, con spazio anche per qualche inedito che testimonia la vitalità artistica di quello che sarebbe ingiusto considerare esclusivamente un progetto parallelo di Bon Iver. L’atmosfera è sognante: Vernon canta da un simil-pulpito posto al centro del palco, la sua voce ora baritonale ora in falsetto ora modificata dal vocoder ammalia i presenti. Si reclama a gran voce il bis (‘Almanac’). Emozioni. Salutato definitivamente l’Apolo nell’unica giornata in cui le precipitazioni piovose non si paventano all’orizzonte, muoviamo verso un Parc del Fórum completamente aperto e finalmente percorribile in tutta la sua superficie. All’ATP ci immergiamo negli ultimi treni psichedelici dei cileni Föllakzoid. Gli andini sono l’esempio palpabile della qualità offerta dalla loro etichetta, la sempre lodata Sacred Bones. Con le loro composizioni lisergiche si vola. Scendiamo verso i vicini palchi Vice e Pitchfork. Su quest’ultimo si esibisce Glasser: pop elettronico björkiano che convince ma sorprende poco, sebbene le capacità vocali e sceniche in dote a Cameron Mesirow siano indubbie. Sul medesimo stage colpisce, invece, il rock psichedelico degli australiani Pond, band che condivide coordinate stilistiche e alcuni membri con i più blasonati conterranei Tame Impala. Brani dilatati e sconquassanti assoli di chitarra mai eccessivamente esuberanti per un turbine sonico spaziale.

Ci spostiamo verso i palchi principali Heineken e Sony, posti l’uno di fronte all’altro in uno spazio enorme e lontano qualche minuto a piedi dai palchi più piccoli ubicati nelle vicinanze dell’ingresso (scelta logistica più che indovinata). Sul primo, al tramonto, suonano le Warpaint. Le losangeline offrono un live onesto e dreamy, corredato dalla cover di ‘Ashes To Ashes’ di David Bowie, e allontanano qualsivoglia pregiudizio tirando fuori le loro capacità. Brave. Si ritorna quindi all’ATP per uno dei primi appuntamenti con la storia, un tuffo negli anni ’90 dei Neutral Milk Hotel, annunciati per quest’anno già durante la scorsa edizione. Jeff Mangum e i suoi commilitoni si esibiscono in un concerto ad alto tasso emotivo, non solo per chi li ha vissuti all’epoca dei due album in studio ma anche per coloro i quali, a causa di motivi anagrafici, non avrebbero mai immaginato di ascoltare ‘Holland, 1945’ o ‘The Fool’ dal vivo. La scaletta è inappuntabile, la resa live non è da meno, il folk bizzarro degli americani con tanto di fiati e seghe musicali sembra voler riprendersi lo scettro di quanto seminato in terra di nessuno negli anni ’90 e portato in auge successivamente da altri artisti. Mangum regala una ‘Two-Headed Boy’ in solitaria, su ‘In The Aeroplane Over The Sea’ il pubblico esplode nuovamente in un boato. C’è tanto cuore. Voliamo dall’altra parte del Parc dove becchiamo St. Vincent alle prese con ‘Bring Me Your Loves’ in chiusura del suo set e guadagniamo posizioni per l’arrivo di Josh Homme. Alle 23, davanti ad una platea sterminata, i Queens Of The Stone Age irrompono sull’Heineken e inanellano un uno-due micidiale con ‘…Millionaire’ e ‘No One Knows’, giusto per mettere in chiaro che ‘Songs For The Deaf’ è stato una sorta di ‘Nevermind’ degli anni Duemila e che avremmo assistito ad un concerto titanico. Tra i pezzi del fantastico ‘…Like Clockwork’ dell’anno scorso e le hit più celebri, la mostruosa ‘Feel God Hit Of The Summer’ è l’unico brano ripescato dai primi due dischi, con dispiacere di chi è più legato alle origini della band. Ciononostante, Josh Homme e soci sono innegabilmente un’autentica macchina da guerra: sputano fiamme. Il batterista di recente aggiunta Jon Theodore è un motore tritaossa, gli altri musicisti sono affiatati. “Ginger Elvis”, poi, è una sorta di divinità neopagana votata al rock del deserto. L’orgasmo finale di ‘Song For The Dead’ è il modo perfetto per chiudere un concerto pregevole.

Voltiamo le spalle all’Heineken e sul dirimpettaio palco Sony è il momento del secondo headliner di giornata, una delle band più acclamate degli ultimi anni: gli Arcade Fire. Dall’apertura con ‘Reflektor’ e fino alla conclusiva ‘Wake Up’, in due ore di concerto dinanzi ad un pubblico mai così numeroso nel corso del festival, i canadesi inanellano una scaletta prodigiosa e, senza cali di tensione, offrono uno spettacolo grandioso ed esorbitante. Sul palco Colin Stetson al sax e una miriade di altri musicisti, con frequenti cambi di mansione e una dotazione di strumenti apparentemente infinita. È una festa perfetta e ammiccante, sopra le righe e di qualità. La band gioca riprendendo il classico ‘Tequila’ e ospitando pupazzi sul palco durante l’esecuzione, cita ‘My Body Is A Cage’ e a ‘Temptation’ dei New Order su ‘Afterlife’, chiude ‘Rococo’ con un richiamo a cappella a ‘Helter Skelter’ dei quattro baronetti di Liverpool. Su tutto regna la forza contenutistica dei pezzi, merito di una discografia pressappoco inappuntabile. Si finisce inondati di coriandoli. Un carrozzone pop di alta classe. Sbem. Le gambe sembrano volerci abbandonare ma bastano le prime note di ‘F For You’ dei Disclosure per riprendersi e concedersi a spossanti danze. Il duo inglese dei giovani fratelli Lawrence, forte di un esordio clamoroso come ‘Settle’, spara una dopo l’altra le hit a sua disposizione. L’esibizione ha come valore aggiunto il basso live su molti pezzi e come limite la mancanza di interpreti vocali dal vivo. UK garage e deep house della miglior specie, con uno spirito nemmeno troppo sopitamente coatto: dinazi all’immenso Heineken stage la dancefloor è servita. Bravissimi. Infine, raggiungiamo il palco Ray-Ban alle 3 inoltrate del mattino dove un pubblico ancora incredibilmente numeroso acclama i Metronomy. Gli inglesi esauriscono a dovere le ultime cartucce rimaste in seno agli astanti con un set concentrato sull’ultimo ‘Love Letters’ ma senza dimenticare i dischi precedenti, a dimostrazione di uno stile cangiante, ruffiano e leggero che ha saputo modificarsi ed evolversi senza sbavature nel corso degli anni. Ci accasciamo sui gradoni dell’anfiteatro mentre giunge Jamie xx a chiudere la prima giornata di festival. Parte con dischi soul e funky prima di immergersi nella sua opera con i suoi sapienti remix (‘Bloom’ dei Radiohead) o momenti 2-step garage d’alta scuola. Ci allontaniamo mentre l’impianto comincia ad avere alcuni cali e a soffrire i bassoni dell’inglese. Il primo giorno è andato.

30/5

Il risveglio del venerdì è lento e scombina i piani. Persa Julia Holter all’Auditori alle 16, rifocillatici con ottime tapas alla Cerveseria Ciutat Comtal del quartiere Eixample, il grigio pomeriggio di concerti ha il via con Yamantaka // Sonic Titan all’ATP intorno alle 18. Canadesi solo sui documenti d’identità, i cinque risentono fortemente delle origini giapponesi, proponendo un calderone esoterico di J-rock, heavy metal con batteria in doppio pedale, psichedelia orientale ed oscura epicità. Riconoscibile marchio di fabbrica gli acuti vocalizzi di Ruby Kato Attwood e Ange Loft. La pioggia riprende insistente ma poco minacciosa quando sul Ray-Ban Stage tocca ai Drive-By Truckers di Mike Cooley e Patterson Hood. Il loro southern rock raffinato va a cozzare col clima che li accoglie ma ciononostante la band riesce a creare la giusta atmosfera per un concerto di qualità, la cui scaletta si concentra principalmente sull’ultimo ‘English Oceans’, forse trascurando troppo il passato più celebre. Alla fine, illuminata dal ritorno del sole, la band saluta i fedeli astanti con una lunga uscita di scena che permette di applaudire singolarmente i cinque. Mentre il doppio arcobaleno regala uno scorcio mozzafiato ai profili Instagram e Facebook dei presenti, sull’ATP va in scena una delle più gradite reunion dello scorso anno: i Loop. Senza risparmiare sui volumi, il gruppo di Robert Hampson intavola una prelibata abbuffata di rock psichedelico senza tempo, ricordando al pubblico quanto fossero seminali ‘Heaven’s End’, ‘Fade Out’ e ‘A Gilded Eternity’. Sui palchi più grandi, in attesa di quello che sarà l’evento più importante della giornata, suonano le sorelle HAIM. Sospinte dall’hype che ne ha accompagnato le gesta, vengono accolte da un pubblico nutrito e non lesinano energie, lasciando però l’impressione di essere ben poca cosa. Al Sony, alle 21.40, si consuma un ritorno storico: la reunion degli Slowdive. Di tutto il rock inglese degli anni ’90, probabilmente quella più necessaria, quella più emozionante. Il sole è ormai tramontato ma qualche scampolo di luce colora la notte imminente, mentre sul palco Rachel Goswell, Neil Halstead e sodali regalano un’ora di puro sogno, a partire dall’intro ‘Deep Blue Day’ per arrivare alla conclusiva cover di Syd Barrett ‘Golden Hair’. I sorrisi di Rachel, la voce di Neil, il pulsare profondo del basso, le luci discrete, la scenografia minimalista: parla la musica più bella possibile ed è impossibile restarvi indifferenti. Meraviglia.

Sull’Heineken Stage, invece, è tempo di timbrare il cartellino della storia con i Pixies, ormai tornati all’opera da un decennio e freschi di come-back discografico con ‘Indie Cindy’. Accompagnati da Paz Lenchantin al basso al posto della già dimissionaria Kim Shattuck (che a sua volta aveva sostituito la fondatrice Kim Deal), in 25 brani Black Francis e compagni ripassano tutta la loro epopea culminando l’esibizione con l’immortale ‘Where Is My Mind?’. Nonostante l’ascolto delle canzoni di ‘Doolittle’, ‘Come On Pilgrim’ o ‘Surfer Rosa’ difficilmente possa lasciar freddo il pubblico del Primavera, l’esibizione ci sembra moscia, stanca, poco dinamica. Che la reunion dei Pixies abbia davvero già detto tutto? Con un pizzico di delusione torniamo all’ormai prediletto ATP stage, dove è impossibile perdersi gli Slint, i veri precursori del post-rock. Viene eseguito nella sua interezza il fondamentale ‘Spiderland’, a cui si aggiungono tre estratti da lavori “minori”. Distanti dal pubblico sia fisicamente sia mentalmente, i signori del Kentucky regalano una lezione di storia con un set mostruoso e irreprensibile. Barcellona capta est. Arrivata l’una di notte, mentre i The National ospitano Bon Iver e i Darkside di Nicolas Jaar e Dave Harrington si esibiscono in uno dei concerti più apprezzati dal pubblico del Primavera, sui contigui Pitchfork e Vice spazio a una piccola ma significativa componente metal. Se sul primo i californiani Deafheaven sputano a volumi assordanti il loro spettacolare mix di black metal e shoegaze, sul secondo tocca ai norvegesi Kvelertak vincere il premio di band più simpatica della giornata. Con l’esordio omonimo e il più recente ‘Meir’, il sestetto di Stavanger è autore di un mix incredibile dei sottogeneri metal più disparati, forti dell’apporto decisivo di tre chitarre. Non è mai stato così facile passare nello stesso brano da una sfuriata in blast-beat tipicamente black ad assoli di stampo puramente hard-rock degni di ‘Appetite For Destruction’. Il cantato è rigorosamente in norvegese, ça va sans dire. Menzione d’onore per il frontman Erlend Hjelvik, vichingo barbuto e capellone che sfida il freddo del mare pancia all’aria mentre tra il pubblico assistiamo al primo vero e proprio crowdsurfing del festival. All’ATP incorriamo nella prima delusione di giornata: SBTRKT. Accompagnato sul palco da altri due musicisti e da un gigante animale gonfiabile a metà strada tra un felino e un mustelide, il live del produttore inglese è minato da una marea di problemi tecnici a cui si riesce più o meno a far fronte. Tralasciando le sfortune a lui non imputabili, non convince nemmeno l’aspetto artistico di un set poco incisivo, sciatto, poco avvincente. Neanche l’intervento dello storico collaboratore Sampha alle voci riesce a risollevare le sorti di un concerto nato storto che non rende giustizia alle qualità compositive di SBTRKT. Come il giorno precedente, spetta al Ray-Ban Stage regalarci le ultime emozioni del giorno. Proviene dall’Australia una delle sorprese discografiche più positive dello scorso anno: i Jagwar Ma. Il live del trio conferma ampiamente l’efficacia dei pezzi di ‘Howlin’ e soprattutto la loro varietà musicale, capace di fondere con originalità Madchester sound, psichedelia pop, baggy ed elettronica big beat. La formula funziona che è una meraviglia, nonostante l’eccessivo entusiasmo del frontman Gabriel Winterfield in alcuni passaggi ne penalizzi la prova vocale. Si finisce sfiancati accanto ai Kvelertak sui gradoni ad ascoltare le mine del francese Laurent Garnier, artefice di un set che ricorda a tutti chi è il maestro del French Touch.

31/5

L’ultimo giorno di festival regala anticipata malinconia sin dalle sparute gocce di pioggia che accolgono il nostro arrivo al Parc del Fórum, dopo un soleggiato primo pomeriggio trascorso nuovamente tra Barceloneta e El Born (immancabile l’abbuffata di tapas e patatas bravas a Txakolin e al Bar del Pla). Fatta razzia di merchandise allo stand di Rough Trade e appresa la cancellazione del concerto di Macaulay Culkin e dei suoi The Pizza Underground (meno male?), al Vice Stage assistiamo agli ultimi pezzi di La Sera, nuovo progetto di Katy Goodman delle Vivian Girls. Indie-pop senza infamia e senza lode che scivola via indifferentemente come le ultime gocce piovute dal cielo. All’ATP incrociamo Hebronix, nuovo progetto di Daniel Yuck dalle motivazioni avanguardistiche e dall’approccio minimale. Francamente velleitario. Al Ray-Ban invece vanno di scena gli Islands dal Canada, band fin troppo sottovalutata sinora. Nonostante lo smalto degli esordi (‘Return To The Sea’ e ‘Arm’s Way’) sia stato smarrito, l’alt-pop dei ragazzi di Montreal convince in tutte le sue sfumature. Con un po’ di focalizzazione compositiva in più, probabilmente i canadesi oggi sarebbero davvero un grande gruppo. ‘Marquee Moon’ dei Television è un diamante pregiato incastonato nella storia del rock. Al Sony la band di Tom Verlaine lo esegue nella sua interezza (senza rispettarne l’ordine di tracklist e con la magnifica title-track in chiusura) dinanzi ad una platea gremitissima riscaldata dal sole del tramonto. È vero, l’età si fa sentire e accordare gli strumenti ad ogni pezzo senza abbassarne i volumi alla lunga risulta fastidioso, ma quando si ascoltano brani di tale caratura per mano di chi li compose nel lontano 1977 bisogna goderne in silenzio, avendo il coraggio di interromperlo solo per applaudire. Qualcuno che, invece, non risente per nulla degli anni che avanzano è Caetano Veloso. Inseguito a lungo dagli organizzatori del Primavera, l’artista brasiliano commuove per energia e qualità con un concerto indimenticabile. Il mare sullo sfondo, i monumenti del tropicalismo, un bagno di folla: è poesia. Una delle novità più intriganti di questa edizione del Primavera Sound Festival è la Boiler Room, realizzata in un tendone a cupola che ha visto esibirsi Dominick Fernow nelle sue tre personalità, The Haxan Cloak, Lunice e altri artisti di musica elettronica. Vista la mole di sovrapposizioni, a malincuore tributiamo visita soltanto per uno special set di John Talabot. La sala è oltremodo piena e farsi largo al suo interno non è facile, ma riusciamo a ballare esaltati grazie ad una selezione spettacolare di dischi funk e disco ad opera del talento spagnolo. La chiusura con ‘Everybody Dance’ degli Chic vale tutto. Cambio di sonorità e di approccio e via in direzione ATP per il rito sciamanico dei Godspeed You! Black Emperor. 2 ore di concerto complessive (noi ce ne concediamo soltanto una, peraltro seduti in contemplazione), 5 brani: ‘Hope Drone’, ‘Mladic’, ‘Gathering Storm’, ‘Moya’, ‘Behemoth’. Luci inesistenti, sullo sfondo vengono proiettate immagini di epoca ed epistolari. Un poderoso spettacolo di rara bellezza, che rapisce e porta via sballottando in altre dimensioni. Che band.

Maciniamo chilometri per andare a vedere Kendrick Lamar, probabilmente la più grande rivoluzione nella storia delle scelte artistiche del festival. Accompagnato da una band di tutto rispetto (sezione ritmica mostruosa), la nuova star dell’hip-hop americano rappresenta una scommessa vinta. Quasi un’ora di hit (‘Swimming Pools’, ‘Bitch Don’t Kill My Vibe’, ‘Backseat Freestyle’), presenza scenica che non eccede in pose bling-bling fuori contesto, un pubblico che all’inizio appare stordito ma che si piega allo spettacolo del rapper facendosi coinvolgere in gare di urla. Bene così. Dinanzi al VICE una folla mai vista acclama i Cloud Nothings, ma il nostro viaggio nella musica black continua al Pitchfork con Blood Orange, nuova mutazione di Dev Hynes dopo Lightspeed Champion (senza dimenticare la parentesi Test Icicles di metà anni Duemila). Smarrite le velleità cantautoriali e l’amore per Solange Knowles, con ‘Coastal Grooves’ e ‘Cupid Deluxe’ il nostro ha riscoperto l’r&b, il funk e la passione per i synth, atteggiandosi con classe a novello Prince o Michael Jackson. Lo show portato al Primavera ne avvalora le scelte artistiche, grazie all’appoggio di una band talentuosa (il bassista macina riff funky con una naturalezza invidiabile). Lo accompagnano alla voce una capace sosia della suddetta Solange e la nuova compagna Samantha Urbani – nome da Brazzers – i cui interventi vocali sarebbero decisamente dispensabili, ma tant’è. Dev vince nelle classifiche di paraculaggine, ma ha davvero talento da vendere. Basti citare ‘Always Let U Down’, cover insospettabile di ‘I Can Only Disappoint U’ dei Mansun. Ulteriore cambio di genere con i Mogwai all’ATP. Si dice che col tempo si fossero un po’ persi e che solo ultimamente si siano “riacchiappati”. Vox populi, non vox Dei. Gli scozzesi – vicini alle istanze indipendentistiche della Catalogna di cui espongono una bandiera – annichiliscono il pubblico del Primavera con un set micidiale che li conferma tra gli alfieri più talentuosi del post-rock. Placidi momenti si alternano a bordate chitarristiche in crescendo emotivi da brividi. Irresistibili. Spostandoci verso l’Heineken, godiamo degli ultimi pezzi dei Nine Inch Nails. E che pezzi: ‘The Hand That Feeds’, ‘Head Like A Hole’ e l’intensissima ‘Hurt’. Scusa se ti abbiamo calcolato poco, Trent. In compenso non ci perdiamo nemmeno una nota dei Foals, una delle realtà inglesi di più interessanti dell’ultimo decennio. Dopo la lunga ‘Prelude’, la band di Oxford dà in pasto al pubblico i pezzi più indovinati dell’ultimo ‘Holy Fire’ (‘My Number’ è a dir poco contagiosa) a cui affiancano estratti di ‘Total Life Forever’ (la title-track e ‘Spanish Sahara’) e ‘Antidotes’ (‘Red Socks Pugie’ e la conclusiva ‘Two Steps, Twice’). Trainati dall’estro scenico del cantante/chitarrista Yannis Philippakis – non mancherà di fiondarsi sul pubblico – gli inglesi rientrano a buon diritto nella top 10 finale dei concerti visti. È momento di bilanci e soprattutto di accommiatarsi dal Parc Del Fórum, non prima di ballare senza sosta all’ATP con i Cut Copy. Con una scaletta costellata di pezzoni, da ‘We Are Explorers’ a ‘Need You Now’, i quattro di Melbourne spremono le ultime energie rimasteci in corpo con un mix letale di ritmi dance, synth-pop e ritornelli da cantare a squarciagola. Alcuni la chiamano indietronica, chi scrive ama definirla ‘Screamadelica dell’eurodance’. Divertentissimi. A malincuore preferiamo l’ineccepibile metropolitana di Barcellona a Daniel Avery. Il sipario cala definitivamente sulla quattordicesima edizione del Primavera Sound Festival. Ci avevano detto che, dopo la prima volta, non si può più rinunciare ad andarci. Quanto manca al 27 maggio 2015?

Livio Ghilardi

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