Primavera Sound Festival @ Parc del ‪Fórum‬ [Barcellona, 27-30/Maggio/2015]

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Parafrasando il motto della squadra più vincente della città in cui si tiene, alla sua quindicesima edizione il Primavera Sound Festival di Barcellona è “més que un festival”. Più di 175 mila partecipanti in 3 giorni, 365 concerti, tantissimi palchi, una macchina organizzativa praticamente impeccabile. In più: innegabile qualità artistica, gioia e spensieratezza evidenti tra i presenti, vivibilità invidiabile e la consueta nostalgia quando, all’alba della domenica mattina sulle note del tradizionale dj-set conclusivo di DJ Coco, cala il sipario su giornate splendide – quest’anno peraltro corredate da un clima magnifico – sognando già la prossima edizione. In barba a quanti si sono lamentati di una line-up sotto le aspettative, anche quest’anno il festival ha comportato una serie infinita di scelte difficili tra concerti e palchi. Come sempre, superato l’iniziale panico da timetable, si è trattato di un grande compromesso tra cuore, testa e gambe.

Mercoledì 27 maggio (day 0)

Come da tradizione, sebbene le giornate effettive del festival siano quelle di giovedì, venerdì e sabato, già dai giorni precedenti l’incantevole Barcellona comincia a popolarsi di eventi gratuiti legati al Primavera Sound.

ALBERT HAMMOND JR (Parc del Fórum)
Il chitarrista degli Strokes – attesissimi headliner del sabato – presenta il suo repertorio solista, ripescando anche qualche chicca della sua band madre e una cover di ‘Ever Fallen In Love’ dei Buzzcocks. Oltre ogni attesa, il figlio d’arte coinvolge il nutrito pubblico del Parc con un set ottimo e d’impatto, coadiuvato da irreprensibili compagni di band. Vince lui il confronto con Julian Casablancas – impegnato nei giorni successivi con gli improponibili The Voidz – ma, viste le condizioni del frontman degli Strokes, diciamo che non c’è mai stata gara.

ORCHESTRAL MANOEUVRES IN THE DARK (Parc del Fórum)
Pura nostalgia synth-pop anni ’80 con la band di Paul Humphreys e Andy McCluskey, entrata negli annali per la celeberrima ‘Enola Gay’. È proprio con il loro cavallo di battaglia che ha inizio il concerto, nel visibilio generale. Un’ora di tastiere e spensieratezza, senza velleità artistiche ma con il solo intento di far divertire. Spazio anche per qualche pezzo nuovo di zecca, ma fino alla conclusiva ‘Electricity’ – incredibile la somiglianza delle strofe con ‘The Kids Aren’t Alright’ degli Offspring – è solo un tuffo nostalgico in un’epoca ormai lontana. Salvo qualche passaggio al limite dello stucchevole, nel complesso un’esibizione credibile e deliziosa.

VIET CONG (Sala Apolo)
Autori di uno dei dischi più interessanti del 2015, i quattro canadesi – tra cui due ex Women – iniziano lo show con basso profilo prima di spingere sull’acceleratore, rivelarsi spigliati padroni del palcoscenico e sprigionare tutta la loro deflagrante verve fino alla (troppo?) lunga coda della conclusiva ‘Death’. Post-punk sì retromaniaco ma proposto con tutti i crismi: ritmi ossessivi, riff taglienti, sezione ritmica imperiosa, qualche sparuto synth, la giusta dose dopata di acidità. Bella botta.

THE SUICIDE OF WESTERN CULTURE (La [2] De Apolo)
La prima vera rivelazione del festival: il duo catalano gioca con synth, pedali e drum machine creando un muro di suono elettronico di sorprendente qualità, mentre sullo sfondo i visual si (con)fondono con la proiezione delle loro ombre. Approccio noise e reminiscenze post-rock incontrano l’elettronica più pop e ritmi da accogliere braccia al cielo. A un certo punto sul palco viene issata una Madonna illuminata da led tamarrissimi. Peccato per il finale un po’ brusco, altrimenti sarebbero stati da top 5.

Giovedì 28 maggio (day 1)

Ravvivando l’ottima esperienza dello scorso anno con i Volcano Choir, scegliamo di inaugurare il primo giorno di festival con l’extra-show degli Interpol alla Sala Apolo, prima di tuffarci nell’overdose concertistica del Fórum.

INTERPOL (Sala Apolo)
L’ultimo disco ‘El Pintor’ ha fortunatamente rigenerato le condizioni e ravvivato le quotazioni della band newyorchese che, con il penultimo album omonimo, sembrava invece condannata alla morte (quantomeno artistica). Iniziato con qualche minuto di ritardo, il concerto sfoggia gli episodi migliori della carriera decennale della band: ‘Turn On The Bright Lights’ è quindi protagonista indiscusso, ma non solitario. L’esibizione in sé è (solo) buona: la chitarra di Daniel Kessler s’impone su una sezione ritmica fin troppo presente a livello di volumi ma poco determinante in termini qualitativi (il macroscopico errore di tonalità del bassista Brad Truax sulla splendida ‘Untitled’ ne è un esempio). La voce di Paul Banks, pur esente da errori, non viene mai fuori a dovere ma ciononostante regala emozioni. La forza degli Interpol, d’altronde, restano pezzi di pregiata fattura come ‘NYC’, l’iniziale ‘Say Hello To The Angels’, ‘Rest My Chemistry’ o – tra le più recenti – la conclusiva ‘All The Rage Back Home’. Non saranno mai una live band di alto profilo, ma agli Interpol si vuol bene.

BENJAMIN BOOKER (Parc del Fórum)
È il primo show a cui assistiamo al Fórum: l’americano offre la colonna sonora ideale del caldo tramonto catalano con la sua riuscitissima ripresa di sonorità blues e garage a velocità punk.  Un concerto entusiasmante che trova la sua forza nella voce roca e sensuale di Booker. Tornati a casa siamo corsi a riascoltare il suo debutto dello scorso anno.

THE REPLACEMENTS
Tra le reunion di quest’edizione, quella dei Replacements è stata certamente tra le più appassionanti. In un’oretta tiratissima, i quattro del Minnesota mostrano di essere invecchiati benissimo e regalano una sequenza pazzesca di brani, corredata da alcune cover (‘I Want You Back’ dei Jackson 5, ‘Maybellene’ di Chuck Berry, un improvviso e inaspettato accenno a ‘Love Will Tear Us Apart’). Il pubblico – tantissimi gli italiani, tra i quali Gigi Datome – risponde esaltato. La chiusura con ‘Alex Chilton’ e i bis ‘Never Mind’ e ‘I.O.U.’ è da antologia. Un ritorno dalla grande portata suggestiva, però già destinato ad esaurirsi.

MINERAL
Lunga traversata del Fórum per una reunion di ben altro sapore. Campioni dell’emo americano degli anni ’90, il quartetto di Austin costruisce un set di elevata intensità e trasporto con tutti i diamanti del proprio forziere. L’esecuzione è tecnicamente pregevole, forse anche troppo rispetto all’immediatezza della sostanza sonora e a quanto immortalato nei solchi dei loro album. Un tuffo al cuore e un salto indietro nel tempo. Emozioni: anche questo è ciò che il Primavera Sound sa regalare.

BRAND NEW
Ideale prosecuzione del concerto dei Mineral, ci regaliamo una buona porzione dello show dei Brand New, autori – tra gli altri – di quello splendido disco che risponde al nome di ‘The Devil And God Are Raging Inside Me’. Emo, punk e alternative tutti condensati in una proposta travolgente ma al contempo eccezionalmente raffinata, esaltata dalla sfavillante voce di Jesse Lacey (fiore all’occhiello). Sempreverdi.

SPIRITUALIZED
Jason Pierce, t-shirt bianca e occhiali da sole, sembra un’entità frutto di visioni psichedeliche direttamente catapultata sul palco dell’ATP. A circondarlo un numero cospicuo di musicisti e il consueto stuolo di coriste. Nella scaletta manca qualcuno dei classici e si punta più che mai tutto sulla dilatazione onirica di suoni atmosferici e scarni, sui quali si installa la voce dell’ex-Spacemen 3 (in chiusura verrà appunto ripescata la solita ‘Walkin’ With Jesus’). Forse meno sbalorditivi rispetto ad altre occasioni, gli Spiritualized rimangono comunque un viaggio assicurato.

CHET FAKER
Nick Murphy ha definitivamente spiccato il volo, restava da capire quale fosse la sua capacità di resistenza ai venti. Lo show del Primavera ne conclama talento e qualità esecutiva, sebbene i passaggi più esaltanti restino quelli in cui, come agli inizi, rimane da solo a fronteggiare il pubblico. Ancora da inquadrare, invece, l’affiancamento degli altri musicisti: in alcuni momenti Chet sembra uscirne artisticamente snaturato. Promosso con invito alla purezza.

THE BLACK KEYS
Sviliti da suoni scadenti e da volumi troppo bassi, i Black Keys sono la prima delusione del festival, nonostante una parte finale di scaletta da greatest hits. Patrick Carney è un batterista discreto e nulla più, Dan Auerbach pur tecnicamente egregio non riesce a sobbarcarsi l’intera riuscita del live, l’apporto dei turnisti è impalpabile. Potrebbero spaccare il mondo – un tempo pare lo facessero – ma arrancano nell’ordinarietà riducendosi al compitino. Se ci si mettono i problemi d’acustica, poi, il risultato lascia davvero il tempo che trova. Rammarico.

JAMES BLAKE
Il vincitore della prima giornata del festival è l’artista inglese. Accompagnato da due musicisti egregi, l’impigiamato Blake ammutolisce il folto e attento pubblico con un concerto mirabolante per intensità emotiva e qualità tecnica. Si parte dai singoli d’esordio ‘Air & Lack Thereof’ e ‘CMYK’, si passano in rassegna i due album in studio, si tributano due artiste come Feist e Joni Mitchell con le magnifiche cover rispettivamente di ‘Limit To Your Love’ e ‘A Case Of You’, si arriva alla gustosa title-track del prossimo album ‘Radio Silence’ e all’ultimo singolo ‘200 Press’, caratterizzato da tratti deep e black che farebbero gola ai Disclosure. Non un semplice stato dell’arte: Blake si diverte a rivisitare le sue opere, rimodellando passaggi, inserendo nuovi strumenti, allungandone le code. Tra contemplazione soul e sobrie strizzate d’occhio al dancefloor, un’esperienza onnicomprensiva e totalizzante. Trionfo.

ANDREW WEATHERALL
Incrociati i Jungle con il loro singolone ‘Time’, spetta al produttore di Windsor prendere in gestione il palco Ray-Ban e regalare al pubblico un dj-set trascinante e azzeccato. Maestro e mattatore, da sempre.

RICHIE HAWTIN
Se a nome Plastikman il canadese continua a saper difendere egregiamente il suo importante e ambivalente ruolo nel mondo della techno, con i suoi dj-set il Nostro preferisce adagiarsi comodamente su una cassa massimalista e, alla lunga, retorica, poco rappresentativa delle sue vere capacità. In molti ci sono esaltati, ma non fa per noi.

Venerdì 29 maggio (day 2)

La seconda giornata di festival ha inizio con i concerti pomeridiani al Parc de la Ciutadella, a pochi passi da El Born e dalla Barceloneta. Sole a picco, bevande rinfrescanti e un alveare che costringe l’intervento dei vigili del fuoco, causando un po’ di ritardo sul programma. Nulla che non si potesse risolvere con tintarella sull’erba e buona musica, prima di muovere verso il Fórum.

LES SUEQUES
Quartetto catalano per tre quarti al femminile, propongono un pop dai tratti punk e garage in lingua madre. Godibili al sole del Parc ma fin troppo ordinarie per la vita reale.

HISS GOLDEN MESSENGER
Interessante progetto di recupero e revival della tradizione Americana, i tratti southern, blues e country di M.C. Taylor e soci fungono da azzeccata colonna sonora dei raggi solari, con un filo di noia sulla lunga distanza.

CHEATAHS
Il sole e l’alveare certamente non hanno aiutato il quartetto inglese a entrare nel mood giusto per il loro shoegaze, ma il live della Ciutadella disattende le splendide impressioni offerte su disco, rivelando in particolare un apparato canoro del tutto carente nonostante l’alternanza di ben tre voci. La sola e riuscita ‘Geographic’ prova quantomeno a risollevare le sorti dello show, che per il resto invece delude.

TWERPS
Chi invece esce rinvigorito nella performance dalle condizioni metereologiche è il gruppo australiano di Martin Frawley. Il menù offre gemme pop con chitarre jangly, linee vocali cantabili e ritmi spensierati, come le scuole del twee-pop e del college-rock anni ’80 hanno insegnato al quartetto. Se vi si aggiunge un buon sense of humour il gioco è fatto.

THE KVB (Parc del Fórum)
Atmosfere kraut/gaze si lasciano dominare dalle tenebre di una base elettronica oscura e dalla dark-wave, con la benedizione di Anton Newcombe: così potremmo definire in modo esaustivo la proposta del duo inglese composto da Nicholas Wood e Kat Day. Necessariamente statici su un palco – l’ATP – sproporzionato per loro, estraggono dal cilindro suoni di tutto rispetto e superano l’incubo di quella ripetitività che talora trapela su disco, con gusto e oscura sobrietà.

EX HEX
Il power-trio di Mary Timony è un autentico toccasana: 1,2,3,4 e via con le instant-hit del gran debutto ‘Rips’. Garage-rock, power-pop e punk gli ingredienti di una pozione energizzante e antidepressiva che graffia in gola, invitando all’ancheggiamento incessante.

THE NEW PORNOGRAPHERS
La band canadese, dopo aver regalato svariate scosse nel corso di una carriera quasi ventennale, ci era sembrata destinata a rimanere una gregaria del power-pop, come se non potesse più raggiungere risultati artisticamente arditi. Invece, il live dell’ATP mostra un gruppo in forma, tremendamente compatto, abile nel muoversi tra le proprie creazioni e capace di riproporle con intelligenza e alto grado di coinvolgimento, in modo per nulla scontato. Sorpresa.

TOBIAS JESSO JR.
Sarà forse circondato da troppo hype ma ‘Goon’, esordio dell’artista canadese, è un disco che ci ha rapiti. Spiace dunque aver assistito alla necessaria resa del musicista davanti ai volumi troppo alti dei palchi adiacenti: New Pornographers prima e White Hills poi hanno sovrastato il pianoforte a coda e/o la chitarra acustica e la voce di Tobias, incapaci di competere. Ciononostante, il giovane cantautore non ha lasciato nulla di intentato, reclamando volume a più riprese e andando avanti lì dove altri se ne sarebbero andati spazientiti. Fosse stato all’Auditori, si sarebbe trattato di uno dei concerti più interessanti e toccanti del festival. Al Pitchfork, vinto dai vicini, abbiamo solo preso atto di quanto avrebbe potuto essere e invece non è stato.

WHITE HILLS
È ben evidente perché sul Pitchfork Tobias Jesso Jr. non abbia potuto “farsi sentire”: sull’adiacente Adidas Originals il duo composto da Dave W. e Ego Sensation – a cui nel live si aggiunge il batterista DiamondRod – marcia a mo’ di rullo compressore con i suoi lunghissimi, spaziali, psichedelici treni kraut. Formula perfetta, effetti psicotropi garantiti.

BELLE & SEBASTIAN
Dinanzi a una folla sterminata il collettivo scozzese guidato da Stuart Murdoch organizza una festa pop che emoziona, regala sorrisi ma, talora, rischia di risultare stucchevole. I singoli più recenti sono onesti, i classici – anche quelli più inaspettati, come ‘Electronic Renaissance’ – sono irresistibili, su ‘The Boy With The Arab Strap’ si assiste anche a una generale invasione di palco. Professionali e ultracollaudati, carezzevoli e preziosi, si esce dal concerto dei Belle & Sebastian riconciliati con il mondo, forse giusto in tempo per non esserne travolti.

SHABAZZ PALACES
Primi artisti hip-hop ad accasarsi su Sub Pop, Ishmael Butler e Tendai Maraire confermano di essere assoluti protagonisti dell’avanguardia e della sperimentazione nel proprio genere. Flow instabile, ritmiche sovrapposte e spezzate, percussioni mai banali, varietà di soluzioni e di riferimenti: fantasmagorici.

RUN THE JEWELS
L’intro autocelebrativa ‘We Are The Champions’ dei Queen – che coraggio! – richiama tutti all’ordine, prima che Killer Mike dichiari “we’re gonna burn this stage to the motherfuckin’ ground”. Così è: i nuovi eroi dell’hip-hop americano si prendono il Primavera Sound con un set pauroso, forti di produzioni detonanti (soprattutto quelle di ‘Run The Jewels 2’) e di un rapping sopraffino. Nessun calo di tensione, nessuna forzatura, nessuna posa: solo micce da far esplodere. Devastanti.

RIDE
Lo scioglimento dei Beady Eye ha avuto il grande merito di permettere a Andy Bell di riunire i Ride, concedendo al quartetto di raccogliere in ritardo i frutti di quanto splendidamente seminato negli anni ’90, quando di fatto si proposero come traghettatori dello shoegaze verso i porti del Britpop. Questo concerto da headliner al Primavera, sulla falsariga di quanto accaduto lo scorso anno con gli Slowdive, è come il giro di campo che si riserva ai giganti dello sport. Bell, Gardener, Colbert e Queralt avvalorano la propria portata artistica incrollabile proponendo quasi tutte le hit del loro periodo di grazia – quello dei primi Nineties – con un approccio però poco shoegaze e molto rock nel senso più tradizionale del termine. Una scelta (forse) resa necessaria dal contesto o dal corso dei tempi, che delude profondamente chi si aspettava un mare di delay, ma tutto sommato comprensibile e portata a compimento con autorevolezza. Grazie a ‘Vapour Trail’ o la conclusiva ‘Chelsea Girl’ – per citarne un paio –  riemerge la Storia a cui sinora non era stato reso il giusto e doveroso omaggio, in uno show celebrativo negli intenti ma non nella realizzazione.

ALT-J
Due album sono bastati al combo inglese per conquistarsi lo slot da headliner. Meritato? Sì per la calorosa accoglienza ricevuta; ni per l’effettivo valore artistico (il secondo ‘This Is All Yours’ è un disco medio, a tratti molto buono, per altri versi mediocre); no per la consistenza del live. Nonostante le hit dell’esordio svelino tutto l’estro del gruppo, in più momenti è la noia a vincere sul trasporto emotivo e mentale. Pur non demeritando dal punto di vista dell’esecuzione – la voce di Joe Newman non ci è parsa così incerta come spesso ci è stata descritta – manca ancora quel quid pluris che permetta agli Alt-J di emanciparsi dallo stato di live-band credibile ma semplicemente di medio livello.

RATATAT
Parevano finiti nel dimenticatoio, invece il duo newyorchese è vivo e lotta insieme a noi, proponendo un convincente riassunto dei quattro dischi in studio. Elettronica dall’impronta chitarristica per nulla scontata, accompagnata da un buon lavoro visual. Un bello show, ma nulla per cui ci strapperemmo i capelli.

THE SOFT MOON
Spetta all’ipnotico progetto di Luis Vasquez chiudere il secondo giorno di festival alle quattro del mattino. Affiancato da due musicisti, il californiano – recentemente di stanza a Venezia – propone un live egregio, affascinante e asfissiante, che esalta in particolare l’apporto magnetico della sezione ritmica, specialmente delle percussioni. Il rapimento è totale finché lo show viene interrotto bruscamente: scopriremo solo in seguito che una ragazza delle prime file è stata vittima di un attacco epilettico. Nonostante le resistenze di Vasquez, si riprende per la sola ‘Want’. Una buonanotte sofferta alla fine di uno degli show più positivi dell’intera kermesse.

Sabato 30 maggio (day 3)

THE HOTELIER (Parc de la Ciutadella)
Se con le reunion dei Mineral e degli American Football il Primavera ha voluto rendere omaggio alla storia dell’emo, con lo schieramento in line-up dei The Hotelier (ex-The Hotel Year) si è voluto mettere in mostra il presente del genere. Sotto il sole cocente dell’ora di pranzo, in un’atmosfera da festa liceale come rileva sorridente il cantante Christian Holden, i quattro del Massachussetts propongono con naturalezza e sincerità quanto di ottimo realizzato in studio, coinvolgendo il pubblico della Ciutadella: in molti cantano i pezzi a memoria. Emo di prima e seconda generazione misto a pop-punk, giovane nell’attitudine, maturo nella composizione. Un party dell’anima.

DIIV (Parc del Fórum)
Il progetto di Zachary Cole Smith è l’accompagnamento musicale perfetto al tramonto sul Parc del Fórum: chitarre jingle-jangle, atmosfere sognanti, voce rarefatta, piglio pop seducente e deliziosamente ipnotico. Trova spazio anche qualche anticipazione dal futuro seguito di ‘Oshin’, finora unico album pubblicato. Per gli amanti del gossip, avvistata Sky Ferreira in contemplazione del suo storico fidanzato.

AMERICAN FOOTBALL
Quando il telo con la copertina di ‘American Football’ viene issato sullo sfondo del palco, già il cuore comincia ad ansimare. L’ingresso timido di Mike Kinsella e soci porta alle naturali conseguenze. Diciassette anni sono passati dall’uscita del primo e unico album del gruppo: i segni dell’età si affacciano sui volti, ma la loro musica è invecchiata divinamente. ‘Never Meant’, ‘For Sure’, ‘Honestly?’ sono la viva testimonianza di una delle creature più fulgide che gli anni Novanta abbiano regalato. Il timbro di Kinsella è ancora fragile ed emozionante, i tempi dispari e i cambi di rotta improvvisi trascinano come al primo ascolto, la tromba del batterista Steve Lamos fa capolino qua e là portando con sé un carico agrodolce di malinconie. La band gestisce il palco come se fosse all’interno della sala prove ricavata nel garage di quella casa ritratta nell’artwork del disco: proprio quello che ci aspettavamo dagli American Football. Surreale poterlo vivere.

FOXYGEN
Pare che a fine tour si scioglieranno, nel frattempo la band di Sam France e Jonathan Rado ne approfitta per presentare al Primavera un baraccone esuberante, sorprendente e sopra le righe. Nell’ora a disposizione del gruppo – particolarmente composito sullo stage, con tanto di coriste – ci sono gag, cambi d’abito, brusche interruzioni. France ha studiato da frontman alla corte di Mick Jagger e di Iggy Pop, portando il tutto all’eccesso, come dimostrato dalle corse funamboliche su e giù dal palco e dagli atteggiamenti promiscui e provocatori. La musica recita una parte fondamentale, in ogni caso: ritmi e influenze cambiano all’interno dello stesso pezzo con nonchalance quasi tracotante. Come se Rolling Stones e Velvet Underground si fossero fusi in un musical sgangherato: stupefacenti, caciaroni. Speriamo cambino idea sul loro futuro.

UNKNOWN MORTAL ORCHESTRA
Insieme a James Blake, probabilmente Ruban Nielson e soci meritano la palma per il migliore concerto del festival, premiando così la nostra lunga corsa che dai palchi più grandi ci ha condotto al piccolo Adidas. Il nuovo, terzo album ‘Multi-Love’ ha quasi stravolto il discorso di psichedelia lo-fi affrontato dal neozelandese nei primi due dischi, incorporando inattesi elementi soul e R&B che ricordano da vicino Prince. Il live si pone perfettamente nel solco di tale evoluzione, aggiungendo addirittura vette d’improvvisazione in odor di jazz, giri di basso funky e una vena pop che lascia stupefatti. Il coinvolgimento del pubblico è totale, con tanto di crowdsurfing da parte di un ragazzo sulla finale ‘Can’t Keep Checking My Phone’. Padronanza vocale e strumentale incredibile, Ruban vince la sua scommessa con un concerto sbalorditivo. Trionfatore.

THE STROKES
C’era scetticismo per il ritorno in pompa magna dei cinque newyorchesi al Primavera, considerando il look osceno di Julian Casablancas e lo scarso spessore artistico delle ultime due uscite della band. Ciononostante, con un quarto d’ora di ritardo sulla tabella di marcia, ‘Machu Picchu’ dà il via allo show che vedrà – come prevedibile – la folla più numerosa dell’intero festival. Eccezion fatta per un “gracias” e per disinteressati complimenti al Barcellona per la vittoria in Copa del Rey, l’interazione col pubblico è nulla. La prima mezz’ora scivola via nell’ordinarietà, nonostante il sussulto provocato da ‘Heart In A Cage’. Dall’inattesa ‘Juicebox’ in poi, però, la band inanella una serie incredibile di hit che non lascia indifferenti e ci ricorda perché tutti impazzirono per loro all’uscita di ‘Is This It?’. Se poi ci aggiungiamo un Casablancas perfetto nel recitare il suo ruolo e una band tecnicamente inappuntabile, abbiamo un concerto estremamente godibile. Non hanno più nulla da dire artisticamente – salvo scossoni insperati – e si stanno trascinando a oltranza, ma gli Strokes restano una pagina importante della recente storia del rock e al Primavera l’hanno confermato con un appetitosissimo minimo sindacale: i propri brani.

UNDERWORLD
Dici Underworld e pensi subito a una canzone, quella canzone, traccia portante della colonna sonora di ‘Trainspotting’ e manifesto culturale degli anni ’90. Di quegli anni ’90. In realtà, il duo inglese ha rappresentato molto di più per la storia e l’evoluzione della musica elettronica. L’esecuzione integrale di ‘dubnobasswithmyheadman’ ha riaffermato tale assunto, riuscendo a ricreare quell’atmosfera surreale in cui l’eredità della rave generation s’imponeva in modo compiuto agli occhi del grande pubblico. Un saliscendi musicale tra la cassa dritta dell’iniziale ‘Dark & Long’ o l’apprezzatissima ‘Cowgirl’ e le atmosfere più soffuse di ‘Tongue’ o ‘River Of Bass’, mentre sullo sfondo un font semplice scandiva il track-by-track. La voce cristallina di Karl Hyde conduce verso la b-side ‘Rez’, prima che – oltre l’orario previsto – venga annunciata QUELLA canzone: ‘Born Slippy’ si palesa in tutta la sua epica magnificenza, suscitando l’euforia e la commozione delle migliaia di persone che attendevano una simile chiusura. Un momento dalla portata storica ed emozionale unica, impossibile da cancellare nei nostri cuori.

CARIBOU
Dopo l’apice emotivo di ‘Born Slippy’ si torna ai giorni nostri con uno degli artisti più attesi: il multiforme Caribou. ‘Our Love’ ha definitivamente consacrato Dan Snaith sull’altare dell’elettronica mondiale. Dal canto suo, il canadese mostra di meritarsi la posizione ragguardevole raggiunta grazie a un live impeccabile e travolgente, coerente e convincente in ogni sua sfaccettatura sonora, dalla dolcezza di ‘Can’t Do Without You’ all’overdose percussiva della conclusiva ‘Sun’. Una folla oceanica si accalca per lui e la sua band al Ray-Ban, creando un colpo d’occhio mozzafiato.

È lo scatto che ci portiamo nel cuore tornando a Roma: l’immagine di migliaia e migliaia di persone legate all’unisono dall’amore per la musica. La rappresentazione del paradiso terrestre a noi più congeniale. Un’istantanea che tanti festival sanno ricreare numericamente, ma che solo il Primavera e (forse) pochissimi altri sanno costruire con un tale bagaglio di sensazioni.
Ci rivediamo nel 2016.

Livio Ghilardi

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