Primavera Sound Festival @ Parc del ‪Fórum‬ [Barcellona, 23-24-25/Maggio/2013]

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Non amo particolarmente la Spagna, gli spagnoli, questa città e non ho mai amato compiutamente l’idea del grande festival musicale aggregativo e aggregante. Ma nella vita l’amore conta più del raziocinio. Ed è quello che mi spinge nella città catalana seppur provato da un devastante incontro con la “strega”, che nell’ultima lunghissima settimana ha voluto conoscermi sferrandomi un quasi letale e proverbiale “colpo”. Imbottito di farmaci intramuscolo e dunque dopato fino al collo, stoicamente volo alla volta del Primavera Sound Festival edizione ricca 2013, che non sarà certo ricordata per aver avuto i favori di un tempo mite, mediterraneo, clemente insomma. Il vento fortisismo che taglia in due la città è infatti pura desuetudine per questi luoghi ed il freddo che la sera sale dalla spuma del mare ha bisogno di essere combattutto con accessori autunnali: cappellino di lana, cappuccio di qualsiasi forma e sostanza, cintura contenitiva e Voltaren come se piovesse. Rock’n’roll baby.

Diffidate. Dalle due categorie di haters che non soffrono il clamore e l’entusiasmo che eventi del genere suscitano nella maggior parte degli appassionati di musica. Essi (gli sputa merda per hobby) prendono forma (ovviamente) attraverso il social network per demenza. I primi sono gli opinion leader ergonomici, pantofolati, che raramente hanno messo piede in un “festival” di codeste dimensioni, che mossi dal vandalismo intellettuale che li contraddistingue vi spiegheranno (bene) che il Primavera è solo un meraviglioso vorrei ma non posso. Nel quale si riversano tutti (troppi) solo perchè il Coachella è così lontano ed affrontare un viaggio in California costa più o meno come un box ad uso parcheggio scooter, perchè all’ATP non ci sono tutti, perchè non c’è davvero partita confrontando il rapporto quantità-prezzo. Per la loro concezione distorta il festival Primavera è come Rough Trade. Il “negozio” che fa tendenza. Al Primavera (dicono) vanno tanti di quelli che a Brick Lane almeno una volta si sono fatti una foto sorridente davanti ad uno scalpo-acquisto o che almeno una volta sono usciti con la borsetta in tela d’ordinanza. Al Primavera (aggiungono) confluiscono tanti di quelli che al loro ritorno, ad amici riuniti, si comporteranno esattamente come i neo-sposi al momento del devastante rito “guardare le foto del matrimonio”. Logorroici ed invasati, che con l’ideale album alla mano, cominceranno ad elencare frasi deliranti del tipo: “ho visto quelli, quelli no ma già li avevo visti nel 2010, 2008 e 2012, ho beccato il cantante degli Squirter che mangiava fagioli, ho comprato, ho avuto culo, ho filmato, ho fotografato, vedi la maglietta?”. La concezione d’adolescenza regressiva e la nostalgia dell’appiccicoso “ce l’ho-mi manca”, la pubertà prima della scoperta del gusto della vagina. Della seconda categoria di ingoia sterco fanno parte quelli che al Primavera ci sono andati (possibilmente per la prima volta) avendo avuto in “regalo” chissà come, chissà perchè, un bel biglietto tutto compreso. Ex-pantofolati, miracolati, forti di questa iniezione di fiducia ma annoiati già dopo il primo tornello, hanno la fortuna di poter sentenziare da “dentro”. E il risultato è sempre lo stesso, collima esattamente con ciò che abbiamo pocanzi elencato. Nulla di tutto questo è ovviamente vero, nulla può essere condivisibile, se non il fatto che molti il gusto della vagina non sanno ancora bene dove reperirlo a buon prezzo.

I romani pensarono e realizzarono questa città come un castrum, un meraviglioso campo militare. Questa era la Colonia Iulia Augusta Faventia Paterna Barcino. L’odierna*moderna*organizzatissima Barcellona. Dalle enormi strade, piacevole, singolare, pulita (rispetto al blasone ormai sbiadito della nostra capitale), ricettiva, perfetta nel saper accogliere al suo interno un festival di siffatte proporzioni. Vento e sole durante la mattina, vento inferocito e freddo costiero la sera/notte. Un pullulare di gente che struscia su e giù per la rambla, ad unire i puntini che separano Plaça de Catalunya al porto antico, meglio allora addentrarsi nelle stradine laterali, meglio scoprire per caso le vie dove sono ubicati quasi tutti assieme i negozi di dischi. Consigliato l’incrocio tra Carrer de Les Sitges e Carrer dels Tallers, dove spuntano in sequenza (tra gli altri) i migliori approdi per maniaci indefessi, ovverosia Revolver (doppio negozio, uno per sostanze sonore al sapor metal +  correlazioni estreme) e Castello (sabem de musica, dicono). Se nel secondo i prezzi sono alticci (ma vale la pena entrarci perchè ricchissimo di “sezioni”, compresa una dedicata all’import nipponico) nel primo vi perderete sopraffatti dalla bontà del basso costo. Una parte dedicata al “Primavera”, offerte sul nuovo da far paura (infatti compro terrorizzato The Postal Service a 6.90€, Solange a 8.90€ e così via…), vinili, 7″, il tutto gestito da una coppia (di fratelli?) che sembrano usciti da un “romanzo criminale” qualsiasi.

Le mattine prima dell’apnea festivaliera scorrono serene e rilassate, tra Barrio Gotico, zona universitaria (davanti al Museo d’Arte Contemporanea gli skaters piroettano e volteggiano come fossero a Venice Beach), il porto e il più tranquillo quartiere Eixample, distretto di largo respiro, concepito a blocchi ottagonali dalle visioni del designer Ildefons Cerdà. E’ qui che facciamo campo base. Da qui partiamo quotidianamente alla volta del Parc del Fórum‬. Gestire e organizzare un timetable di siffatta grandezza non è compito facile. E ogni volta quando l’evento è così gigante, è normale e pronosticabile che ci possano essere delle ingrate sovrapposizioni. Ecco alcuni degli esempi più significativi. Giovedì 23: Neko Case/Woods/White Fence; Tame Impala/Evans The Death/Metz; Dinosaur Jr/Do Make Say Think/Chris Cohen/Jessie Ware; The Postal Service/Bob Mould/Deerhunter; Grizzly Bear/Fucked Up/Death Grips. Venerdì 24: The Breeders/Shellac/Solange/; Neurosis/James Blake; Blur/Swans/Glass Candy. Sabato 25: Band Of Horses (poi sostituiti dai Deerhunter)/Dexys/The Babies/Dead Can Dance; Nick Cave/Camera Obscura/Dan Deacon/Meat Puppets. Delle scelte di vita vanno fatte.

Il Parc del ‪Fórum‬ non è un complesso bellissimo, cemento e strutture discutibili nelle forme non sono proprio piacevolissime da vedere, ma ciò che più conta è la sua estrema funzionalità. Un’area vastissima, ben articolata, ben disposta insomma all’uso di un happening musicale. Certamente la zona di maggior fascino è quella “bassa”, tra i frangiflutti che arginano l’ardore delle onde e i palchi Ray-Ban, Pitchfork e Vice. Quest’anno anche Rough Trade ha voluto presenziare, con uno stand fornito di CD di tutti i gruppi partecipanti (compresi i “nostri” Honeybird & The Birdies) a prezzi a dir poco popolari. Ma anche vinili (quelli dei Dead Skeletons andati completamente a ruba in breve tempo), bag, magliette (anche per kids), solita oggettistica turistica. Faccio razzia neanche fossi tra le pile di promozioni “tutto a 1 euro” che periodicamente si ergono totemiche da Auchan. Insomma mi tolgo subito un “grosso” peso. I dispensatori di birra ambulanti sono come delle piccole api laboriose-scassamaroni, ragazzi ricurvi gravati da un serbatoio da portare sulle spalle per ore e ore, alla fine avranno la nostra massima solidarietà ortopedica. Odori di intrugli tex-mex permeano l’aria circostante, mentre qualcuno si fa un giretto in Mini, qualcun’altro una foto fakeritoccoricordo nello stand degli occhiali più belli, altri invece preferiscono accaparrarsi a manciate le caramelline Smint e gli inguardabili cappelli omaggio di paglietta di quart’ordine, che purtroppo ritroveremo come oggetto feticcio anche sull’aereo di ritorno, nel bagaglio di qualche simpatico figuro dall’irsuto pelo nero.

Il giovedì è il giorno meno entusiasmante. A tediarci magnificamente la spina dorsale ci pensano i Wild Nothing. Che sembrano capitati per caso su quel palco così grande. Abulici, annoiati, svogliati. La parte più hipsterica e brutta dell’indie odierno. Iniziamo a carburare tosto con il set dei Tame Impala, figli degli anni ’70, partoriti dalle jam session di quel periodo, confermano la loro propensione live (sicuramente migliore di quella incisa su disco) e partono con la nave quando si producono in un finale totalmente Neu!-oriented. Va decisamente peggio, in una linea di sufficiente galleggiamento, per il trittico seguente a cui assistiamo con una tabella spostamento da autentici podisti olimpici. The Postal Service. Ultimamente avevo manifestato una certa idiosincrasia verso il riascolto di ‘Give Up’, che trovo a distanza di dieci anni, un tantino superato e sentimentalmente “antipatico”. Ecco, l’impressione del rivampato duo è proprio questa. Al limite del noiosetto di maniera. Mai noiosi quanto i Grizzly Bear. Fuori dalla mia personale concezione di band, validissimi in studio, soporiferi dal vivo, impossibili quando esternano tutta la devozione verso Buckley figlio. I Phoenix invece, molto meglio trovarseli sopra un palco, piuttosto che trovarseli in casa dentro un lettore. Ritornati con uno dei dischi meno riusciti dell’anno, si portano a casa una bella pagnotta catalana con un set furbo, snob (esattamente snob) e piacevole solo a tratti. Intanto il freddo (cane) sale imperioso trovandoci stupidamente impreparati. La scelta “terminale” di questa giornata dal passo stanco è tra Four Tet e Dead Skeletons. Optiamo per Kieran Hebden solo perchè gli islandesi saranno presto a Roma. Sballone notturno al Pitchfork Stage in mezzo a gente rimasta dopo l’orgia Fucked Up e amanti dei suoni di questa elettronica un po’ IDM, un po’ dub, un po’ tutto. Il day-1 va in archivio senza troppi segni sulla pelle.

Dopo una buona scorpacciata consumata nel primo pomeriggio in un delizioso ristorante veggie napalese (nei pressi del Museo d’Arte Contemporanea) sostentuta da un breve “riposo” matrimoniale, il taxi bicolore ci conduce al giorno 2, pieni di forze ed entusiasmo. Il wi-fi fa le bizze, troppo vasta l’area, troppo ricolma di gente. Siamo preparati alle ire del tempo. Ma soprattutto siamo preparati ad una grande giornata che apriamo con Kurt Vile. C’è tanta luce sull’Heineken. Il tenero capellone assieme ai Violators estrae dal cilindro il meglio. Anzi, meglio quando rimane ammantato d’elettricità, inginocchiato all’ombra enorme di Neil Young, verace, pieno di sincera passione. Meno quando a prendere spazio è la sua visione acustica. Accanto iniziano i Merchandise. Velo pietoso da stendere dopo una ventina di minuti. Stantii, gorgheggiano vecchie partiture post(dark)punk ma cercano di inserirle in un contesto di ultimo conio sonoro. Tra i peggiori in assoluto. Meglio allora ascoltare con rilassatezza il soul, i suoni smooth di Nick Waterhouse, che al Ray-Ban traina una bella folla entusiasta. Al piccolo Adidas Originals, quasi adagiato sul fianco del mare, ritroviamo mezza Roma, convenuta per salutare gli Honeybird & The Birdies. Che fanno ballare e trascinano gli astanti. Lievemente sopra le righe, logorroici, vestiti come al solito maluccio, ma ciò che più conta è il cammino artistico che ormai per loro si è fatto realmente internazionale. Altro giro, altro spostamento, altre scale, altra ghiaia, altro gruppo. L’Heineken presenta i Django Django, che escono vestiti con delle maglie bianche a barre sbilenche nere davvero oscene, sembrano dei barbieri di Scozia. Ma l’apparenza inganna. Il set è da subito electrotirato, la gente gradisce, loro spingono e divertono, fanno ballare. Quello che sarebbe diventata la Beta Band se solo avesse provato a mantenere mentalmente stabile il successo ad “alta fedeltà” ottenuto un decennio fa ormai. Mentre Solange richiama una folla incredibilmente oceanica al solito Pitchfork, mentre gli Shellac rompono il cosiddetto “culo” (ascolteremo la parte finale sospesi a cazzo sulla ruota panoramica, gestita dai parenti del Wu-Tang Clan, assieme a due coppie di norvegesi terrorizzati!) con il cuore in mano optiamo per dare una chance alle Breeders. Sul palco Primavera. Parte ‘Cannonball’, la gente corre, spinge. Mi commuovo vedendo la stazza e il sorriso delle sorellone Deal, che ho amato alla follia, che ho venerato alla follia. Ma seppur da eseguire ci sia ‘Last Splash’ e non un disco hardcore, l’impressione è sin da subito di una band “spenta”, che ha evidentemente smarrito/esaurito l’urgenza dei tempi andati. Con la coda fra le gambe e la prima grande delusione in tasca (non l’unica a conti finali fatti) si corre da un’altra sagrada familia: dai fratelli Reid. E la doppietta negativa si materializza dopo qualche minuto di concerto. The Jesus & Mary Chain a cui il tempo, purtroppo, non ha donato integrità e fervore. 17 pezzi di cui i primi 12 giocati malissimo. Senza anima, senza quel fuoco che animerà invece illustri colleghi-coetanei. La band sembra quasi impreparata e vengono i brividi nel pensare a quante band, da quei brani, dalla loro musica, dalla loro riottosa attitudine, sia partita per costruire carriere di successo, carriere lampo, carriere di merda. L’attesa ‘Just Like Honey’ ospita Bilinda Butcher dei MBV alla voce (guarda). Un piccolo colpo di coda che viene concluso finalmente con un antico splendore d’intenti: ‘Reverence’, ‘The Hardest Walk’, ‘Taste Of Cindy’ e ‘Never Understand’ vanno custodite nell’anima con rispetto e reverenza appunto.

Pausa tex-mex. Prima di accasciarci su dei gradoni fronte-Primavera, per attendere James Blake. Finalmente James Blake. Il divino mantiene fede alle premesse. Qualsiasi premessa entusiasta creata per lui. E’ un concerto pauroso. Di una meraviglia assoluta. James Blake è un gigante. Con la carta d’identità in mano si direbbe FENOMENO. ‘I Never Learnt To Share’ piuttosto che ‘Digital Lion’, un’immensa “feistiana” ‘Limit To Your Love’, che porta telepaticamente a stringerci forte la mano, piuttosto che ‘Overgrown’… senza tralasciare il finale epico dedicato a ‘Retrograde’. Elegante, profondo, composto. Un sogno sospinto dal vento. Quando la transumanza ha come obiettivo i Blur noi facciamo una scelta di vita (ricordate?) preferendo i Glass Candy. Perchè siamo venuti qui per celebrare la nostra festa. E festa dunque sia! Giù allo stage Pitchfork non c’è quasi più nessuno. Rimasugli e mondezza rimasti dopo il trittico SolangeLocal NativesDoldrums. Un buon cappuccino e una fetta di torta alle carote ci rimette al mondo. Una pisciatina, una Salve Regina, giusto il tempo per ascoltare nell’adiacente palco Vice, la noia mortale profusa da How To Dress Well. E l’una passata quando Johnny Jewel, nell’ombra, si piazza davanti alla sua macchina. Nel frattempo la gente è tornata. Siamo sotto palco come bambini smaniosi di assaggiare il dolce lecca-lecca. Poi entra lei, Ida No, a piedi scalzi e con un vistoso tutore al ginocchio malandato (è la prima data dopo che sono stati costretti ad annullarne 4 proprio per le condizioni precarie della cantante), con un abitino dorato, capelli raccolti, affascinante valchiria dalle movenze seducenti. Seppur menomata non si risparmia affatto. D’improvviso è delirio totale (guarda). Una folla saltellante accoglie ogni brano, ogni singolo, ogni pezzo marchiodifabbricariconoscibile. Jewel è piegato a manipolare. Mentre la sua musa incanta ed eccita al massimo dello splendore. Trenini di giubilo, piume di struzzo nelle prime file, urla e applausi. Il finale viene suggellato da una gigantesca ‘Warm In The Winter’ (guarda) quando ormai i freni inibitori ci han lasciato impauriti. Potremmo finire qui. Di ritorno troviamo Michael Gira che sta celebrano messa. Nichilisti si nasce. Totali come sempre. Gli Swans. Si resiste al limite delle residue forze. Tocca ai Knife. Coraggio è la parola d’ordine. Non ce ne frega un cazzo di cosa pensano gli altri la seconda parola d’ordine. Non riusciamo a ballare. I nervi sono infiammati. Il day-2 può dirsi concluso. Damon Albarn capirà.

La terza giornata sarà quella di una crisi fisica di mezza età. Superata intorno alle 2 di notte grazie a caldi xurros zuccherati immersi in cioccolata fumante. Il tutto servito da una mezza bottiglietta d’acqua calata con Oki di prima scelta. Ma partiamo dall’inizio. Dopo aver fatto nuovamente sosta da Rough Trade e aver nuovamente acquistato a mani basse e polmoni pieni, ascoltiamo da lontano il ruvido suono mezzo stoner-mezzo hardcore melodico col rombo dei Bullit, formazione “locale” che arriva da Sant Feliu de Guíxols/Girona che si sta esibendo per pochi al Salon Myspace Smint, ma il vero colpo di start lo spariamo con una mezz’ora di The Sea And Cake, la prima, che riconcilia con il mondo e con il cuore. Autentici maestri di coralità e splendide melodie ’90 seppur esteticamente somiglianti ad attempati impiegati postali. L’altra mezz’ora la passiamo al cospetto di una delle più grandi sorprese del festival: Melody’s Echo Chamber. La band è la personale creatura artistica della bellissima, sinuosa silfide francese Melody Prochet, ma dimenticate per un attimo l’ottimo debutto omonimo (prodotto da Kevin Parker dei Tame Impala), perchè sul palchetto del Pitchfork, quello che esce fuori è puro shoegaze dominante, voce eterea (assolutamente “kazumakiniana”), finali reiterati a devastare tutto. Grossi cazzo! Di ritorno pausa sugli scalini freddi e comodi del Ray-Ban. L’anfiteatro (praticamente) è in attesa di accogliere i Dead Can Dance. Sua maestà Lisa Gerrard appare come sempre vestita da regina. L’area è ben presto stracolma oltre ogni limite e pensiero. Brendan Perry emoziona e “spaventa”. Un set importante. Ma se fosse possibile togliere i brani dell’ultimo ‘Anastasis’ diventerebbe un set perfetto. Dettagli. Mangiamo banane. I Deerhunter sostituiscono Band Of Horses (peccato?) ma la nostra attesa è tutta per il seminale Wu-Tang Clan. Vogliamo ancora far festa. Ben presto verremo “schiacciati” in mezzo ad un’enorme folla saltellante (guarda!), tutti con le mani in alto a formare una “W”, tutti ad urlare “Wu-Ta! Wu-Ta”, tutti a fumare l’erba e bere Jack Daniels, tutti compatti. La crew esce ed è subito fomento. Impressionano per padronanza scenica, forza d’urto, capacità di trascinare. Saltiamo senza pausa. Ci sentiamo come loro. E subito penso ai nostri rapper. A quale (e quanto) gap artistico e umano ci sia. I nostri rapper griffati di niente. Autentici animali i magnifici sette. La storia si legge, si impara e si porta a casa. Nuovo viaggio verso il palco principe. Su twitter viene battuta la notizia che sui megaschermi, intorno alla mezzanotte, verrà svelato il pirmo nome del Primavera 2014. Neutral Milk Hotel è il nome. Il finale è un gran finale. Anzi è il FINALE. Nick Cave & The Bad Seeds subito dopo un bicchiere d’acqua calda con dentro una bustina profumata (ah, dovrebbe chiamarsi Tè). Ciò a cui assistiamo è cosa difficile da raccontare. Siamo davanti ad artisti unici. Tra i performer più grandi di sempre. E alla testa c’è lui. Undici brani, pochi dirà qualcuno, ma sono undici brani tirati senza sosta e con un’intensità senza eguali. Nick Cave è il diavolo e i Bad Seeds i mefistofelici servitori. Nicholas fra un paio di mesi compirà 56 anni. Ma il patto che ha stipulato per mantenersi fuori dalla grazia di Dio, fa si che quelle 56 primavere possano tradursi e mantenersi più o meno in 25. La differenza che passa tra questi signori e una grande band/una band normale/una semplice band, è il furore. Stato di violenta eccitazione dovuta a grande ira. Brani classici e nuovi. E l’acme viene toccato da ‘Stagger Lee’ (penultimo) rito sciamanico-sessuale che Cave consuma issato sulle prime file. Tarantolato, accecato, posseduto. Mentre alle spalle le barbe e i capelli bianchi dei suoi regali vassalli incendiano un’ora da ricordare. Esibizione monstre.

La crisi prende il sopravvento. Prima dei MBV ho bisogno di un pit-stop. Mi rifocillo e sono pronto cappuccino alla mano all’ultima esperienza di questo Primavera. Alle 2:25 le luci si spengono. Atterra l’astronave guidata da Kevin Shields. Scordatevi i tappi per le orecchie. Qui non servono. Questa è la dimensione esatta per godere i My Bloody Valentine. Un set mostruoso (guarda). Perfetto. Extrasensoriale. Trip d’integrità assoluta. Sorretto da un totem vivente. Da un genio e la sua sei corde. Dittatoriale. Senza proferire parola. Colm Ó Cíosóig, Debbie Googe e Bilinda Butcher in questo caleidoscopio di feedback e melodie sotterranee, appaiono bellissime. Un’alchimia, una meraviglia, un viaggio al centro della terra, che ha segnato definitivamente un’epoca. Un set quasi concettuale. Che si conclude con la ripartenza dell’astronave. E’ il “rumore” finale che fa tremare la terra e la testa. Mai visto niente di simile. Zoppicando, abbracciati stretti stretti, risaliamo la corrente, le scale, la ghiaia, gli odori di cucine improbabili, la forza del vento (quasi assente durante i MBV, evidentemente vinto da quell’urto incredibile), la notte, i suoni degli Hot Chip. L’ultima foto ricordo, il letto caldo. Barcellona è ancor più bella al mattino presto. Il profumo del caffè, la corsa in taxi, il cielo plumbeo e il pensiero alla nostra piccola creatura. Il cuore, dopotutto.

Emanuele Tamagnini

7 COMMENTS

  1. Peccato per la delusione Grizzly Bear…forse m’ha detto meglio a me coi Fucked Up, eheh

    (mi sono piaciuti tantissimo)

  2. Ma è normale che i microfoni dei MBV erano praticamente spenti?? Un nervoso assurdo non sentire le voci.

  3. Ieri a Bologna la voce di Bilinda si sentiva appena, quella di Kevin ancora meno, mah!?
    Comunque non mi hanno entusiasmato, sembrava che facessero il loro compitino, ripetere le canzoni così come le puoi sentire mettendo su un loro disco.

  4. Penso che le voci debbano sentirsi proprio così. E penso che in un club vengano penalizzati. Al Primavera, su quel palco, in quello spazio enorme, con quelle immagini alle spalle ecc. è stato meraviglioso. E sai bene che sono ipercritico… per noi è stata un’esperienza vera.

  5. io ero a Londra e anche li posso garantire che la voce di Bilinda era debole debole (benchè percettibile) e quella di Shields assente.
    Il fatto che anche a Bcn sia andata cosi mi fa pensare che sia una scelta (estrema) voluta!

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