Primavera Sound Festival @ Parc del ‪Fórum‬ [Barcellona, 1-5/Giugno/2016]

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Non è stata la prima volta di Nerds Attack! al Primavera Sound Festival di Barcellona, ma di certo mai come quest’anno siamo tornati dalla Catalogna con una nostalgia così intensa e con la consapevolezza di aver preso parte a qualcosa di importante per la storia di uno dei festival più amati dagli italiani. Il primo sold-out nella storia del Primavera è conseguito all’annuncio di una line-up come sempre di altissimo livello, ma forse mai come in quest’edizione ricca di grandi nomi. Uno su tutti: i Radiohead. Come al solito il Primavera è fatto di scelte, cambi di umore su una timetable studiata per settimane e di qualche sacrificio. Di certo, però, non rimpiangiamo nessuno dei chilometri percorsi tra un palco e l’altro o tra le diverse venue di una città accogliente, stupefacente e quest’anno molto generosa anche dal punto di vista meteorologico. Come gli anni scorsi, più degli anni scorsi: més que un festival!

1 giugno

Goat (Parc del Fórum)
Come da tradizione inauguriamo il festival con i primi concerti del mercoledì, per riprendere i contatti con il Parc del Fórum e immergersi immediatamente nella magica atmosfera del Primavera. L’impressione dal mercoledì è già evidente: c’è una marea di gente. I Goat sono una sicurezza sia su disco sia live. Look carnevalesco, percussioni afro, piglio esoterico: gli svedesi regalano ai primi arrivati un tramonto psichedelico e sognante. Impossibile resistere sia nei momenti più lisergici come quelli dei recenti singoli sia nelle fasi più concitate, come su ‘Goatslaves’ o ‘Let it bleed’.

Suede
Non avevamo grosse aspettative e invece gli Suede hanno conquistato il pubblico con il primo dei due set al Primavera, dedicato a un vero e proprio best of della loro carriera (il giorno dopo hanno eseguito per intero all’Auditori il nuovo album ‘Night Thoughts’). Esecuzione impeccabile, scaletta a dir poco perfetta e un magistrale Brett Anderson, voce sempiterna e frontman mai domo. Il mattatore del primo giorno è sicuramente il cantante degli Suede.

Jessy Lanza (BARTS)
Fuga per Barcellona per raggiungere lo splendido BARTS, una delle venue del Primavera nei club. ‘Oh No’ di Jessy Lanza, pubblicato da Hyperdub, è uno dei dischi dell’anno. Rispetto all’esibizione al romano Spring Attitude, un live estremamente convincente dove alla voce della canadese si uniscono synth e una batteria elettronica suonata dal vivo che conferiscono al pop della cantante un piglio più energico rispetto all’album. Deve ancora raggiungere la resa perfetta, ma Jessy è già sulla buona strada.

Suuns (Sala Apolo)
Chi invece non ha bisogno di migliorare live è il combo di Montreal. Se su disco le influenze dei Clinic e dei Radiohead pesano ancora troppo, su palco i Suuns sono una garanzia. Selezioni azzeccate dai tre dischi all’attivo (‘Arena’ è probabilmente la loro hit), influenze elettroniche marcate ma sempre salde su un impianto rock, pattern ritmici di scuola kraut che stordiscono e confondono: gli ingredienti di una ricetta efficace e d’impatto, che relega i palloncini posti sullo sfondo a formare il nome della band a mero divertissement.

2 giugno

Todd Terje
Il Beach Club è la vera novità di quest’edizione: un tendone dedicato all’elettronica, con accesso diretto alla spiaggia. Una gran bella intuizione, per sfruttare a pieno l’offerta della città catalana. Dopo aver gustato le ultime mine sparate dal solito Erol Alkan, ci concediamo all’esibizione del talentuoso norvegese Todd Terje, campione dal gusto italodisco frizzante e che può vantare una hit irresistibile come ‘Inspector Norse’, accolta e cantata dal pubblico festante a mo’ di coro da stadio. Divertente, spigliato, fresco. Ideale per il pomeriggio assolato di Barcellona.

Car Seat Headrest
Chiacchieratissimo e giovanissimo cantautore lo-fi, Will Toledo aka Car Seat Headrest paga il posizionamento non felice sul palco Pitchfork, da un po’ di anni l’anello debole del festival per volumi e vicinanza ad altri palchi. Lecito aspettarsi un tiro maggiore da un’esibizione invece abbastanza monocorde, salvata solo dal singolone ‘Vincent’ e dalla citazione finale di ‘Paranoid Android’ dei Radiohead. Rimandato, ma non è (tutta) colpa sua.

Beak>
Il progetto di Geoff Barrow dei Portishead è un concentrato incredibile di kraut, psichedelia, doom: praticamente il nostro pane quotidiano. Tra una dedica a Big Jeff e una certa ironia, il concerto è nella nostra ideale top 10 di fine festival. Avercene di side-project così. Un talento onnicomprensivo, da benedire.

Empress Of
Tra le voci femminili più interessanti, Lorely Rodriguez aka Empress Of ha esordito con lo splendido ‘Me’ lo scorso anno. Nonostante il Pitchfork Stage ne stronchi i volumi, la cantante ha talento da vendere, baciata da una voce duttile e personale nonché da pezzi pop per nulla banali e al contempo efficaci. Brava, bravissima.

A.R. Kane
Uno dei ritorni più attesi. Una delle band per cui l’aggettivo seminale non viene usato a sproposito. Tra gli act più sottovalutati di fine anni ’80, la band di Rudy Tambala anticipò molti dei suoni che avrebbero dominato il decennio successivo, trip-hop in primis. Perso per strada l’altro membro fondatore Alex Ayuli, il ritorno di oggi è carico di nostalgia e rivendica una propria dimensione attuale alla luce del passato. Inizio un po’ in sordina, ma poi la classe si è manifestata tutta. Un piccolo sogno.

Vince Staples
Nella sempre più nutrita schiera di rapper al Primavera, il giovane californiano era tra i più attesi. Aspettative stra-confermate: flow impeccabile, gran capacità di tenere il palco e di cavalcare la fame del pubblico, hit su hit (‘Norf Norf’ su tutte). Astro già nato.

Tame Impala
Un’esibizione magistrale minata da un’interruzione di dieci minuti dovuta alle bizze dell’impianto del palco. E pensare che quando è calato il silenzio sul ritornello di ‘Eventually’ credevamo che tutto fosse stato meditato per far cantare il testo ai presenti. Peccato perché i Tame Impala – con buona pace dei detrattori di ‘Currents’ – non sono mai stati così in forma dal vivo, riuscendo con autorevolezza a viaggiare tra la diversità del proprio repertorio e a rimanere sempre nel giusto limbo tra spettacolo ruffiano da gran band e live a dimensione d’uomo. Sfortunati ma la gloria è dalla loro.

LCD Soundsystem
Possiamo dirlo apertamente: per carica emotiva e per riuscita il miglior concerto del festival. Il ritorno di James Murphy dopo 5 anni di pausa era inaspettato e ha sorpreso tanti. Non ha sorpreso per nulla invece l’intensità di un live ricercato, variegato nelle atmosfere e – soprattutto, più di tutto – divertente. Murphy ha scelto la scaletta perfetta, facendo ballare e cantare tutti i fan e mostrando a tutti di che pasta è (ancora) fatto uno dei più grandi geni musicali del nostro tempo. Il finale con ‘All My Friends’ è stato da lacrime. Bentornati LCD, e grazie.

Neon Indian
Alan Palomo è diventato grande, come testimonia l’ultimo album ‘Vega Intl. Night School’. Nonostante volumi altissimi al limite del fastidio, lo spettacolo di Neon Indian è godibile, catchy e musicalmente egregio anche nei passaggi in cui può risultare pacchiano o tronfio. Il tributo a Prince con ‘Pop Life’ è azzeccatissimo. Attendiamo di rivederlo in condizioni acustiche migliori.

White Reaper
Ci concediamo il finale alle 4 del mattino con questi mattacchioni garage punk del Kentucky, probabilmente più adatti a un Warped Tour che al Primavera Sound. Tra le cose divertenti di cui però già il giorno dopo ti sei dimenticato. Menzione d’onore per il tastierista: avrà suonato 3 note in croce, per il resto solo headbanging e balletti à la Mauro Repetto.

3 giugno

Julien Baker (CCCB)
Un’altra grande sorpresa di questa edizione. Nell’assolato pomeriggio al Centre de Cultura Contemporània de Barcelona, la sua voce così fragile accompagnata da semplici note di chitarra ci ha letteralmente rapiti. Emozioni e brividi da parte della ventenne del Tennessee.

Cass McCombs (CCCB)
Seconda di tre esibizioni, successiva a quella principale del giorno prima al Fórum. In mezz’ora il californiano avrebbe potuto presentare un compendio del suo psych rock/folk, e invece ha fatto la scelta più coraggiosa e azzardata: tre brani e tanta improvvisazione musicale, sempre nel nome della psichedelia. Qualcuno non ha gradito, noi sì.

Dungen
E di colpo ci siamo ritrovati catapultati sull’Isola di Wight. Potrebbero essere semplicemente bollati come i Tame Impala svedesi con cantato in svedese, ma i Dungen sono bravi davvero e senza paura di suonare retrò. Fosse sempre così la nostalgia.

Titus Andronicus
Da Shakespeare hanno preso solo il nome, per il resto i Titus Andronicus suonano punk rock e citano i Ramones con ‘Blitzkrieg Bop’. Caciaroni e dalla resa live finalmente all’altezza della loro fama crescente, sono la classica band del Primavera a cui regalare un’ora del proprio tempo senza rimpianti.

Savages
Il nostro programma a questo punto prevedeva un giro tra i palchi più piccoli, ma invece alla prima nota di ‘Sad Person’ abbiamo capito che valeva pena rivedere le ragazze londinesi. La loro personalità è cresciuta anche su disco – il secondo, ottimo ‘Adore Life’ – ma è live che le Savages sono diventati una realtà di primo piano. Merito di una compattezza strumentale non indifferente, merito soprattutto dell’incredibile presenza scenica di Jehnny Beth, sempre più protagonista e senza paura di trovarsi sul palco più grande del festival. Impeccabili.

Beirut
Sarà la posizione pre-Radiohead ma il concerto della band di Zach Condon lascia più di qualche perplessità. Peccato perché con il tramonto le atmosfere folk sognanti e paneuropee del combo americano sembravano a dir poco perfette. Alcuni momenti appaiono senz’anima e solo i singoloni risollevano un’esibizione interlocutoria. In altre occasioni sono stati all’altezza, al Primavera è stato un semplice incidente di percorso.

Radiohead
Di ‘Creep’ suonata come secondo bis – non accolto positivamente da Thom Yorke – si è scritto ormai ovunque. Sicuramente l’act più atteso di tutto il festival e tra i principali motivi del sold-out finale, per due ore i Radiohead hanno rapito decine di migliaia di presenti in un religioso silenzio, interrotto soltanto per accompagnare la voce di Yorke sul finale dell’immortale ‘Karma Police’ e in altri momenti di egual impatto emotivo (leggi: ‘No Surprises’ e ‘Pyramid Song’). I brani dell’ultimo ‘A Moon Shaped Pool’ guadagnano nell’esecuzione live e tra tutti vince sicuramente il kraut di ‘Ful Stop’. Unico momento più offuscato ‘Idioteque’, resa più spompata rispetto al solito. Per il resto una scaletta da urlo che accontenta tutti e la consapevolezza che i Radiohead sono semplicemente tra le poche – se non l’unica – band dell’ultimo ventennio capace di poter competere per storia, fama e gradimento con i mostri sacri dei decenni scorsi.

Animal Collective
La delusione più grande del Primavera. I tempi di ‘Merriweather Post Pavilion’ sembrano ormai tramontati (l’ultimo ‘Painting With’ è discreto solo a voler esser buoni) e anche il live appare spompato, senz’anima, inconcludente. Spiace dirlo ma ormai sono sopravvalutati.

Beach House
Un ritardo inaspettato di 20 minuti – il primo nelle nostre tre edizioni di festival – ma poi è solo magia. Piaccia o meno, la band di Baltimora è tra le migliori realtà del dream pop di oggi e la loro posizione alle 2 di notte, con lo sfondo del palco trapuntato di luci che sembrano stelle, è la buonanotte più dolce e onirica possibile.

4 giugno

Alex G (CCCB)
Ventenni americani che si comportano come se avessero vent’anni negli anni Novanta. Alex G e band suonano lo-fi, indossano pantaloni larghissimi e sembrano davvero un ricaccione da un tempo che fu, pur essendo nati negli anni in cui la musica virava in certe direzioni. La cosa bella è che lo fanno con una naturalezza e una proprietà di linguaggio musicali tali da conquistare.

Robert Forster (CCCB)
I Go-Betweens sono stati a detta di tanti gli Smiths australiani, più eccentrici e più “normali”, e Robert Forster ne era il principale songwriter insieme a Grant McLennan (venuto a mancare dieci anni fa).  Chiaro quindi che in mezz’ora l’australiano riproponga i classici della sua band, da ‘Head Full Of Steam’ a ‘Surfing Magazines’. Mai abbastanza acclamato/i.

Boredoms
I giapponesi più schizzati sul globo terracqueo. Un live come sempre difficile quello della band di Yamataka Eye, basato su ritmi scomposti, pattern percussivi mai lineari, vocalizzi sciamanici e un minimalismo espanso. Rimaniamo in trance a guardarli, e come noi tantissimi altri.

The Chills
A 19 anni dall’ultimo album è tornato con ‘Silver Bullets’ Martin Phillipps. Un appuntamento storico per vedere dal vivo la band neozelandese, che negli anni ’80 con il suo indie-pop era alla base di quel Dunedin Sound che era la risposta oceanica al Paisley Underground losangelino e al jangle-pop C86. Non solo nostalgia, però, perché ciò che abbiamo visto del live della band è stato davvero bello e convincente.

U.S. Girls
Una cantante in tuta bianca dai movimenti sexy, una corista in reggiseno, un chitarrista vestito da cowboy che appare solo all’occasione e per il resto basi fatte partire da una mangianastri. Gli ingredienti per snobbarli ci sarebbero tutti, invece Meghan Remy sorprende, sinuosa e languida.

Brian Wilson performing ‘Pet Sounds’
È la celebrazione di uno dei più grandi geni del ventesimo secolo, membro dei Beach Boys e creatore/influenza di quasi la totalità delle cose che ci piacciono. Brian Wilson è ormai anziano, i suoi movimenti sono lenti e forse il palco non è più il suo luogo naturale, ma la band che lo accompagna e guida porta a casa un risultato scontato ma importante: ricordare a tutti perché quell’uomo abbia fatto la storia della musica, e in che modo lo abbia fatto. ‘Surfin’ USA’, ‘Wouldn’t It Be Nice’ e tanti altri classici. Bolso, invecchiato quanto vi pare, ma davanti alla storia c’è poco da discutere. Solo da amare. God only knows what we’d be without you Brian.

Deerhunter
Tocca dividersi per soddisfare le curiosità e quindi ci concediamo la prima parte del set dei Deerhunter, da cui rimaniamo davvero colpiti. Loro lo chiamano ‘ambient punk’, noi la troviamo una delle proposte più godibili e complete degli ultimi anni. ‘Agoraphobia’ vince, Bradford Cox sempre più fuoriclasse nel suo look à la Celentano d’antan.

Drive Like Jehu
Due album, un singolo e le basi di tre generi messe nero su bianco: post-hardcore, emo, math. Poi il nulla, infine la reunion. I Drive Like Jehu sono un pugno in faccia e regalano finalmente un po’ di sano crowdsurfing al pubblico sotto palco. Energia e impatto per un’occasione più unica che rara di ritrovarsi dinanzi a una gemma così preziosa degli anni ’90 americani.

Pusha T
Il miglior rapper del festival: sopra le righe, dominante, ipercapace. Le fa tutte, compreso il freschissimo singolone ‘Drug Dealers Anonymous’ pubblicato pochissimi giorni prima. Il pubblico lo premia con un’accoglienza calorosissima, lui fa di tutto per fomentarla. King.

PJ Harvey
Accompagnata da una band di primo piano (in cui figurano anche gli italiani Enrico Gabrielli e Alessandro Stefana), PJ Harvey non è solo la regina incontrastata di questo Primavera Sound, ma un’artista ormai unica nel panorama musicale contemporaneo. C’è tanto del suo ultimo ‘The Hope Six Demolition Project’ ma anche molti dei suoi classici. La chiusura con il trittico ‘Down By The Water’ – ‘To Bring You My Love’ – ‘River Anacostia’ lascia senza parole. Applausi.

Sigur Rós
Chi scrive non è mai stato un fan sfegatato degli islandesi, ma davanti alla grandezza del trio c’è da togliersi il cappello. Poche band riescono a suonare oggi in modo così intenso, personale e riconoscibile. I giochi di luce e i visual fanno tutto il resto. Ogni volta che ne sentirete parlar bene, sappiate che è sempre a ragione. Giganti.

Moderat
L’unione Modeselektor + Apparat è diventata ormai grande a livello di hype e di accoglienza tributata, meno a livello musicale. ‘A New Error’ è un singolo irresistibile e anche il resto della scaletta si giova di pezzi ineccepibili, ma è quando i tedeschi indulgono troppo sulla voce di Apparat che vengono fuori i limiti di un progetto potenzialmente clamoroso. Un gran live, per carità, ma da loro è lecito aspettarsi un salto in avanti a livello compositivo. Per ora ci accontentiamo.

Pantha du Prince
Il producer tedesco presenta la sua nuova fatica ‘The Triad’. Rispetto a quanto fatto al recente Spring Attitude romano, il risultato è meno incisivo a livello d’impatto (detta in altri termini: manca la botta) ma mostra piuttosto tutti i mille risvolti sonori del lavoro, ricco di sfumature e davvero raffinato. Ne è valsa la pena riascoltarlo, perché Weber ha davvero tanto ancora da dire.

Islam Chipsy & EEK
Infine, la sorpresa delle sorprese: un egiziano con le treccine e due batteristi selvaggi che prendono la tradizione musicale arabo/mediorientale e la spingono all’estremo, con suoni ripetuti a oltranza e crescendo ritmici che ci rianimano i muscoli e costringono alla danza. Spassoso.

5 giugno

Bradford Cox (CCCB)
Quello che doveva essere un live solista si rivela un altro concerto a sorpresa dei Deerhunter, arricchito da molte improvvisazione e code lunghe kraut e da una splendida ‘Nothing Ever Happened’ che ripesca in sé anche ‘Horses’ di Patti Smith.

Mudhoney
I padrini del grunge sono ancora vivi e vegeti. Mark Arm è in forma fisica e vocale invidiabile, il resto della band tiene botta. Pogo assicurato, a quasi trent’anni dagli esordi. Lunga vita ai Mudhoney.

Black Lips
I ragazzini cresciuti di Atlanta sembrano invece non passarsela bene. Al netto dell’attitudine cazzona che comunque fa divertire (lanci di carta igienica dal palco compresi), musicalmente la band arranca un po’ e rimane ancora limitata sul palco. Per carità, dal quartetto è lecito aspettarsi solo sudore e tiro, però non basta far cantare ‘Bad Kids’ o vedere richieste di matrimonio sul palco per camuffare una crisi di risultati.

Ty Segall and The Muggers (Sala Apolo)
L’Apolo straripa di gente per Ty Segall e lui ripaga tutti con uno show allucinante, energico, ironico, violento: in una parola – e nel senso più nobile del termine – rock. Mai vista così tanta gente fare stage-diving e crowdsurfing (con buona pace della sicurezza del locale). Uno show spettacolare, che si potrebbe anche vedere tutti i giorni e non se ne sarebbe mai annoiati. Istrionico.

Avalanches
Quello che doveva essere il ritorno in pompa magna degli australiani di ‘Since I Left You’ alla fine si è rivelato un dj-set onestissimo e divertente ma nulla più. Un set che – scopriremo solo successivamente – è stato fortemente limitato dai problemi di visto della band che hanno impedito loro di realizzare qualcosa in più (e pare che Jamie xx abbia dato una grossa mano per salvare il salvabile). Nulla che non va, se non rapportato al clamore con cui erano stati annunciati dal festival stesso.

Livio Ghilardi

Foto dell’autore

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