Primavera Sound Festival @ Parc del ‪Fórum‬ [Barcellona, 1-3/Giugno/2017]

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Anche quest’anno Nerds Attack! presente in prima linea sotto i palchi del Primavera Sound Festival di Barcellona ormai consacrato come uno dei più importanti e imperdibili in Europa. Per il secondo anno consecutivo una triplete di sold out nelle tre giornate clou del festival catalano (si contano 200.000 spettatori di cui più della metà non autoctoni) nonostante alcuni cambi di line up dell’ultimo minuto, primo su tutti la capricciosa bidonata di Frank Ocean. Assenza poco rilevante almeno per la sottoscritta, ancor più se compensata dagli “unexpected” secret show proposti dalla insaziabile programmazione del festival. Perché si, come se non fossero bastati i nomi già presenti nella golosissima line up si sono aggiunti i live a sorpresa degli Arcade Fire, Mogwai e delle HAIM. Il contapassi dello smartphone non mente: 25.000 passi al giorno. Circa 50 Km di camminata in tre giorni per raggiungere i dodici palchi dislocati lungo il Parc del Forum, escludendo quelli alla Ciutat dedicati alle diurne del Primavera Pro (ricordiamo che la distanza tra il Desperados Club e l’Heineken stage è di quasi 2 Km!). Lo sappiamo bene che questo festival non è per i deboli di cuore, che le scelte difficili vanno affrontate senza rimpianto (che per vedere uno spettacolare Bon Iver – nella foto – dalla prima fila o quasi, devi perdere delle ottime perle come Badbadnotgood e Afghan Whigs, giusto per dirne una). Schiena e polpacci che chiedono pietà, occhi e orecchie che ringraziano. Di seguito una rassegna dei concerti più significativi seguiti nelle tre giornate principali nelle quali ci siamo saziati di tutto il desiderabile e anche più.

1 GIUGNO
Iniziamo il racconto della prima giornata con la piacevole scoperta della venticinquenne sud africana Marley Bloo, un live soul eseguito chitarra e voce per un’artista che siamo certi riascolteremo presto. Dirigendoci verso il primo live al palco Heineken il colpo d’occhio è sorprendente: il sole alto, un fiume di gente rilassata e felice e un pacioso Kevin Morby di bianco vestito, ondeggiante sui brani psych-folk del suo terzo album solista ‘Cut me down’. Ottimo inizio. Ci spostiamo per assistere a un pezzo di storia con il live esclusivo della band post-punk inglese This is not this heat. Bullen e Hayward riprendono le fila di ‘Deceit’ direttamente dal 1981. Sarebbe un delitto non ascoltare almeno qualche brano del collettivo Broken Social Scene! Ce li gustiamo comodamente seduti dagli spalti dell’arena del Ray-ban stage: per l’occasione in nove sul palco con due voci femminili (no, purtroppo non c’era Feist) per un energico live di puro indie rock canadese. Ma le sovrapposizioni dei live sono numerose e ci dirigiamo facendoci largo tra la folla verso gli scatenati Glass Animals già sul Pitchfork stage agghindato per l’esibizione con un’immensa ananas e un cactus dorati, scenografia che si sposa perfettamente con il live dei quattro di Oxford che portano in scena i loro due album all’insegna di sonorità liquide e sensuali con il trip-hop psichedelico degli ottimi ‘Zaba’ (2014) e ‘How to be a Human Being’ (2016). È la volta del nostro Persian Pelican del quale riusciamo ad assistere alla parte centrale del live, una manciata di minuti che confermano l’eleganza dell’alt-folk dell’artista marchigiano che incanta dal Night Pro stage. Corriamo quindi verso quella che si è rivelata un’impeccabile e sofisticata esibizione di Solange dal Mango stage. Il live è curatissimo in ogni particolare dall’abbinamento tessuti alle coreografie ora più geometriche ora più afro, una band magistrale che esalta le calde note di “A seat at the table”, terzo album in studio della più piccola di casa Knowles che finalmente non ha moltissimo da invidiare alla divina sorella. Arriva finalmente l’attesissimo (dalla sottoscritta sebbene non fan di prima linea) live di Bon Iver, per fortuna sul palco Heineken proprio di fronte al Mango Stage. Servirebbe un racconto a parte per narrare questo concerto. Le note iniziali di ’22 over soon’ fanno già presagire l’onorabilità dell’esibizione. Il dialogo serrato tra le batterie che si compensano tra suoni più sincopati e potenti (Mc Caughan) e modulati e moderati (Carey), i bassi sparati così forte da far vibrare il terreno, il set di cinque fiati che rende i brani ancor più solenni sembrano innalzare e avvolgere il cantato vocoderizzato di Justin Vernon. Il live è incentrato soprattutto sull’ultimo eccellente album ’22 a million’ ma non mancano brani più datati e la chiusura viene dedicata infatti alla melanconica ‘Skinny love’ eseguita chitarra e voce. Più che a un concerto abbiamo assistito a una messa, una celebrazione devota della bellezza complessa. Servirà un po’ di tempo per riprendersi da questa esperienza mistica. Si cambia del tutto registro assistendo al set del poliedrico domatore del disordine Aphex Twin. Il palco allestito con maxischermi proiettanti visual a tema optical sembra quasi disperdersi nel cielo catalano. Un live che per i non amanti della techno ambient è difficilmente digeribile. Il secondo miglior live della giornata (e del festival) è il live set di Tycho, musicista e compositore, al secolo Scott Hansen (San Francisco classe ‘77) nell’arena del Ray-ban stage; un live sofisticato accompagnato dai visual che materializzano in paesaggi infiniti dai colori acidi ma rassicuranti le note dei meravigliosi ultimi tre album ‘Dive’ (2011), ‘Awake’ (2014) e ‘Epoch’ (2016). Note eteree, sognanti e mai banali per un live sofisticato e memorabile.

2 GIUGNO
La seconda giornata inizia all’”alba di mezzogiorno” alla volta della Ciutat scoprendo i palchi del Day pro con la selezione degli artisti emergenti tra cui riascoltiamo il nostro Persian Pelican e gli Adelaida, giovane gruppo shoegaze cileno, molto energico ma forse ancora un po’ acerbo. Di certo ne è valsa la pena per ammirare l’incantevole cortile in stile moresco all’interno del Centro di Cultura Contemporanea e fermarsi per pranzo al Mercado de La Boqueria. E’ ardua non distrarsi per Barcellona tra le architetture di Gaudì e il cibo a non finire, ma restiamo diligenti! Raggiungiamo il Parc del Forum per assistere al live di IOSONOUNCANE conquistando un posto tra le prime file. La mandria di Jacopo Incani è carica come sempre e il pienone di italiani (e non) sotto il palco sono a conferma della qualità del live incentrato totalmente sull’album che lo ha consacrato: ‘DIE’. Ci spostiamo verso il “palco esordienti” mossi dalla buona esibizione di altri artisti italiani: gli Shijo X propongo un set abbastanza coinvolgente, bella voce la cantante, batterie e coloriture sonore interessanti. Da approfondire. Uno dei live da cui ero più incuriosita era quello del britannico Sampha, evidentemente non ero l’unica curiosa: l’anfiteatro stracolmo ad accoglierlo ed io arrampicata a cinquanta metri dal palco. L’artista all’attivo con tre album di cui l’ultimo ‘Process’ uscito pochi mesi fa, non delude le aspettative esibendosi in un live electro-soul contraddistinto dalla voce avvolgente e delicata. A tratti un po’ soporifero ma senz’altro emozionante. Finalmente quel caro fricchettone di Mac DeMarco accolto da una distesa di fan per lo più giovanissimi. Il concerto si apre sulle note della sorniona e irresistibile ‘Salad days’, birra alla mano e anca ondeggiante come vuole il mood dei concerti del nostro amico anche se pausa in meno tra un brano e l’altro avrebbe reso il tutto più animato. La chiusura del concerto è stata forse la parte più divertente con un Mac smutandato, matador del pubblico, si fa trasportare con disinvoltura con uno stage diving dal palco al backstage. Esilarante OK, ma meno coinvolgente di un paio di anni fa. Passiamo a un gruppo decisamente più d’impatto, definibile con tutto tranne che “sornione”… il duo rap-postrock di Nottingham degli Sleaford Mods presenta l’ultimo lavoro che li ha ancor più consacrati da band locale a band internazionale con l’album ‘English Tapas’. Un inizio infelice con ben venti minuti di problemi tecnici dal Ray-Ban stage che sembrano irreparabili sono poi risolti in un live travolgente, con l’inconfondibile voce di Williamson e delle sue mosse schizofreniche e il supporto (psicologico?) di Fearn che si limita a spingere il tasto play dal suo inseparabile laptop rovesciandosi birra addosso. Unici. Chiudiamo questa lunga maratona con il live set del super Dj-producer Flying Lotus. Un’ intensità di suoni e visual spettacolare, si esibisce celato tra i due sipari di maxi schermi ipnotizzando il pubblico per quasi due ore vigorosissime. Astuta ma ben accetta la proposta del brano estratto dal capolavoro ‘To pimp a butterfly’ di Kendrick Lamar.

3 GIUGNO
Iniziamo placidamente concedendoci un paio di dj set sotto le meravigliose strutture lignee ondulate sulla spiaggia del Parc del Forum. Il Desperados club ospita il set danzereccio di Nick Offer dei Chk Chk Chk che non perde occasione per fare quattro salti tra il pubblico, il sole alto, la birra fredda, tutto perfetto. Difficile lasciare questa ambientazione ma prendiamo coraggio attraversando l’intera area del festival per raggiungere l’Heineken Stage, origliando purtroppo solo fugacemente il live lisergico di Weyes Blood che speriamo di approfondire al più presto. La traversata è ben ripagata grazie alla performance dei malesi Songhoy Blues direttamente da Timbuktu con il suo desert blues, anticipa una delle grandi rivelazione live del festival: i Pond dal Mango stage. Molto più rock e meno psych di quello che vogliano far credere, salopette di jeans e qualche neurone rimasto qua e la caratterizzano l’aspetto dell’ex-Tame Impala Nick Allbrook. Un’esibizione assolutamente di qualità per i cinque australiani che propongono un live ben strutturato, impostato per lo più sull’ultimo lavoro ‘The Weather’. Bravi. È tempo di una delle protagoniste femminili del festival: la diafana regina dell’indie folk americano Angel Olsen. Accolta da un tappeto di fan e neofiti entusiasti che seguono incantati l’esibizione potente e delicata, dedicata per lo più all’ultimo album ‘My woman’. Di nuovo dobbiamo lasciare ante tempo questo live per conquistare un buon posto e seguire per intero lo show dei Metronomy, senza però rinunciare all’ascolto di qualche brano del nostro Wrongonyou, forse il più internazionale tra le proposte italiane del Primavera Pro. Sonorità folk eseguite chitarra e voce per un live coinvolgente e intenso che sa lasciare stupefatto soprattutto chi lo incontra per la prima volta. E finalmente eccolo una delle performance più belle, complete e divertenti dell’intero festival. I Metronomy si aggiudicano senza dubbio un posto tra i migliori live portando in scena alcuni brani dell’ultimo lavoro ‘Summer 08’ e soprattutto le hit tanto attese del masterpiece ‘English Rivera’ (2011), spiccano su tutte le ballatissime ‘The bay’ e ‘Everything goes my way’. Un’ora densa di musica elettro-pop frizzante. Cercando di trovare un posto decente per assistere al live degli headliner Arcade Fire riusciamo a seguire da lontano lo show spettacolare dell’unica vera regina del festival: Grace Jones, sessantanove anni, un’energia unica e un fisico statuario messo ancora più in evidenza dagli eclettici cambi d’abito e dal busto decorato con motivi haringiani. Divina. Dicevamo, trovare un posto per il live più atteso è stata impresa ardua ma non potevamo perdercelo. Chi ha già assistito a un loro concerto sa cosa sono in grado di fare, di quanto sappiano essere colossali. La power orchestra canadese propone in apertura il nuovo singolo ‘Everything Now’ presentato anche nel secret show pomeridiano nella giornata precedente, in attesa del (non vediamo l’ora) nuovo album in uscita a luglio. Il pubblico estasiato sulle note di ‘No cars go’ ed altri brani estratti da ‘Neon Bible’ che non venivano proposti da anni insieme ad alcuni grandi classici di ‘Funeral’ e del più recente ‘Reflektor’. Sarà il palco gigante, la brezza catalana, la vocina di Regine (polistrumentista e moglie del talentuoso frontman Win Butler) ma la potenza del live è stata a mio avviso un po’ sotto le aspettative. Quello degli Arcade Fire è un concerto che almeno una volta nella vita va visto sebbene questa volta siano stati epici ma non colossali.

Melania Bisegna

Foto dell’autore

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