Primavera Sound Festival @ Barcellona‬ [29-30-31 Maggio/1-2 Giugno/2019]

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Il Festival

Tempo di bilanci per la diciannovesima edizione del Primavera Sound Festival di Barcellona, che stavolta, più delle altre, ha fatto parlare di sé già all’annuncio del cartellone, grazie allo slogan identificativo denominato New Normal. Il concetto prevedeva due temi distinti. Il primo è che gli artisti coinvolti fossero almeno il 50% di genere femminile e che ci fosse un focus sia sulla questione gender, che sulla condanna totale della violenza di genere. Il secondo prevedeva l’apertura ulteriore verso forme musicali attuali di categoria urban, quali trap, grime e reggaeton, con qualche presenza pop decisamente più mainstream. Questo ha fatto storcere il naso a molti puristi indie della prima ora, oltre a temere un cambio di pubblico radicale che non c’è stato. Del resto anche la nascita del distaccamento elettronico del Primavera Bits qualche anno fa aveva determinato lo stesso timore e l’ulteriore ampliamento anche di quest’ultimo, non ha fatto altro che aumentare i limiti di capienza e l’offerta stilistica generale. Il risultato è stato uno dei festival più divertenti degli ultimi anni, a cui hanno assistito oltre 220.000 spettatori, con un picco di 63.000 ottenuto il sabato e che ha stabilito il record di presenze per la singola giornata. Quest’anno sono stati utilizzati venti palchi. Sedici dislocati nei quattordici ettari del Parc Del Forum, di cui quattro componevano la suddetta area Bits e uno era il classico e meraviglioso Auditori. Gli altri quattro sono palchi cittadini, attivi nelle giornate gratuite e nei momenti di chiusura del Forum. Si tratta delle due sale dell’Apolo e dei due nel complesso del CCCB, che ha ospitato anche il Primavera Pro. il meeting internazionale tra i lavoratori del settore musicale ha festeggiato la decima edizione, offrendo la solita grande varietà di temi ed eventi ai tremila partecipanti provenienti da tutto il mondo. Nel segno dello slogan distintivo del festival ha portato anche una forte maggioranza d’interlocutrici e artiste donne, ha premiato la carriera sempre in evoluzione di Neneh Cherry con il Primavera Award 2019 e ha istituito Insumisas, sezione specifica che ha esplorato la dimensione del femminismo all’interno della cultura e della musica attuale.

Il segreto del successo dell’evento è sempre lo stesso ed è strettamente legato alla città che lo ospita. Barcellona presenta una fruibilità delle location invidiabile, grazie anche alla possibilità di raggiungerle comodamente con i mezzi pubblici o servendosi di taxi dal costo umano. Inoltre dispone di ampia possibilità e varietà d’alloggi e di un clima mediterraneo invidiabile. Questa è una delle maggiori differenze che lo distingue dai grandi festival anglosassoni. Il capoluogo catalano offre anche numerosi aspetti culturali e gastronomici, oltre alla possibilità di usufruire di spiagge libere meravigliose. Un piacere sia da scoprire, che da ritrovare. La fitta proposta musicale determina la dolorosa conseguenza degli accavallamenti e delle sovrapposizioni delle esibizioni. Non si può vedere tutto e la scelta spesso esula dal gusto e dalla volontà propria, ma tiene conto anche delle distanze da percorrere, delle capienze delle aree, del sadismo della produzione (nell’ottica dei percorsi a tema è cattiveria pura mettere nello stesso slot Solange e Neneh Cherry), del mood del momento e della propria preparazione atletica. In questo modo si perdono anche alcune esibizioni che si volevano vedere, specie se vogliamo assistervi per intero. Ma il Festival è anche questo. Rispetto alle passate edizioni ci sono state novità nella logistica del Forum, come il posizionamento del palco Night Pro all’ingresso, dando maggiore visibilità alle nuove proposte internazionali. A far loro posto sono stati collocati altrove i classici stand per la vendita di dischi, maglie e serigrafie, con qualche protesta da parte dei commercianti (Rough Trade ha disertato l’evento). Una gradita novità è stata quella di ricoprire interamente l’area immensa tra i due palchi principali con uno strato d’erba sintetica, che ha permesso lo sbrago collettivo nei momenti d’attesa e ha evitato il formarsi del tipico polverone negli spostamenti di massa. Altra iniziativa lodevole è stata quella di sostituire i classici bicchieri di plasticaccia trasparente con bicchieri celebrativi riutilizzabili, su cui erano stampate le locandine e i nomi dei partecipanti delle diciannove edizioni. La gente ha iniziato così a collezionarli, evitando che si manifestasse il solito stillicidio di plastica per terra. Se lo mantenevi e riusavi avevi lo sconto di un euro sulla bevuta successiva, se ne raccoglievi venti a caso avevi una bevuta gratis, mentre se ne possedevi venti diversi avevi la possibilità di vincere un abbonamento standard per la prossima edizione. Il ventesimo bicchiere raffigurava uno spoiler sulla prossima edizione della kermesse e di questi ne hanno messi in circolazione quattrocento il sabato nei bar del Forum. Se ti capitava e avevi i diciannove delle edizioni precedenti con te, potevi consegnarli entro le tre di notte nel punto di raccolta indicato e ritirare l’abono. Per la cronaca ne sono stati vinti 104. Il nome sul bicchiere è quello dei Pavement, una reunion di lusso che avverrà solo per due apparizioni, la prima al Primavera di Barcellona dal 4 al 6 giugno e l’altra all’edizione di Porto dal 11 al 13 giugno. La volontà è quella d’inserire in cartellone altri artisti storici che sono strettamente legati alla storia e all’immagine del Festival e altri nuovi (rumors non confermati parlavano persino di Childish Gambino). Ma le novità non finiscono qui e vengono evidenziate il sabato da alcune cartoline distribuite all’interno. Il trenta per cento del marchio è stato venduto a un fondo finanziario americano, legato in qualche maniera al management musicale. Questo permetterà di celebrare degnamente il ventennale con altre due nuove edizioni. Una si terrà a Los Angeles il 19 e 20 settembre e l’altra non si sa né dove, né quando, ma gli indizi portano tutti a Londra. Infine l’inizio dei festeggiamenti avverrà già da quest’anno con il Primavera Weekender, che l’8 e il 9 novembre a Benidorm avrà una gustosa anteprima con Belle & Sebastian, Idles, Sleaford Mods, Cigarettes After Sex, Whitney, John Talabot e tanti altri. Il tutto va a formare un’iniziativa ampia e strutturata, che siamo già impazienti di poter vivere.

I concerti del 29 maggio

Per noi il festival inizia al Day Pro con l’esibizione dei Malihini, duo italiano di stanza a Londra, formato da Federica Caiozzo voce e synth e Giampaolo Speciale chitarra e voce. In concerto si avvalgono dell’ausilio di Alberto Paone alla batteria. Durante la mezzora a disposizione, la band presenta il materiale dell’ottimo album d’esordio “Hopefully, Again”. Si tratta di pop raffinato di grande qualità, dall’attitudine internazionale e dall’approccio melodico e dinamico molto convincente. Hanno ottenuto un buon riscontro generale e lo hanno meritato tutto. Lasciamo lo spazio del CCCB e dopo un ricco e lungo aperitivo ci dirigiamo al Parc del Forum per assistere alla performance dei Big Red Machine. La creatura art-pop di Justin Vernon a.k.a. Bon Iver e di Aaron Dessner dei The National, propone l’omonimo disco d’esordio del 2018 per intero e qualche brano nuovo, o come piace dire a Dessner, alcune nuove idee. Sul palco Vernon è alla voce, chitarra, laptop e synth, mentre Dessner ha un set simile, ma senza voce e con il piano. Poi ci sono un batterista, un tastierista e chitarrista, un bassista e una voce femminile ai cori e alle armonizzazioni. In cinque brani sui quattordici totali vengono raggiunti sul palco da Julien Baker, che sfoggia, oltre alla sue grandi doti vocali, una maglietta del Barcellona col numero dieci. Le trame strumentali risultano molto interessanti, mentre il canto di Vernon a volte indugia troppo con il vocoder e sembra appiattire l’insieme. La performance forse non brilla per dinamismo, ma nei 75 minuti totali suscita una buona impressione. Magari però nell’ottica del concerto gratuito al Forum si sarebbe fatta preferire una proposta con maggiore verve. Raggiungiamo la sala grande dell’Apolo dove sta per iniziare il set di Coucou Chloe, cantante, Dj e producer francese, parte integrante del progetto Nuxxe. Lei è brava e regge molto bene il palco. Presenta un’elettronica di tendenza (ha collaborato anche con Rihanna) assolutamente non banale ed è accompagnata da un Dj che la sostiene con basi moderne e interessanti. Tra industrial, hip hop destrutturato ed elettronica hi-tech di confine. Interessante. A seguire abbiamo il piatto forte della serata. I Fucked Up sono sangue e sudore, muscoli e rabbia. Il sestetto canadese è dedito a un post-hardcore caratterizzato dalla velocità e dalla potenza d’esecuzione. Su tutto la voce del barbuto e corpulento Damian Abraham, che si dimena come un ossesso e si mischia alle tre chitarre taglienti, le due voci di supporto e la ritmica granitica. Esaltati ed esaltanti. Una scossa dal basso. Il pubblico si accalca, poga e fa stage diving come non ci fosse un domani. Liberatori. Lui fa roteare continuamente il microfono prendendolo dal cavo, stringe mani e da il cinque a tutti quelli della prima fila, provando persino a farli cantare. A momenti si uccide mentre salta da una parte all’altra del fronte palco e si denuda involontariamente colto da una sorta di trance agonistica performativa. Dispensa complimenti sulla città e il festival. Il chitarrista si toglie lo strumento, prende il microfono e inizia a cantare insieme a lui un brano di una ferocia contagiosa, alternandosi nelle strofe e poi all’unisono nel refrain. Anche la bassista canta in un paio di pezzi. I brani si susseguono senza pausa. Suonano un noise spaziale, che non da respiro. Hanno una resa decisamente migliore rispetto a quanto comunicano in studio. Il ritornello del brano finale viene cantato da tutta la sala guidata da Abraham, che oramai è totalmente incontenibile. Finisce così, tra gli applausi del pubblico gaudente. Vinti dalla stanchezza andiamo via, prima che il dj-set di Apparat appena iniziato, possa indurci nella tentazione di restare oltre. 

I concerti del 30 maggio

La nostra giornata di oggi inizia con il concerto di Birthh al Day Pro. La giovane e valida artista toscana è in trio. Lei chitarra, voce e laptop, accompagnata da una tastierista, corista e laptop e da un batterista. Presenta un set molto interessante caratterizzato da brani morbidi e delicati e una grande capacità comunicativa. Si prosegue poi all’Auditori Rockdelux per una coppia di esibizioni diversissime tra loro. La prima è quella di Julien Baker. Piglio da folksinger navigata e voce d’angelo. Si presenta in solitudine con chitarra, effetti, loop station e tastiera. In alcuni brani viene affiancata da una violinista. Ha un fascino scarno ed essenziale e sa toccare le corde più intime del pubblico che affolla la venue e le tributa un sentito omaggio. Magia. La seconda è di forma diametralmente opposta e si tratta della performance dei The Necks. Il trio australiano è formato da contrabbasso, batteria e pianoforte e propone un jazz sperimentale e non convenzionale, molto vicino ad alcune sfumature di musica concreta e ambientale. Si tratta di un unico brano strumentale dalla componente ansiogena notevole e dallo spirito totalmente libero. Una lunga introduzione lenta con poche note di piano, il contrabbasso con l’archetto e le percussioni. Atmosfere etniche, effetti bizzarri come quello creato sfregando un piatto della batteria sul bordo del timpano. Tutto si gioca sulla timbrica e sulle variazioni dinamiche del registro del suono. Il bassista percuote le corde del suo strumento e il batterista esegue un pattern leggero, ma serrato e continuo, come la progressione del piano. Ci si trova tra jazz e classica, nel vortice di un flusso evocativo e ipnotico. L’intensità cresce con la sovrapposizione delle ripetizioni e lambisce i territori vicini agli sperimentatori contemporanei. Nella parte finale il crescendo diventa straniante, portandosi fino alla soglia del rumorismo puro. Il tutto si chiude in maniera circolare, implodendo con naturalezza nella stessa forma e struttura iniziale. Un viaggio di 45 minuti in grado di stonare l’ascoltatore senza bisogno di particolari additivi. Applausi. Stephen Malkmus & The Licks si esibiscono sul palco Primavera. Il quartetto è classico e alla chitarra e alla voce dell’ex leader dei Pavement si affiancano un chitarrista e tastierista, una bassista e un batterista. Lui ha sempre il suo fascino dinoccolato, quel suono particolare e un canto inconfondibile, mentre il resto della band è abbastanza ordinaria. La scelta dei brani ricade soprattutto sull’ultimo disco “Sparkle Hard” e qualche ripescaggio. L’ora scorre via senza infamia e senza lode e riempie di leggera nostalgia e qualche velato entusiasmo i presenti. Mac De Marco al Seat si conferma un amabile guascone e i membri della sua band non sono da meno. Sono in cinque sul palco e oltre a lui chitarra e voce abbiamo un tastierista, un altro tastierista e secondo chitarrista, un bassista e un batterista. La buttano subito sull’ironia ed entrano in sintonia con il pubblico. Situazione che manterranno parlando molto tra un brano e l’altro. Suonano brani morbidi e affabili, su cui giocano e jammano, mentre la gente canta e balla. L’ascolto è vario: pop, funk, rock e easy listening suonato molto bene. A volte gigioneggia verso la telecamera e fa il solo, usando la bottiglia di vino che stava bevendo come slide. Fa battere le mani e lancia improbabili call and response. Don’t be shy ripete. Qualche anno fa mi indispettì non poco, oggi mi ha divertito e l’ho riabilitato. Nas inizia con dieci minuti di ritardo rispetto al timing ed è una notizia. L’incipit è epico. Sono in tre. Con Lui ci sono un dj e un rapper che fa le doppie, le linee vocali melodiche e suona spesso una batteria bianca montata a fianco della consolle. Lo show è un greatest hits totale! Alterna continui richiami ai propri brani e gioca con il pubblico, facendo leva sui campioni e le citazioni usate per le basi, come ad esempio con “Sweet Dreams” o con alcuni sample di musica classica. I cambi sono velocissimi e i brani non durano più di un paio di minuti l’uno. Figata. Il Ray Ban è bombato e festante e risponde alla grande al coinvolgimento dal palco. La sensazione è quella di trovarsi in un continuo back in the days. Un’ora da king assoluto. Erykah Badu è la regina del neo-soul. Ancora bellissima nonostante il tempo che passa. Ha i capelli lunghi raccolti da una fascia sulla fronte, vestiti larghi, un cappello grande bianco, un filo di perle sottile stretto sotto gli occhi e lunghe collane differenti. Sono in dieci sul palco: lei alla voce e ai pad elettronici, un batterista, un percussionista, un bassista, un tastierista vintage (organo, moog, Rhodes e Farfisa), uno al synth e al laptop, un dj e tre coristi-ballerini. I visuals variano dalle immagini delle telecamere riprese in diretta, alle proiezioni grafiche digitali, ottenendo sovrapposizioni di grande effetto. Le luci sono perfette e l’interazione creata dal fascio prodotto dal cono laser disposto sopra di lei e la macchina del fumo genera suggestioni molto particolari. Il sapiente mix di r&b, soul, hip hop, funk e jazz esalta le sue notevoli doti vocali e il virtuosismo tecnico della band. Un piacere sentirli suonare. Distilla classe cristallina e un carisma notevole, gestendo tutto e tutti a suo piacimento, dalla band al pubblico. La setlist pesca in tutto il repertorio. Ci sono “On & On” e “Appletree”, “Bag Lady” e “Love of My Life”, “Window Seat” e “The Healer”, “Can’t Use My Phone” e “Tyrone”. Suona anche “Hello It’s Me” di Todd Rundgren e “Liberation” degli Outkast, che presenta come il suo gruppo preferito. Durante i brani esercita tutta la sua teatralità nei gesti e negli speech e il pubblico partecipa ammaliato. Parla di età e di nascite, di consapevolezza e di vita. Detta i tempi alla band e chiama i soli e i bridge, dirigendo tutto con modi ed espedienti vari. Usa due diapason per darsi la nota da raggiungere in un vocalizzo. Si ferma e cambia il modo di eseguire il brano, poi balla e coinvolge il pubblico. Si fa avvolgere dal cono laser come in un trono. Si siede sul fronte palco, lascia in solo il percussionista e fa battere le mani a tutti, poi fa rientrare piano pano la band e la presenta. Si toglie e rimette i bracciali e sposta il cappello che aveva appeso al suo fianco. In un finale sciamanico fa tendere a tutti le mani e parla di convogliare l’energia in un esercizio collettivo di speranza, che unisca qualsiasi razza, paese, religione o tipologia di vita in un unico grande amore. Chiude così. 80 minuti di magnetismo assoluto. FKA Twigs inizia la sua performance di r&b alternativo da sola sul palco e di bianco vestita. Dietro di lei un fondale che rappresenta un cielo azzurro con delle nuvole bianche, disegnato su drappi di tenda giganteschi. Sembra bellissima, con il vestito che lascia scoperte le gambe e copre abbondantemente il resto. Spicca un grande cappello con alcune piume e una mantella a coda. Si muove lenta e sinuosa come la sua musica. Gran bella voce, basi elettroniche a volte irregolari, aperture rumoriste e frequenze basse corpose. Tolto il cappello ha i capelli raccolti a treccine. Dopo qualche brano entrano quattro ballerini, anche loro vestiti di bianco, che formano insieme a lei ottime coreografie. Per un attimo rimangono solo loro, il tempo per un veloce cambio d’abito e rientra di rosso vestita con un lungo velo azzurro in testa. Rimane di nuovo sola e poi viene raggiunta dai ballerini che indossano una maschera, agitandone un’altra con le mani. Un’ancella della madre musica con una voce angelica. Il velo di sfondo viene lasciato cadere e mostra una struttura a tre piani di tubi innocenti, dove al centro ci sono tre musiciste (tastiere e percussioni, violoncello, chitarra e percussioni) mentre al di sopra e al di sotto agiscono i quattro danzatori. Ad un certo punto scompare di nuovo per pochi secondi e riappare in costume di paillettes a due pezzi. Si esibisce in una pool dance vertiginosa su un tubo della struttura, mostrando un fisico notevole. L’ultimo brano ci offre un altro cambio d’abito. Stavolta fin troppo casto e con una gonna a baldacchino in stile vittoriano. Il brano si chiude in una pioggia di coriandoli e petali di fiori. Ovazione meritata. L’ultimo brano è una ballad delicata, per solo piano, voce ed effetti. Grande vocalità e ottime coreografie, il Ray Ban era tutto ai suoi piedi.

I concerti del 31 maggio

Il venerdì si apre con Hån al Night Pro. L’artista italiana canta e suona la chitarra e il synth, accompagnata da un batterista che usa anche i pad elettronici e un chitarrista che si alterna alla tastiera. Pop elettronico e moderno di ottima fattura, bella la voce e raffinati gli arrangiamenti. Presenta anche del materiale inedito. Snail Mail al palco Primavera era una curiosità. Sono in quattro: lei chitarra e voce, una tastierista e chitarrista, un bassista e un batterista. Hanno qualche problema tecnico e pure quando lo risolvono il concerto non decolla. Suonano indie pop e rock alternativo, ma in maniera un po’ scolastica e danno l’impressione di poterlo fare molto meglio. Al Ray Ban i Sons of Kemet XL danno spettacolo! Il quartetto di Shabaka Hutchings aggiunge due batterie alle due già in organico e ci rivela la fuente del ritmo. Energia contagiosa, caribbean folk, tribalismo e free jazz. Lunghi soli che si intersecano, si sommano e si inseguono, in un approccio multietnico e multiculturale. Hutchings spinge il suo sassofono verso lidi cosmici e il basso tuba di Cross ha una potenza invidiabile. I quattro batteristi si incastrano alla perfezione e non danno mai l’impressione di essere troppi. Sfumature multicolori mai eccessive che sottolineano tecnica e attitudine. Indugiano spesso nell’afrobeat e generano un ballo generale da cui è impossibile non farsi coinvolgere. Non risparmiano qualche momento più riflessivo e altri di consapevolezza sociale più marcata e non tradiranno nessun cedimento fino alla fine. Enormi. Si torna al palco Primavera per i Beak. Il trio capitanato dal batterista Geoff Barrow è sempre una certezza e ci offre il solito meraviglioso viaggio tra krauth, psych, wave e post rock. Si parte con “The Brazilian” e si chiude con “Life Goes On”, in cui invitano un loro amico sul palco a suonare i bonghi. Nel mezzo rafforzano la dimensione di fuoriclasse con tutta la naturalezza che li contraddistingue. Il Primavera li ama e loro non sono da meno, tanto che Barrow, che è uno che non le manda a dire, dichiarerà a fine concerto su twitter: “Primavera seems it’succeeded where others have failed. Walking around last night it didn’t feel like white mans festival. The most totally mixed crowd I’ve seen in a cool & safe environment”. Ancora ebbri ci dirigiamo all’Auditori per il concerto dei Dirty Projectors. Il sestetto per questo secondo set al festival sceglie di eseguire dei nuovi brani. Pop e rock non convenzionale e di grande raffinatezza. I tre front man si mischiano scambiandosi strumenti, parti vocali e posizioni sul palco. Tastiere, chitarre, basso, batteria, organo, pad elettronici, percussioni, cori e armonizzazioni. La dimensione dell’Auditorium ne esalta l’esecuzione per acustica e fruibilità. Il nuovo materiale non sembra affatto male, vedremo gli sviluppi. Al palco Pull&Bear Janelle Monae fa il concerto che non ti aspetti. Una produzione importante. Una band di cinque elementi musicalmente impeccabile, un corpo di ballo di quattro persone e la sua versatilità nel cantare, danzare e intrattenere il pubblico. Anche i visuals e le luci sono di grande effetto. Tutto si compie in una celebrazione continua del sacro verbo della black music. Non a caso si colloca l’omaggio a Prince di “Purple Rain” nella coda di “Prime Time”. Altri picchi di neo soul, r&b e hip hop si registrano in “Electric Lady”, “Queen”, “Tightrope” e “Make Me feel” in cui si cimenta anche in un riuscito moonwalking. Nel finale si toglie gli stivali, e mentre la band continua a suonare si getta in un reiterato crowd surfing, prima di scendere dalle transenne e dare il cinque a tutto il pit, per poi salire sulle spalle di un bodyguard e farsi riportare sul palco. Una professionista dell’intrattenimento. Subito dopo è la volta di Miley Cyrus al palco Seat. L’esibizione dell’ex bambina prodigio è introdotta dalla proiezione di un video dai rimandi esplicitamente sessuali, che la vede mangiare della frutta in maniera avida ed equivoca e poi cospargersi il corpo di succhi vari. Sale sul palco tutta vestita di pelle, con i tacchi a spillo e grossi occhiali da sole neri. “Nothing Breaks Like a Heart” da inizio alle danze. Si avvale di sette musicisti: un batterista, tre chitarristi, un bassista tastierista e una chitarrista tastierista. I riferimenti a Madonna sono evidenti, ma con un piglio più rock. Simula amplessi e pratiche sessuali. Toglie il giubbetto e rimane con un top e balla in maniera molto sensuale. Si prodiga in alcuni speech di maniera e il pubblico la acclama. “We Can’t Stop” fa esplodere il fanatismo del pubblico e tutti cantano, ballano e ondeggiano le mani a tempo. “Malibù” è accolta da una selva di telefonini in aria e un frastornante canto all’unisono. La cover di “Jolene” coglie nel segno e “Party In The Usa” con il ritornello ruffiano che si ritrova, conquista l’ipotetico dancefloor. Fa finta di uscire mentre la band chiude la reprise del brano. Il pubblico la richiama a gran voce. Riesce in cima ad una parte della scenografia raffigurante delle grosse casse e un sub, che è stata portata al centro del fronte palco. Da lì conclude il concerto con “Can’t Be Tamed” e soprattutto “Wrecking Ball”, suonando tra il tripudio generale. Comunque ha carisma e anche una bella voce. Cinquanta minuti di show, che seppure non corrispondono alla mia tazza da tè, a volte fa piacere poter assaggiare. L’unico dubbio è cosa ci facessero tutte quelle chitarre sul palco. A questo punto per scrollarsi di dosso un po’ di patina non c’è nulla di meglio di una bella scarica punk e ce la offrono gli australiani Amyl and The Sniffers. La scatenata e giovanissima cantante, insieme ai suoi tre sodali donano una scarica di sana adrenalina agli avventori dell’Adidas Stage. Non fanno niente di nuovo ma lo sanno fare bene. Un set breve, coinciso e diretto come la musica che propongono. Il post punk non morirà mai. Yves Tumor abbandona per una sera la sua vena industrial e l’elettronica sperimentale, per esibirsi in full band sul palco del Pitchfork. Alto e magrissimo, di bianco vestito, con pantaloni attillati e a zampa d’elefante, stivali, canotta e una lunga chioma arancione, sembra un incrocio tra David Bowie e Amanda Lear. Sul palco è assistito da una bassista, un batterista, un tastierista e un chitarrista. Creano un groove pieno e profondo, miscelando diversi stili con attitudine glam. Un piacere da ascoltare nonostante il vecchio problema dell’audio non perfetto di questo palco. La voce è filtrata, le basse prominenti, tastiere e chitarre in evidenza. Lui tiene il palco alla grande e divide la scena con il chitarrista che per aspetto e movenze sembra uscito direttamente dalle New York Dolls. Tumor rimane a petto nudo e tiene un foulard bianco in mano, mentre si dimena e si contorce sulle pedane del palco. La performance risulta assolutamente pregevole. Si continua con i Jungle al palco Primavera. Sono in sette: i due leader alle voci, tastiere e chitarra, poi un bassista, un percussionista, un batterista e due voci femminili. L’ora di set scorre tranquilla tra easy listening, elettronica, disco e french touch. Ormai in Francia vogliono essere tutti gli Chic, ma loro alla fine risultano abbastanza scolastici e a tratti anche piatti. Concludiamo con Mura Masa che infiamma il Ray Ban con un set di elettronica suonata. Il producer inglese usa chitarra, percussioni, laptop, tastiere e batteria. Crea loop che sovrappone, somma e sottrae, alla ricerca del groove giusto e riesce a far ballare una grande folla di gente. Alla voce ci sono due vocalist molto dotate che si alternano e che nell’ultimo brano si esibiscono insieme. Si tratta del set classico di chiusura pre dj e forse uno dei migliori di questo genere in questa edizione. In bilico tra la ricerca di sonorità moderne e quella punta di coattaggine che in questi casi non guasta. Molto coinvolgente.

I concerti del 1 giugno 

Il sabato ce la prendiamo comoda e arriviamo per vedere gli Shellac al Ray Ban. Suonano ogni anno ed è sempre bello andarli a trovare, come accade con i vecchi amici. Sono in forma e lo si capisce subito dal riff iniziale di “My Black Ass”. Da qui in poi scaturiranno cinquanta minuti di esercizi di stile indie noise e post punk, gag di maniera e feeling a pacchi. Sono potenti, compatti e abrasivi. Non cambia nulla da venticinque anni. Le grandezze sono così ripartite: a Bob Weston la massa, a Steve Albini la velocità e a Todd Trainer il tempo. Dopo aver dato l’arrivederci alla prossima edizione al trio di Chicago, raggiungiamo il Pull&Bear con un po’ di anticipo per il concerto di Rosalia, ma l’area è già abbastanza bombata. La giovane beniamina locale si presenta vestita tutta di rosa e con delle zeppe ai piedi esagerate. Occupa una grossa pedana centrale insieme a sei ballerini, mentre alla sua sinistra opera El Guincho, il suo produttore che suona tastiere, laptop e percussioni e che è il solo ad occuparsi della musica. Dall’altro lato ci sono quattro coristi che oltre a cantare si prodigano nel classico battimani flamenco. La performance consiste tutta in canzoni pop di buona fattura, tra modernità e tradizione iberica, cantate molto bene e coreografate anche meglio. Durante il secondo brano viene raggiunta sul palco da James Blake per un duetto. Lei per la giovane età si muove bene e sa intrattenere. Potrebbe forse evitare l’uso del vocoder. Alterna bene l’uso di due microfoni, uno normale e l’altro effettato. Presenta il disco d’esordio e altri singoli e viene accolta e sostenuta con grande energia e partecipazione dal pubblico. Molto meglio delle aspettative. In questo tipo di campionato l’asticella si alza notevolmente con l’esibizione successiva di Solange al palco di fronte. La produzione dello show è tanta roba. Sono sette musicisti: batteria, basso e moog, chitarra, due tastieristi, tromba e trombone. A questi si aggiungono due coriste e sei ballerini. Tutti sono vestiti elegantissimi di grigio scuro. Suono e coreografie di grande livello, le luci sono per lo più fisse, lo sfondo è bianco e la scenografia è una struttura dotata di una grande scalinata dove agiscono i ballerini e una nicchia in cui c’è la batteria. Neo soul e R&B interpretato con personalità e consapevolezza. L’esibizione incarna lo spirito black con garbo e raffinatezza e il buongusto non si perde nemmeno quando una ballerina inizia a twerkare con vigore durante “Binz”. Dodici dei diciassette brani in scaletta provengono dall’ultimo album “When I Get Home”, quattro dal precedente “A Seat at the Table” e solo uno dall’esordio “True”. Lei canta e balla molte bene e suscita un gran fascino. Il mood generale è molto intimo e delicato, ma quando si apre alla danza sa perfettamente come coinvolgere il pubblico. Non mancano i classici speech confidenziali e i gesti motivazionali, come quando scende tra le prime file e letteralmente se li va a prendere di persona. Ma il suo è uno scambio continuo con il pubblico e il palco non sembra una barriera in questo senso. Suona anche dieci minuti in più del previsto. Sulle ali dell’entusiasmo raggiungiamo il palco Primavera e assistiamo a una performance di livello assoluto da parte dei Primal Scream. Avevamo lasciato Bobby Gillespie e soci due anni fa a Roma piuttosto malconci, reduci da una prova assolutamente sottotono. Li ritroviamo di fronte a una platea nutrita e festante, davvero in gran forma, lucidi e grintosi. Piazzano un greatest hits ben congegnato che si apre con “Movin’ On Up” e si chiude con “Rocks”, passando per “Kowalsky”, “Kill All Hippies”, “Swastika Eyes” e “Country Girl”. Tra i momenti migliori “Higher Than the Sun” dedicata alla scomparsa di Roki Erickson, avvenuta il giorno prima e il singalong su “Loaded” che cita il coro in falsetto di “Sympathy for the Devil”. Il quintetto guidato dall’istrionico ed elegantissimo cantante nel suo completo fucsia, ci ricorda che è solo rock’n’roll, ma in fondo ci piace! Gli Stereolab erano la reunion più attesa di questa edizione del festival. Il quintetto guidato dalla voce di Laetitia Sadier e dalla tastiera di Tim Gane, mancava dalle scene da una decina di anni pur non essendosi mai sciolto ufficialmente. Partono con “Come and Play in the Milky Night” e tradiscono qualche problema di suono che risolvono già nella successiva “Brakhage”. Creano un groove bello pieno, meno psych e più funk wave. Si esaltano tra il basso pulsante, la batteria incalzante, i suoni oscillanti della tastiera e la chitarra graffiante. E poi c’è lei, nella sua austerità di francese fintamente altezzosa. Brani come “French Disco”, “Miss Modular” e “Ping Pong” sottolineano l’arte della ripetizione degli incastri melodici e la capacità di generare un crescendo di grande intensità. In questo senso l’apice si trova nel finale con le progressioni di “John Cage Bubblegum” e “Le Boob Oscillator”, che fanno esplodere il Ray Ban di felicità. Bentornati. Facciamo un salto al Primavera Bits, esattamente al palco Lotus, quello grande sulla spiaggia, altra novità di quest’anno. L’area è molto affollata e l’atmosfera assolutamente piacevole. Richie Hawtin fa un live set di techno pura e spinge come un forsennato. Il producer inglese sceglie l’approccio stile Detroit piuttosto che quello minimale e offre un party di chiusura espanso e sudaticcio. I visual e le proiezioni risultano di grande impatto e la gente balla come non ci fosse un domani. Qui la felicità viene distillata in comode bottigliette d’acqua e si ripara dietro a un paio di occhiali da sole. Eppure è notte fonda, ma non per tutti. Dopo una mezzora abbondante di set, peraltro niente male, torniamo al Ray Ban per chiudere la giornata con il live dei Modeselektor. Il duo berlinese presenta il nuovo disco “Who Else” con la solita ricetta tra breakbeats e techno da club bangers, dove la chiave di volta necessaria è l’impatto, a volte greve, sia nella musica che nelle immagini. Con loro c’è un mc ospite in qualche brano. La portano a casa con mestiere.

I concerti del 2 giugno 

La domenica si va nell’area gratuita all’interno del CCCB per il concerto dei Filthy Friends al palco Barcelona. Si tratta del supergruppo statunitense formato da: Corin Tucker (Sleater Kinney) alla voce e alla chitarra, Peter Buck (R.E.M.) alla chitarra ritmica, Scott McCaughey (The Young Fresh Fellows) al basso, Kurt Block (Fastbacks) alla chitarra solista e Linda Pitmon (la moglie di Steve Wynn) alla batteria. Hanno all’attivo due album per Kill Rock Stars, di cui l’ultimo, intitolato “Emerald valley” è stato pubblicato all’inizio di maggio. La loro musica è alternative rock di chiara matrice americana e approccio indipendente. Nell’ora a disposizione dimostrano tutto il piglio da rocker navigati che posseggono, suonando egregiamente e gestendo il pubblico con classe e ironia, soprattutto negli speech. La Tucker è una frontwoman di razza e canta molto bene. Buck si presenta magro e ossigenato, indossando una camicia a fiori. Stavolta non usa la classica Rickenbacker, ma una Gibson, con cui crea i suoi riff inconfondibili. McCaughey ha un aspetto sornione, se la ride sotto la barba bianca e con il drumming asciutto e preciso della Pitmon, forma una sezione ritmica compatta ed efficace. Block sprizza energia da tutti i pori, a volte in maniera goffa, ma assolutamente coinvolgente. Quando si lancia nei soli, sia per l’aspetto, che per smorfie e movenze, sembra Jack Black in School of Rock. Divertenti. La sera è la volta di tornare all’Apolo per chiudere il nostro festival. Nella sala grande assistiamo all’esibizione dei The Beths. Il quartetto della Nuova Zelanda mostra ottime dinamiche e la giusta carica, con cui maneggiano impulsi pop rock, d’ispirazione punk e indie. Presentano il loro disco d’esordio e si basano sul vigore dei riff delle chitarre, gli slanci melodici delle strutture e le armonie delle voci, soprattutto quella della cantante. Una gradevole sorpresa. Scendiamo alla Sala 2 per la performance di Efrim Manuel Menuck. La venue è stata ristrutturata e ampliata rispetto al passato e la fruibilità ne guadagna di molto. Il leader dei Godspeed You! Black Emperor si presenta in duo e un tavolo pieno di synth ed effetti collegati a un muro d’amplificatori per chitarre. In un’ora presenta materiale tratto dai suoi due album solisti, strutturato su un tappeto di drones sovrapposti su cui si inserisce con il suo canto, che appare come sospeso. Space rock sperimentale dal magnetismo carsico e fluttuante. Il modo più intimo per concludere il nostro Primavera Sound 2019.

Cristiano Cervoni

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