PRIMAVERA SOUND [Barcellona, 29-30-31/Maggio/2008]

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[Giorno 1]

La premessa è che arriviamo a Barcellona alle 7 e qualcosa, in anticipo di mezz’ora, cosa che perplime un secondo ma siamo troppi riconglioniti e indolenziti dal volo Ryanair per proferire parola. La camera d’albergo è di fronte al mercato, sulla Rambla. Albergo a conduzione famigliare, indiana credo, tutto un po’ inquietante ma ci si fa il callo subito, del resto ci staremo pochissimo, in poche parole ci poggeremo solo le valigie. Compro una valanga di vinili nell’attesa (metà della discografia delle Sleater Kinney per dire) mangiamo una paella e ce ne andiamo al Primavera, al Forum. Braccialetto, libro, guida mappa e pennarello fosforescente d’ordinanza e siamo dentro. Da qui per me che è la prima volta noto che il posto è bellissimo, vicino al mare, non nel sendo di “si vede il mare”, ma di attaccato al mare, cinque palchi relativamente vicini, la tratta che spaventa è ATP Vice, ma più che altro per le scalinate del Vice. I set della giornata che mi hanno visto protagonista sono stati:

Marzipan Man: ovvero, li ho sentiti con un orecchio mentre sparavamo cazzate sui divanetti, molesti non erano (per questo leggerete dopo l’indice significativo per il termine molesto) e non facevano andare per traverso la birra in mano quindi oh il loro dovere l’hanno fatto. Da catalogare sotto il genere indie fuffa, arpe organi e quant’altro per chi volesse dettagli.

MGMT: ora mi beccherò gli strali di molti ma alla resa dei conti erano un po’ uno dei gruppi più sotto l’attenzione della prova live, tanti sono stati i consensi per il loro ‘Oracular Spectacular’. Al dunque tanto rumore per nulla o meglio, live discreto, accattivante, parecchio di posa, ma le canzoni variano tra Bowie e i T-Rex, senza aggiungerci un minimo del proprio. Probabilmente le aspettative dovevano essere tarate sul discorso album e il live per quello che era possibile si sarebbe goduto di più. Almeno per me. Magari in un club il giochino funziona.

The Notwist: sonnacchiosi iniziano con ‘Pick Up The Phone’ e già la cosa predispone un animo più che nobile, il live però alla lunga subisce un po’ di acciacchi di natura tecnica (effetto mp3 tutto sulla stessa frequenza e indistinguibile o quasi) e un po’ di natura Notwist, ovvero finali eccessivamente lunghi, al limite della paranoia e un po’ troppo reiterati. Scaletta buona con brani portanti sistemati come Dio comanda. Peccato che i brani dell’ultimo non siano tutti all’altezza.

Public Enemy: il mio clou della serata o almeno “l’inizio del clou”. Il live inizia quasi come una sorta di invocazione hip hop da chiesa, due dj aprono le scene con basi lente, ipnotiche, pesissime. Una roba che dura una ventina di minuti, sembra quasi masochismo tirarla così per le lunghe, salgono in tre sul palco, le famose guardie del corpo e poi io ve lo dico all “yo Chuck” non ho capito più niente. Iniziano ‘It Takes A Nation’ e ovviamente prendono il via con ‘Bring The Noise’ da lì balla tutto, anche i muri, anche gli scalini. Mettetemi davanti questo live tutte le sere da qui fino a che non muoio e riballerei tutto dall’inizio alla fine. Chuck D e Flavor Flav come a dire, stanno ancora sul pezzo, e sono molto buono, perchè secondo me vanno ben oltre il pezzo. Live perfetto impeccabile un’ora di sudore e salti e chiusura con ‘Fight The Power’, sermone di Flavor Flav “you don’t fuck with us” che è un po’ il suo amen. Grandiosi.

Portishead: ecco, io sono triste e depresso perchè fondamentalmente so che non avrò mai più in via mia un’accoppiata Portishead + Public Enemy, ma tant’è. Il live è semplicemente agghiacciante per bellezza e mood, oscuri, emozionalmente devastanti, mettono in mostra il loro essere un gruppo del terzo millennio a tutti gli effetti, con Barrow vero deus ex machina della cosa, anche dal vivo, e Beth Gibbons che è semplicemente imbarazzante nel suo saper scavare dentro le orecchie di chi ascolta. Highlight del concerto senza ombra di dubbio ‘Wandering Star’ “acustica” e ‘Machine Gun’, salutata con un’ovazione con il featuring di Chuck D.

Explosions In The Sky
: erano nel novero dei gruppi che mi hanno mosso da qui per il festival, sono stati la delusione più grande. E non parlo di tecnica perchè quella ovviamente c’è. Parlo di atteggiamento sgarbiano, saccente e pieno di prosopopea. Prima di andarmene veniva da strillare “Dateci i Mogwai!!”. Un’attitudine per quello che mi riguarda totalmente sbagliata, da detentori della cosa post rock, quando quello eh, c’era da un po’. Bravi o no dopo mezz’ora quasi ho abbandonato la scena, triste, il che fa molto post rock, in effetti, e moltissimo Explosions In The Sky.

De La Soul: visti in attesa degli amici, il più “negro” di noi era fuori di sè (e quando ricapita) del resto un’accoppiata old school del genere è difficile ricapiti, live quadrato anche se non coinvolgente quanto i Public Enemy. Fateci però un giro, su una cosa così e capite che il 99% dell’attuale hip hop è autentica spazzatura.

Vampire Weekend: li ho sempre trovati inutili, alla stregua di un gruppo cover di Paul Simon, fatto male per altro. Ho resistito quattro pezzi portando con me la convinzione che non ci avevo visto male, anzi. Sono proprio fuffa, di quella grossa.

[Giorno 2]

Il secondo giorno inizia sotto l’indicazione dell'”andiamo a vedere il parco Guell”. Di fronte all’immensa salita io quasi mi metto a piangere però si va. Pendenza 45° per chi non c’è mai stato, una salita infinita. Evitatelo sennò morite. Detto questo scopriamo la “clara”, o almeno io la scopro questa simpaticissima mistura di birra e limonata gazosata, roba da ragazzini ma non berrò più altro da lì a tre giorni. “Altro” nel senso di altra cosa rispetto alla clara. Torniamo al Forum, di corsa anche, perchè credo di essere uno dei pochissimi non spagnoli che avevano fretta di arrivare per le 17.

Russian Red: rispetta le aspettative, folk delicatino, innocuo ma con un bel visetto. Il pubblico è con lei e si vede, lei un po’ gigioneggia, un po’mostra una faccia al limite dell’antipatico però rispecchia le aspettative. Intrattenimento per un’ora senza eccessivi scossoni, tranne ‘Cigarettes’ che alla lunga è uno dei 4-5 brani del disco che rimangono impressi e che si attaccano in mente. Buona performer, poco altro, del resto non è che mi aspettassi molto di più.

It’s Not Not: altro gruppo di casa, li vedo vestiti straight (magliette nere jeans blu e via) le chitarre iniziano a fare feedback, neanche il tempo di pensare “oooh un po’ di hardcore” che eccoli lì, fanno hardcore sì, ma da voler tornare e casa e mettere su un disco degli Unsane. Moscissimi e io rimango malissimo per la mia pia illusione. Decidiamo di andarcene dopo tre pezzi mentre il cantante è in mezzo al pubblico. Ruffiano.

The Cribs: dopo avere visto al volo che assieme a Mv & EE With The Golden Road alla batteria c’era J Mascis, ci spostiamo senza alcuna pretesa a sentire i The Cribs, tre fratelli. Salgono sul palco con un’aria abbastanza demotivante e aspetto parecchio anonimo attaccano e boom. Ora io non parlo di miracolo ma di una delle personali sorprese del festival sì, accattivanti, trucidi e cafoni nella propria concezione di indie rock ruvido un po’ come se i Black Lips passassero a fare del maquillage melodico alle loro canzoni. Ritornelli accattivanti e coordinate che si perdono in un miscuglio di Black Lips e Kaiser Chiefs, la gente canta, io non ne conosco una (e ne vado un po’ fiero) e per l’ora a cui salgono sul palco non penso si possa chiedere di più.

No Age: altro nome in vista per l’ottimo ‘Nouns’, sembrano quadratissimi sulla carta, si sciolgono come neve al sole per l’ineluttabilità del fatto che dal vivo una vera e propria voce non l’hanno o comunque rimane il noise e poco altro. Però è un peccato vero, basterebbe così poco per essere grandi e a volte sembra di perdersi in un bicchiere d’acqua la possibile gloria.

Bishop Allen: ci arrivo con un cerchio rosso attorno al loro nome grosso tanto così, basta un brano per capire che quella del festival probabilmente non è la loro dimensione, o meglio non ancora, il loro fantastico pop che ci aveva fatto innamorare l’anno scorso sembra quasi perdersi, eppure loro ci danno dentro, hanno voglia ma boh, non attacca. Succede oh che quella che si pensa sia la strafiga della festa si confonda in mezzo a tutte le altre, forse non era poi così strafiga. Per me, per inciso rimangono una gran cosa, live o no.

Sonics: ho sinceramente rimpianto i Pooh, o almeno mi dicevo continuamente dopo averli visti “non prenderò mai più per il culo i Pooh”. Mi pare giusto, e con me dovrebbero essere tutte le persone non ammalate di esterofilia. Almeno uno è con me.

Bob Mould: senza mezzi termini, ho preso l’aereo per lui (e per i Portishead dato che avevo rinunciato alle date italiane). E’ il primo concerto della mia vita alla transenna, e mi basterebbe questo ricordo per santificare in eterno Barcellona e la Catalogna. Mould sale sul palco con jeans e maglietta nera, essenziale e senza fronzoli inizia a suonare gli Sugar. C’è l’effetto Yo Chuck perchè non ci capisco più nulla, salto e basta e rido. Ci si guarda e quasi non ci si crede, una serie di infilate punk da far paura, da far ritenere tutto quello che si è sentito negli ultimi 10 anni robetta. Una chitarra che ne sembrano tre, anche nei suoi brani solisti, resi più punk (il singolo ci ho messo due giri a riconoscerlo), ma è il finale la poesia, ‘Makes No Sense At All’, da ‘Flip Your Wings’ e poi lo studioso delle scalette che dice “dopo questa è finito”. Parte ‘New Day Rising’, sento il pavimento che vibra, saltano tutti. Mai viste tante facce felici tutte insieme. Mai. Da dirgli grazie da qui alla fine dei giorni.

Devo: non mi hanno mai fatto impazzire ma l’attesa è di quelle febbrili e in effetti è il nome di richiamo. L’attesa è ripagata da un’entrata coreografica e gustosamente divertente. Ovvio che non sia tutto lì. L’impatto è enorme e non solo per la scena ma anche per un suono pulito e potente. Quasi chirurgici, sembra che non si siano mai dimenticati di andare in bicicletta. Ottimo live, soprattutto dopo un tris ‘Girl U Want/Whip It/Satisfaction’.

Cat Power: Ahimè l’autentica delusione dell’intero festival. Presenta un concerto fotocopia a quello splendido di due anni fa in cui presentava ‘The Greatest’, ma al posto di quel quasi capolavoro ora c’è tutto ‘Jukebox’, con annessa ruffianata di ‘Angelitos Negros’. Insomma evitabilissima scaletta autoreferenziale e sciovinista. Alla fine la più scoglionata di tutti per assurdo sembra lei, persa nella propria autoreferenzialità (che paradossalmente raggiunge il suo top proprio nel fare cover). Mi dico per 39 minuti ora mi alzo ora mi alzo. Parte ‘The Greatest’ e in sequenza ‘I’ve Been Loving You Too Long’. Bastarda e infame. Però il live è stato al limite estremo della noia.

The Go Team!: in assoluto uno dei live per cui si ricorderà questo festival. Passano in rassegna gran parte dell’ultimo ‘Proof Of Youth’ di cui dal vivo non perdono un attimo di decibel e di potenza. Sul palco è una festa, sotto anche, saltano e ballano tutti. Un combo così dalle nostre parti chessò una serie di 8 Festivalbar anni ’80 messi insieme e girati a 45 giri. Superbi e con il dono dello “stare bene”, come direbbe qualcuno. Gruppi così dal vivo non ce ne sono quanti ne volete. Anzi.

Holy Fuck: Credevo sarebbe stato un ottimo live, ‘LP1′ del resto è stata una delle se non la sorpresa del 2007, e in effetti ha rispecchiato le aspettative in pieno. Set essenziale senza tanti fronzoli e guardare il pubblico. Persi nel sapere far andare il proprio math rock di sfumature kraut fino ad una chiusura che dire d’atmosfera è un po’ sminuirla ma che tra i suoi beat e le sue aperture era quanto di più ideale potesse essere posizionato lì in scaletta. Sale un biondo sul palco, un altro un altro ancora. Alla fine sono cento almeno e sono sul palco a ballare e non so sinceramente come alla fine la struttura possa tenere ma tant’è il live degli Holy Fuck si conclude con la foto più bella del festival. Non ci crediamo neanche noi. Non ci crede nessuno. Eppure è così. Applausi.

[Giorno 3]

Ci alziamo tardi per fare tutto, quindi optiamo per il mercato, colorato bello e amenità varie, negozio di dischi, poi ci sediamo a un bar, tapas panino e una clara al volo. Il tempo oggi non è neanche granchè. Sopporteremo.

Devastations: su disco mi avevano fatto un’impressione sicuramente migliore e diversa da questo trio scoglionatissimo che sembra una specie di psych rock band annoiata per suonare troppo presto. Perdono smalto brano dopo brano, non rimane loro altro che mettersi a fare battute del tipo “siamo i Portishead, siamo i Public Enemy”. Inizia anche a piovigginare, la prossima volta che li sento solo nominare mi gratto i maroni.

Okkervil River: tappa di mezz’ora perchè il mio obiettivo principale arriverà subito dopo. Will Sheff e soci salgono sul palco con il loro ormai classico fare da band da matrimonio, compatti partono con ‘The President’s Dead’ e via dicendo. Il fatto è che li ho visto da poco, troppo poco e che per quanto mi avevano fatto battere il cuore in precedenza ora mi ci sono abituato. Questo non implica che il live sia impeccabile e che mi faccia capire che sono a tanto così per conquistarsi Barcellona intera. Avessero suonato un’ora più tardi…

Lightspeed Champion: è lui uno dei miei due cerchi rossi di oggi, temevo si perdesse nella dimensione festival e invece, è molto sulle sue sì ma sembra timidezza più che altro. Le canzoni di ‘Fall Off The Lavender’ scorrono via perfette, come su un vinile, l’impatto cresce brano dopo brano e gli ululati arrivano nel momento in cui si lancia in una performance dello ‘Star Wars’ theme. Da applausi. Col secondo disco sono sicuro, arriverà la sua definitiva consacrazione.

Buffalo Tom: a me il college rock è sempre piaciuto. Dalle melodie alle sensazioni a quell’aria da non voler cambiare il mondo ecco, io per ste robe qui muoio. E i Buffalo Tom una stretta al cuore me l’hanno data.

Kinski: mi ci avvicino da totale ignorante. Basta poco per capire che è di noise stoner targato Sub Pop che stiamo parlando, pezzi per lo più strumentali e gruppo che ha voglia di sudare più che altro e la folla li segue convinta. Top del concerto il chitarrista che si incarta in un intro senza pretese, si ferma e apre le corna metal. Da lì il concerto prende totalmente un’altra marcia, si suda e si danno spallate e basta. Dovevo comprargli il vinile, sono uno stronzo, lo so.

Mission Of Burma: monumentali nella loro proposta di post punk, duro e di impatto come uno schiaffo in faccia, sembra quasi vogliano mangiarsele le chitarre e strillare siamo vivi, take this (come Macaulay Culkin sul video di Michael Jackson). Il live è un’autentica cavalcata senza fine, tanto che un inserviente sale sul palco per dirgli che devono scendere. Loro in risposta ne fanno altre due. Grandi.

Dinosaur Jr: il vero clou della serata si apre con le chitarre di Mascis e un concerto di una violenza sonora entusiasmante. Mai sentite chitarre così potenti, mai un volume così alto. Se Mascis a volte si perde negli assoli gli si vuole comunque bene, Barlow da par suo trasforma il suo basso in un arma hardcore, strilla con voce rauca, distorce tutto e riempie i buchi (pochi) che ci sono. La chiusura è da corna al cielo. Infatti la passiamo tutti e sei a braccia spalancate e con le corna verso le nuvole.

Les Savy Fav: amato particolarmente il disco così straight e punk, a suo modo da essere una delle cose più vere e sincere del 2007, il gruppo vive la propria croce e delizia nella performance di Tim Harrington, prima vestito di foglie, poi di una tutina a fiori e poi pazzo scatenato tra la folla, sugli spalti ovunque. Insomma concerto punk, perdio, in tutti i sensi e a questo punto ci voleva per chiudere la trilogia che si stava delineando. E’ diventato il giorno delle chitarre e del sudore. E i Les Savy Fav tirano fuori uno dei migliori live delle tre giornate.

Animal Collective
: il sound non mi lascia particolarmente affascinanto, melodie alla Beach Boys montate su ritmiche quasi trance (quasi eh), accattivante ma dopo un po’ perdo l’attenzione. Ci spostiamo camminiamo sempre lì intorno. Facciamo foto di imitazioni di J Mascis e di aggressioni alle spalle. Poi tutti a un tratto ognuno di noi muove un piede, una spalla, la testa, al ritmo di musica. Uno me lo perdo, gli altri quattro partono senza un vero perchè in un trenino in mezzo alla folla. Io rimango lì. Non sapevo come scrivere un sms del tipo “aspettami qui che sto facendo il trenino”, forse. Oppure era troppo bello quello che stavo vedendo e volevo immortalare e chiudere i tre giorni così. Con quei quattro che fanno il trenino. Splendido.

Giorgio Palumbo

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