Primavera Sound Festival @ Parc del Forum [Barcellona, 26-27-28/Maggio/2011]

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Sono passati (da un pezzo?) i tempi del Carling Weekend. Quelli del Pukkelpop, di Benicassim e, per noi miseri non albionici, forse pure quelli di Glasto. Mentre le line up dei grandi festival europei continuano a rincorrere i grandi numeri, rotolando incontrollate dietro a decadentismi e next big thing, l’appuntamento di fine maggio a Barcellona comincia a farsi sempre più ingombrante in termine di presenze. Ma sempre più impeccabile, nel rispondere compiutamente all’affamata domanda del popolo indie europeo. Non solo reunion, non solo nicchia, non solo ATP, non solo Pitchfork, non solo camice a quadri, non solo noise pop, non solo Shellac, non solo dancefloor (dalle buone maniere) a cielo aperto, non solo main stage, non solo closing party e non solo shot di Jägermaister (non solo sponsor?). Tutti gli infiniti pezzi di un puzzle che, a quanto pare, nessun altro festival riesce ad assemblare in un equilibrio così perfetto, si incastrano mirabilmente in due parole magiche: Primavera Sound. Un evento eterogeneo ma dai connotati ormai definitissimi, alla stregua di una categoria sociale. E così, nel complesso, inattaccabile, che qualcuno comincia a chiedersi tra quanto sarà destinato a cedere. Cedere a un cartellone meno trasversale, tra azzardi, primizie e sicurezze. Cedere alle ambizioni, che potrebbero de-umanizzare la vivibilità dell’evento. Ma per qualcuno, un paio di aspetti discutibili cominciano a far capolino. Centoquarantamila presenze (quarantamila in più dell’anno scorso), recita il comunicato di fine edizione. L’undicesima, che stavolta ha visto un palco in più rispetto ai soliti sei (senza contare i palchi “minori”, il Ray – Ban Unplugged e l’Adidas Original con le band emergenti). “Main” quasi quanto il San Miguel, lontano più del Pitchfork (quest’anno spostato verso il mare, forse con una capienza minore ma con un’acustica meno infedele degli anni precedenti) e border come il vecchio Vice, il nuovo Llevant stage non conquista esattamente le simpatie del pubblico. Inconvenienti soprassedibili a parte, il segnale è di un’ambizione cresciuta: la line up che aumenta, le detestate sovrapposizioni che scompigliano i piani, il numero dei presenti (e della capienza globale dell’area) che lievita, le camminate sfiancanti tra un palco e l’altro. La sfida sarà quella di mantenere un equilibrio. Mettendo d’accordo quello che è qui dalla prima edizione, al Poble Espanyol, e (già?) non ne può più di questa invasione di massa. Quello che è la prima volta, e l’anno prossimo tornerà con nuovi, entusiasti adepti. Quello che è alla quinta edizione, e ormai il Primavera è una (sana) abitudine, anche per la sua dimensione a metà tra grande festival estivo e garanzia di un cartellone vario, clima ideale e logistica impeccabile. E a proposito di logistica, qui scatta un altro inconveniente, di quelli che avrebbero mandato ko una qualsiasi gestione nostrana. Le card ricaricabili – novità 2011 – per bere al Parc del Forum, non sono accettate ai bar. Malcontento, file, panico, sete. Il viveur medio si dispera, reclama. Ma già dal giorno dopo, la situazione sembra rientrare.

Tutti contenti, dopo il caos organizzativo (che spicca soprattutto per la consueta impeccabilità dell’evento) del giovedì, primo giorno nella main venue del festival. Secondo, invece, rispetto all’apertura ufficiale: è nel meraviglioso contesto del Poble Espanyol, un complesso architettonico maestoso e suggestivo nella cui Plaza Major si svolgono i concerti, che si aprono le danze, mercoledì, del Primavera Sound. Un millepiedi umano si snoda dall’ingresso fino alla base del Montjuic e, nonostante l’arrivo in relativo anticipo, sarà impossibile, per molti, vedere il live degli Echo and the Bunnymen, irreversibilmente sold out, dopo un’ora e più di fila. Ascoltiamo da fuori, non senza rammarico, un eccentrico Ian McCulloch sparare qualche brano celebre dopo l’esecuzione di ‘Crocodiles’ ed ‘Heaven Up Here’, ignari dell’effettiva potenza della band. E ci “accontentiamo” di cominciare la quattro giorni con il live di Dan Snaith e dei suoi Caribou, psichedelico e scenico come ormai ci ha abituato  ma forse più dancefloor oriented del solito, approfittando della pista a cielo aperto del Poble e dell’orario notturno che gli è stato affidato. Luci, location e partecipazione del pubblico altamente suggestive. Un inizio luminoso, accecante. A cui i Mercury Rev, domenica per la chiusura in questa stessa venue, sapranno tenere testa con un Don’t Look Back di ‘Deserter’s Songs’ in puro stile “Sua Maestà David Baker”.

Giovedì 26
C’è poca indecisione, da queste parti, sulla band a cui affidare l’apertura del festival. Frenata la curiosità per la next big thing rappresentata dai Cults all’ATP Stage e l’affetto per il guru del lo-fi newyorkese Mark Sniper, al Pitchfork con i suoi Blank Dogs, la scelta ricade (inesorabilmente) sui Moon Duo al Ray-Ban Stage. Orario sbagliato (le 19), palco sbagliato: troppa luce e una situazione troppo dispersiva (non era meglio, che ne so, un Jägermaister – Vice Stage, sul mare, all’1 di notte?), riducono le tastiere di Sanae Yamada e i viaggioni krauti di Ripley Johnson, perlopiù ad un aperitivo non abbastanza stordente rispetto alle aspettative. Composto lui, scalmanata lei, non offrono nulla di diverso dalla ripetitività elettrica e motorika dell’album. Un bene, per chi ama ‘Mazes’ (la mia stima per il duo non accenna comunque a diminuire). Un male, per chi avrebbe preferito ingurgitare questa stessa pozione magica ciondolando la testa in orario notturno, fluttuando a dovere (nello spazio) tra un live e l’altro. Tutt’altra atmosfera, stavolta pertinente al contesto ma non per questo nel complesso più piacevole, al San Miguel. Paladini ed arcangeli dell’entusiasmo in musica, gli Of Montreal mettono in scena sul palco maggiore del Primavera, una festa (come di consueto) in maschera coloratissima, a tratti sopra le righe. Uomini ragno, lotte coi maiali, supereroi con le tette intrattengono un parterre piuttosto fitto. Live giocoso ma collaudatissimo nel suo genere, glam rock anni zero a metà tra disco, indie e R’n’B, con le pose teatrali di Kevin Barnes e gag fumettistiche (anche) tra un pezzo e l’altro. Impeccabili per chi li ama. Insostenibili (alla lunga) per noi altri.

Lasciati in zona San Miguel tutti gli entusiasmi, basta una camminata fino all’ATP per sentirsi a casa. Sarà il palco, per collocazione e scelte artistiche. Saranno i suoi gradoni comodi o sarà il tramonto, che solo verso le 21 comincia ad arrivare. Ma è il live dei Seefeel a riempire per primo, finalmente, i nostri cuori. Adeguati ad un orario più notturno e, senza dubbio, meritevoli di un parterre più copioso, Mark Clifford, Sarah Peacock e soci, tracciano un viaggio profondo ed ipnotico a metà tra Autechre e My Bloody Valentine. Dub e rumore, bassi che scavano e vibrano senza timore del buio, orizzonti rarefatti che si affastellano. Le emozioni che non hanno bisogno dell’entusiasmo per amplificarsi. Le emozioni che trovano una strada (interiore) inesplorata. E la percorrono. Tragitti solitari, teste ciondolanti, penombre, vibrazioni – buone e cattive – esplosioni in soggettiva. Fino alla luce: quella perfetta, del tramonto. Ancora assorti nella dimensione onirica dei quattro londinesi, si procede all’esplorazione del Llevant Stage. Esodo di massa in pellegrinaggio da John Lydon e soci. Un palco con un parterre enorme, che forse non offre la giusta resa acustica alla statura delle band che lo calcano. Certamente più credibile e caustico che in veste Johnny Rotten, capelli platino e trench da combattimento, Lydon accenna passi di danza e beve birra mentre sullo sfondo campeggia quel logo così minimalista eppure così magnifico. Impressioni altalenanti: qualcuno, sottopalco, definirà i PIL magnetici e compatti, tra gli schiaffi in faccia della chitarra di Lu Edmonds e gli sputi sul palco del frontman. Da lontano, fatta eccezione per una ‘Albatross’ da pelle d’oca, troppa epicità e nostalgia e poco post punk da assalto, poca presa e coinvolgimento sonici. Ben venga un’impressione sbagliata, dettata da un’eccessiva dispersività della location e da un pubblico significativamente numeroso. La serata si fa impegnativa con tre accavallamenti, contemplati tutti magicamente, non senza un piano d’attacco definito in precedenza. Non serve troppo tempo per capire che i Grinderman, al San Miguel, stanno dando sfoggio delle loro celebri doti da animali da palco. Uno di quei live imperdibili per chi non li ha mai visti e sacrificabili proprio per chi li ha visti e già ne conosce le doti sovrannaturali. E uno di quei paradossi da festival: rinunciare ad uno dei concerti più belli (e godibili) della stagione 2010, per andare a curiosare verso lidi incerti. Lasciamo alle spalle la folla per Nick Cave, il fido Warren Ellis & co., ma non riusciamo a distaccarci dai volumi altissimi della band, che invadono inesorabilmente la conca sul mare in cui è ospitato il Pitchfork Stage. Ne pagheranno le conseguenze i Walkmen, nonostante il palco con la direzione artistica affidata alla bibbia indie del web abbia certamente guadagnato nello spostamento di collocazione, sia per acustica che per contesto. Equilibrio perfetto tra cantautorato roots made in USA e leggerezza sixties per il quintetto newyorkese, che fa letteralmente impazzire l’affollatissimo parterre e gradinata. Dinamismo e stile per Hamilton Leithauser, in abito panna e cravatta, basso profilo e gentilezza nei modi, ma capacità di coinvolgere il suo pubblico cullandolo con momenti di intensità retrò e singoloni (‘The Rat’, ‘Surf Angela’) ballabili e spensierati. Un sacrificio, quello del live dei Grinderman, assolutamente ripagato. Soprattutto, dal terzo degli accavallamenti creatisi intorno alle 23. Di corsa all’ATP stage, per il live migliore della serata. Che, in fondo senza troppe sorprese, è quello di Glenn Branca e del suo Ensemble ridotto a formazione (school of) rock. Sei musicisti, tre donne e tre uomini, diretti come un’orchestra dal maestro, rigorosamente con le spalle alla platea. La forza, il vigore, la potenza, il flusso caotico eppure disciplinatissimo nel suo racchiudere tutti gli elementi a cui hanno attinto da Thurston Moore al post rock, e nell’organicità tipica di formazioni ben più allargate. Dirompente, disturbante eppure fluidissima, la dimensione rock e ridotta della band si dimostra perfetta, più accessibile ma non meno densa, rispetto a quella delle cento chitarre. La sensazione, è quella di non essere semplicemente di fronte a un concerto, ma a un’illuminazione filosofica in musica. Highlights: il picchiare duro della batterista e uno dei chitarristi che sbaglia attacco, inesorabilmente interrotto e costretto a ricominciare dal Maestro. Incoraggiati dai gradoni comodi del Ray-Ban ed attratti da un’inaspettata potenza udibile fin dalla zona cibo, diamo una seconda chance a Marty ed Alan. Che da settembre ad oggi devono essersi sottoposti a una qualche cura rinvigorente, tanto è devastante l’impatto e la differenza di questo loro live con quello di mesi fa a Bologna. Volume aggressivo, basi da terapia d’urto contro ogni sonnolenza notturna, i Suicide performano il loro intero esordio ed è tutt’altro che un’operazione nostalgia. Riverberi, inquietudine sintetica lanciata generosamente sulla platea, visibilmente in movimento anche dalla nostra distanza. Manca l’attitudine punk di un tempo, tutto sembra essere perfetto nel suo squilibrio che è però un’estetica plasmata su un malessere che è la quintessenza del duo, o almeno della sua (iniziale) ragion d’essere. ‘Ghost Rider’ è fredda e industriale, da compiacere il più ortodosso dei Genesis P Orridge. Ci gongoliamo sul bis con ‘Cherie’, mentre di fianco a noi passa un uomo alto, stiloso con gli occhiali. È Jarvis Cocker. Ubi major … ? Mentre in molti sono già al San Miguel a prendere posto per gli headliner del giorno, ancora un salto al Jägermaster Vice, dove Ty Segall sta dando lezioni di garage psichedelico, sporco e infedele, a una ristretta cerchia di eletti. Neanche a dirlo, made in West Coast.

La prima volta non si scorda mai, e allora al diavolo quelli che per loro è il quinto concerto dei Flaming Lips. Non ci cureremo delle loro versioni snob di questo live, “meno divertente e più prevedibile del solito”. Lo spettacolo (notturno, sono oltre le 2) è di quelli che lasciano a bocca aperta, e non solo noi bambini al primo invito alla festa. La mia fedele compagna di concerti a metà live mi comunica che sta per piangere e, per chi pensasse ad una reazione eccessiva, è innegabile constatare come, aldilà degli eccessi, un concerto così è più un’esperienza sensoriale, che una (semplice?) band salita su un palco per intrattenere, seppur magistralmente, il suo pubblico. C’è  l’entrata dalla porta magica, la space bubble dentro cui Wayne Coyne rotola sul pubblico prima di cominciare, ci sono i coriandoli, le luci stroboscopiche, travestimenti a tema Mago di Oz, sorrisi, stupore, una grande festa con le sembianze di una pièce teatrale, dove la finzione confina più con il sogno che con la realtà. Esplosioni di colore in una psichedelia tra presente e passato, dall’euforia incontenibile su ‘She Don’t Use Jelly’, alle visioni fredde di ‘Is David Bowie Dying?’ fino alla chiusura da infarto collettivo con ‘Do You Realize’. Per quasi due ore, ci vogliamo tutti bene. Lasciateci in pace.

Venerdì 27
Alle 17, i più fortunati estratti tra il copioso numero di potenziali partecipanti al suo live, sono seduti comodi sulle sedie dell’Auditori, in attesa di uno dei compositori (pop?) più ambiziosi del circuito indie. Sarà un live megalomane e visionario, quello di Sufjan Stevens. Almeno così fanno sapere quelli dell’elite. Al pari di fenomeni musicali divenuti inesorabilmente di culto da entrambi i lati dell’oceano, non passa altrettanto inosservata la significativa fetta di band post-punk-funk puntualmente presenti nel cartellone di ogni Primavera Sound. Reunion o no, occasioni per godere di live e formazioni che mai passeranno nel Belpaese (Liquid Liquid, non so dimenticarvi), in contesti forse più stimolanti (il caso dei Suicide?) di un semplice live in una semplice venue. Il secondo giorno del festival comincia proprio con una gloria wave, riunitasi in formazione originale nell’anno corrente. Bid, Lester Square ed Andy Warren – con l’aggiunta di Jennifer Denitto delle Scarlett Well ed una tastierista – aka Monochrome Set, alle 19 sono al Ray-Ban, ma la performance non riesce a soddisfare esattamente le attese. Statici ed effettivamente fuori tempo massimo, i cinque britannici non sembrano avere la verve di band di culto di certo pop d’avanguardia che si spererebbe, sfociando in un poco avvincente… monochord set. Déja vù in stile Cream meets psichedelia, all’ATP i britannici Wolf People non porteranno una ventata di innovazione, ma eseguono impeccabilmente il loro lavoro, tra riffoni classici e blues elettrico, davanti ad un pubblico non numerosissimo ma piuttosto partecipe nelle prime file. Probabilmente fuori dal tempo, ma abbastanza convinti e convincenti per trascinare gli astanti nella loro dimensione spudoratamente southern. Superando ogni reticenza personale, eccoci tra il numerosissimo pubblico al Pitchfork per il fenomeno James Blake. Un parterre molto partecipe e definibile come trasversale per ovviare a scomodi pregiudizi e limiti personali, accompagna il nuovo, giovanissimo, eroe londinese attraverso un live setoso, minimalista, avvolgente, a metà tra soul e dubstep. Una figura gentile ed affatto sopra le righe, quella di Blake, come la sua onnipresenza nella stampa musicale potrebbe far pensare. Tramonto e mare sullo sfondo, pubblico in visibilio ed elettronica suadente, per un concerto che, seppur non nelle nostre corde, acquisisce un bilancio positivo tra consistenza reale e celebrazione di massa del personaggio, in favore della prima. In prima serata al Ray-Ban, ancora una vecchia gloria post punk, ma stavolta di quelle mai sciolte e mai tacciate di inconsistenza. Se in altre occasioni, un live (recente) dei Pere Ubu è talvolta potuto risultare a tratti noioso, stasera l’esecuzione di ‘The Annotated Modern Dance’ (l’esordio storico più alcuni singoli ad esso antecedenti) non lascia spazio ad insoddisfazione di sorta. Magrissimo, narratore di storie tra il surreale e l’esplicativo come intro di molti brani, David Thomas guida una band dal suono più compatto e stordente che mai. Alienanti, stralunati, nichilisti e genuinamente post punk, i Pere Ubu, complice sicuramente l’album miliare, sono musicalmente in formissima (a dispetto del fisico sciupato del cantante), scuotendo parte dell’audience esattamente come ci si aspetterebbe da un formazione del passato. Che non suona affatto fuori dal tempo, ma che il ritmo lo detta. E pure con un carisma da vendere.

Lasciati fuori dal nostro personale cartellone The National (con Stevens special guest) e Belle & Sebastian, andiamo a curiosare cosa combina il maledetto di LA, ora in scena (ovviamente) al Pitchfork Stage. Magrissimo ma con pancia in bella vista, occhiali da sole e look trasandato, Ariel Marcus Rosenberg non ha un aspetto rassicurante, ma il piglio wave lo fi dei suoi Ariel Pink’s Haunted Graffiti suona irresistibile, ballabile, ironicamente trash anche più che sul suo ultimo ‘Before Today’, da cui è tratta gran parte della setlist. Divertente, direttore scapestrato di un live corale, animale (selvaggio) da palcoscenico, la mente degli Ariel Pink’s spara brani che sembrano sing along da stadio, perle per dancefloor o anthem per indie consumati dal sole più malato della California. Ci duole dover scappare, peraltro verso la parte opposta del Forum. All’Auditori c’è Arto Linsday che, risolti alcuni problemi tecnici, conduce un live demodè, a metà tra jazz, fusion e musica da camera. Massimo rispetto per lui, ma quando tocca ai pezzi (relativamente) più recenti, rimpiangiamo il piglio assai meno composto e più drogato di Rosemberg, godendo, perlomeno un po’, delle poltrone comode della location ‘colta’ del festival. Le scelte sbagliate si pagano tutte, ed ormai è troppo tardi per accedere all’ATP Stage, sostanzialmente sold out. Gran concerto, quello dei Low, massiccio, magico, affollatissimo eppure intimo, meravigliosamente difficile da digerire come solo loro sanno fare. Peccato averne intuito la bellezza solo da lontano. L’alternativa è Twin Shadow, aka George Lewis jr più band, che riempie il Pitchfork con un indie electro che suona già come un grande classico anni zero. E che riproduce, inaspettatamente, alla perfezione le atmosfere iper curate e prodotte di ‘Forget’. Piacevole sorpresa. Ancora una scelta difficile, dopo la mezzanotte, che vedrà i sentimenti vincere sulla ragione. Solo pochi minuti concessi ai magmatici e luminescenti Explosions in the Sky e poi la traversata fino al Llevant, per una delle migliori live band attualmente in circolazione. La dispersività del palco ultimo arrivato e secondo per grandezza, non può nulla contro Bradford Cox e soci. Psichedelia suonatissima, rumore limpido ed ipnotico, un marchio ormai riconoscibile quello dei Deerhunter, che anche stavolta deliziano con la coda infinita di ‘Nothing Ever Happened’, le liquidità distorte del passato (‘Little Kids’), il rock-‘60s-muovichiappe-stile-Happy-Days di ‘Halcyon Digest’ e i fumi di ‘He Would Have Laughed’. Lacrime e certezze. E la speranza che Cox non esca mai dalla sua cameretta.

Inconfondibili in metro, sulla Rambla, dentro al Parc del Forum. Sono i fan dei Pulp, quelli con il “one day wrist band”, spudoratamente qui solo per loro e in zona transenne dalle 8 del pomeriggio. Affollano il San Miguel, per la prima data (ufficiale) del grande tour di reunion di Mr. Cocker e band per i festival europei, insieme ad un mare di altre persone. Dieci anni dallo scioglimento. E oggi ancora tanto stile, canzoni da manuale, grande attesa, visuals da sfondo ed euforia delle grandi occasioni attorno a loro. E poi l’attacco con ‘Do You Remember the First Time?’, la scaletta da Greatest Hits, l’autocelebrazione, il matrimonio gag sul palco di Jarvis con due fortunate del pubblico, la festa continua come se certo Brit Pop non fosse mai morto. Eppure. Eppure, a costo di essere impopolari, abbiamo visto reunion migliori, altrettanto impeccabili ma decisamente con più anima. Blur anyone? La chiusura è affidata al trio nerdico della Grande Mela, quello della tribalissima ‘Atlas’, succeduta dalla più cervellotica e meno tropicale ‘Ice Cream’. Senza Tyondai Braxton, i Battles ricostruiscono assetto in studio e dal vivo su una formazione a tre che sembra guardare più ai tecnicismi math che alle divagazioni ballabili di ‘Mirrored’. Forse con un po’ di cattiveria, l’impressione è di una versione dei Rush del nuovo millennio, a tratti troppo noiosi e manieristici, concentrati sull’impeccabilità e una potenza troppo robusta, piuttosto che sull’intrattenere il proprio pubblico. Discutibile, la scelta di supplire all’assenza degli ospiti dell’album con le loro riproduzioni video alle spalle della band. Sarà la stanchezza delle 4.30 AM?

Sabato 28
Sono quasi le 4 del pomeriggio, e a Plaza Universitat fa un caldo bestiale. Intravedo il Redbull Bus Tour esattamente nel suo centro, ma già da qualche metro le mie orecchie odono quattro londinesi fare casino per qualche instancabile giovane festivaliero ed un discreto numero di curiosi avventori. Stile Beatles on the roof, i Male Bonding divertono con un punk secco e tirato ma senza troppe sbavature, piazzati sul pullmino blu della Redbull. La situazione pomeridiana in zona universitaria è perfetta, godibile, leggera e disimpegnata. Mezz’ora di punk pop e feedback ad un metro dalla records store street (Carrer de Tallers) di Barca. Impossibile resistere. Con un clima paradisiaco, la giornata del sabato al Parc del Forum comincia prima delle altre, regalando fino all’imbrunire luce e brezza perfetti, ai limiti del sogno ad occhi aperti. Non stiamo sognando, invece, quando fin dall’ingresso sentiamo melodie familiari e chitarre a un volume spropositato. Il passo si fa svelto, per non perdere neanche un minuto in più della droga indie che ci ha nutrito in tutta questa prima metà dell’anno. Sono già in prima fila sotto il sole incredibilmente caldo delle 18, mentre i quattro Yuck sparano ‘The Wall’ in faccia ad un ATP strapieno, puntualissimo all’appuntamento con una delle next big thing britanniche (londinesi) più americane che la perfida Albione abbia partorito negli ultimi dieci anni. Suono pieno, rumore e melodia spudoratamente dinosaur-oriented. Una tenuta live che regge la consistenza (derivativa, sì, ma quella consistenza) dell’album, mantenendo gli stessi picchi sui brani più alt-‘80s e brillando meno sui pezzi più dilatati e sonici. Daniel Blumberg è magrissimo, curvo, forse anche un po’ impacciato e timido, parla poco, ma non si lascia sfuggire un commento sui Pulp della sera prima. God save (indie) Britain? Tra Papas Fritas e Warpaint vincono le seconde, almeno sulla scelta iniziale. Ma il Llevant sembra un’opzione troppo azzardata, troppo grande il palco troppo disimpegnate loro (che in effetti non potrebbero essere altrimenti), e dopo poco le quattro losangeliane, tra una risata e un delay, fanno cadere a picco la soglia d’attenzione. L’ATP è di nuovo in attività, e sul palco c’è Phosphorescent con band. Folk e country, decisamente più Southern delle radici Georgiane di Matthew Houck, scaldati dal tramonto, incorniciati dal mare e allungati con tequila, come se l’ATP si trasformasse improvvisamente in una polverosa bettola messicana. Non brillano per attenzione al look, i cinque (capelloni) della band, ma è certamente il tastierista a vincere il premio di ‘personaggio fuori tempo massimo’, con la sua chioma metal ed un fare prog-ondulatorio, fortunatamente limitati ad un’attitudine più che a un vero stile musicale. Continua l’overdose dei buoni sentimenti e delle influenze roots, ma stavolta al San Miguel. Dopo aver saltato a piè pari Interpol (…), The National e Belle & Sebastian, il nostro super io ci impone di non cedere ai pregiudizi, scaraventando anche gli ‘alpini di Seattle’ in quello stesso, triste calderone di massa. La prova funziona, e se ancora su disco i Fleet Foxes non riescono ad essere la mia tazza da tè, dal vivo dimostrano di non essere semplicemente una band per bravi ragazzi da oratorio di montagna, come una qualche mente maliziosa (la mia?) potrebbe talvolta pensare. Cori impeccabili (e fin qui), country folk assai più fresco di altro sentito da queste parti, nessun entusiasmo sopra le righe, ma una timida compostezza (nonostante il successo che li ha fatti arrivare fino a questo main stage). Nessuna atmosfera eccessivamente festante, ma un good job portato sul palco un po’ alla Band of Horses, tra sentimento e tecnica, senza finzione e senza il solo, stucchevole, obiettivo di sciogliere i cuori. Il parterre è stracolmo e partecipe e se i Fleet Foxes non sono (almeno per me) una band da tenere fissa sull’I-pod, sono sicuramente una formazione che sa brillare di luce propria sul palco.

Tanto è (piacevolmente) sorprendente il live delle volpi di casa Sub Pop, tanto è spiazzante quello di Gonjasufi, al Pitchfork davanti a un pubblico neanche troppo numeroso. Lo sciamano di San Diego, all’anagrafe Sumach Valentine, si beffa del clamore del suo ultimo ‘A Sufi And A Killer’, raddoppiando la dose di follia ed imprevedibilità e disorientando il pubblico con un live a metà tra cross over (non scherziamo, se giuriamo di aver sentito per un attimo i RATM), punk e (a questo punto, giustamente) black rap. Ci si guarda attoniti, cercando di rispondere, inutilmente, ad un’inevitabile, spontanea domanda: ma che (nuovo) genere è mai? Alle 21.45, non ci sono Einstürzende Neubauten che tengano: non lo vedremo mai in Italia e la curiosità  (fuffa si? Fuffa no?) è troppa per non esigere di vedere interamente, a un passo dal mare, sullo Jägermaister Stage, il live di Kurt Vile. È proprio l’amore a primo ascolto del suo ultimo ‘Smoke Ring For My Halo’, a portare in alto le aspettative ma anche i timori che il giovane di Philadelphia sia solo uno dei tanti trasformisti indie partoriti dagli anni zero. Quattro capelloni, Vile e i tre Violators che lo accompagnano dal vivo, e l’assetto si manifesta subito come rock. Poco spazio alla vena più cantautoriale del giovane pupillo di casa Matador, piegato sulla sua chitarra classica, innegabile british son eppure americanissimo nel rifuggire – se non nella tonalità vocale – a certa compiacenza ed affabilità prettamente anglofona. Distorsioni, ma anche quella chitarra che ricama disegni limpidi e metallici, talvolta diluitissima tra luci bianche e rosse e code strumentali immerse impeccabilmente nel suono ripetitivo e nostalgico di ‘Smoke Ring For My Halo’. Tutt’altro che monotono, il set di Kurt Vile appaga i sensi (e li fa perdere, su una meravigliosa ‘Society Is My Friend’), facendo mettere definitivamente da parte le reticenze quando, con ‘Freak Train’, tutto il parterre è lì a ballare, in una corsa ilare e sbruffoncella dietro ad un treno che il giovane ha saputo prendere eccome. A conti fatti, uno dei migliori live del festival. In seconda serata – nell’orario clou di questo ultimo giorno di festival e subito dopo la finale di Champions, che svuota parte del Forum, per ritrovare i catalani festanti al suo finire – Pj Harvey riempie il San Miguel e la discussione si infervora sulla sua più o meno presunta consistenza come artista. Uno spettacolo (più che un live, con Polly Jean vestita di bianco e con coroncina tra i capelli) classico, colto, gotico, ambizioso, composto, (quasi) tutto rivolto all’ultimo ‘Let England Shake’. E che solo il pubblico meno pop potrà apprezzare. Per chi l’ha vista più volte in passato, questa versione da ‘maneggiare con cura’ di PJ è solo una delle sue azzardate metamorfosi. Ci piaceva più rock, certo, ma oltre l’intrattenimento in sé (che è la parte fondamentale, sì, ma non l’unica per fruire di un live), c’è il suo spirito ribelle, avverso alle mode, alle compiacenze, ma ancora fedele al suo sentire, in quel momento, la musica. L’incarnazione di questo status maturo e curato nei minimi dettagli, è la versione di ‘C’mon Billy’: quasi irriconoscibile, perde la sei corde acustica vibrante per concentrarsi su un cantato complicatissimo, con un tempo totalmente diverso dall’originale, tutto basato sulla voce, ormai educatissima, di lei. Una versione unpopular, ragionata e studiata, che non sarà come il festone dei Pulp, ma racchiude un carisma al pari di Nick Cave (non a caso…), forse solo più per elite, meno consono al palco di un festival e più ad un Auditori(um) con posti limitati. Ci piaceva, PJ, quando shockava tutti con la sua tutina celeste sul palco di Glasto. Ma ci piace anche ora, quando sensualissima ma in vestito casto, canta ‘Down by the Water’ come se camminasse in punta di piedi su un filo, con sotto lo strapiombo. Gli anni passano, e degli artisti che rimangono (autocelebrandosi) sempre uguali a se stessi, non ci fidiamo proprio.

Un dovere di cronaca non contemplato, quello sul live devastante degli Swans al Ray-Ban (qualcuno pare non essere sopravvissuto a tanto scombussolamento psichico), per assistere (incredibilmente) per la prima volta ad uno show della band post rock (?) più amata del globo. Smottamenti interiori, quelli provocati dal sestetto di Glasgow, che riempie a dismisura il Llevant stage con un live sorprendentemente rock: wall of sound ma anche esplosioni – soniche, emotive, visive – che fanno dei Mogwai una band decisamente di cuore e di pancia più che di testa e di (cervellotiche) ragioni. Un violinista ospitato sul palco, la dedica a Gil Scott-Heron scomparso il giorno prima e un viaggio tra paesaggi notturni e lontani attraverso ‘Friend of the Night’ e ‘Travel is Dangerous’: nessuno è veramente stupito, tutti conoscono bene l’impatto on stage della band. Da non fan al primo appuntamento live, constato che, ad oggi, una certa ripetitività riscontrabile su disco non corrisponde ad un imbolsimento dal vivo dei Mogwai. Non solo post rock. Sono le 2 passate e con piacere, portiamo omaggio al collettivo newyorkese che, dai circuiti nerd, è arrivato al San Miguel tenendo alta la bandiera della neo-psichedelia-elettronica, ora musica (buona) per le masse (cattive?). E li riempiremo pure di complimenti, se fossimo lontanamente riusciti a capire il set tirato su per questa sera. Visuals, improvvisazione, ma anche un sentimento di confusione, approssimazione, distacco sensibile dal pubblico, qui a metà tra venerazione e totale abbandono alle visioni procurate dalla band e dall’orario notturno. Forse sono io troppo pop (massa, cattiva) per capire, ma il mio viaggione di chiusura è assai più terreno e meno metafisico di quello offerto dagli Animal Collective. Non avrei potuto desiderare una fine migliore: ed eccoli, finalmente, The Black Angels al Pitchfork. Soffriamo terribilmente mentre l’orario d’inizio (l’unico, per la precisione) si sposta di un bel po’ in avanti per via degli Odd Future, che hanno smontato il palco (e quindi, con tutta probabilità, avrebbero meritato una visita), costringendo i tecnici a lavorare duro prima di far salire i cinque, adorabili, texani. Lenti, acidi, pesanti, attaccano con ‘You on the Run’, e l’urlo di Alex Maas spinge subito giù nella botola, tra i fumi psichedelici e le allucinazioni da Peyote che poche band procurano davvero col solo sussidio della musica. Velvet Underground, Nuggets, The 13 Floor Elevators, qui incarnati nei loro migliori discepoli degli ultimi dieci anni. Sorrisi in mood ‘Paura e delirio a Las Vegas’, teste ciondolanti e moltissimo ‘Phosphene Dream’, per uno dei live migliori del Festival. Se possibile, ancora più esaltante per la festa di chiusura il giorno dopo alla Sala Apollo. Indietro nel tempo, chiusi dentro un ‘Yellow Elevator #2’. Da cui non vorrei mai uscire.

La chiusura, domenica, è dei Black Angels, ma sono i Mercury Rev al Poble ad aprire il cuore del pubblico rimasto, con un’operazione “nostalgia” – l’esecuzione per intero di ‘Deserter’s Song’ – che li vede colorati, luminosi, sognanti, ambiziosi, strappalacrime più che mai. Esagerati. Tanto che a qualcuno, basteranno come conclusione del festival. L’undicesimo Primavera Sound finisce qui, con qualche tipico cruccio da live mancato (su tutti, imperdonabili, John Cale all’Auditori e Dean Warheam con i brani dei Galaxie 500, visto ai margini di un ATP stipato, con la sensazione di aver perso uno spettacolo commovente e forte di un repertorio fantastico). Ma anche con un’idea insidiosa, ma altrettanto soggettiva, nella testa: un’edizione senza un concerto davvero sconvolgente, sorprendente, mirabolante, alla stregua di quello (ed eccoci, di nuovo) clamorosamente irripetibile dei Liquid Liquid (o dei Mission of Burma), dell’anno scorso. Immancabile, la top 5 per mettere un po’ di ordine (sparso) nelle idee. Kurt Vile, Glenn Branca, The Black Angels, Seefeel e Deerhunter. Al cuore non si comanda. E in fondo, neanche al Primavera Sound.

Chiara Colli

10 COMMENTS

  1. potrei vedere i flaming lips per 100 volte di fila e piangere allo stesso modo il loro gioioso pessimismo ad ogni concerto, quindi ..
    yeah

  2. La “dancefloor” dalle buone maniere, mi ha colpito molto… Oddio il senso penso di averlo capito, visto che in vita mia ho frequentato anche posti molto “maleducati”… e quest’espressione rende quindi bene l’idea… Complimenti per il report!!!

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