Primal Scream @ Auditorium [Roma, 22/Luglio/2011]

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Ho sempre pensato a ‘Screamadelica’ come ad una tonalità di rosso acceso, più scarlatto che vermiglione, ma comunque un rosso ben visibile da lontano. No, non per il colore della copertina (realizzata dal compianto Paul Cannell scomparso nel 2005 e lanciata come francobollo dalla Royal Mail ad inizio 2010), piuttosto una semplice quanto frequente associazione di idee che frulla e rimane in testa, impossibile da scansare noncurante del tempo che passa accumulando ricordi. ‘Screamadelica’ è per l’appunto un “ricordo”. Non l’ho mai trovato un disco che potesse fregiarsi dell’appellativo di “attuale”. Eppure so benissimo che non è così, perchè la griffe riconoscibile dei Primal Scream targata 1991, rimane album di frontiera, spartiacque tra generi e generazioni, passaggio obbligato per una band che ha saputo (vivaddio) rimescolarsi, rinnovarsi, guardare avanti/indietro, in una inevitabile naturale (coraggiosa) evoluzione che solo gli artisti grandi (scritto GRANDI) hanno la forza di intraprendere almeno una volta nella loro vita professionale.

Da quel ‘Sonic Flower Groove’ – che conserva ancora quel tocco primitivo e quel lungo sesso diviso tra Rolling Stones (vera ossessione di Gillespie e compagni), Stooges e Byrds – al parente stretto ‘Primal Scream’ (possibilmente con un approccio più “duro”), il passo si fa determinante nel febbraio del 1990 quando il cuore – il trio Gillespie/Innes/Young – anticipa ‘Screamadelica’ con il break di un’intera carriera: il singolo ‘Loaded’ che splitta con il remix di ‘I’m Losing More Than I’ll Ever Have’. Per la manipolazione in studio la band si affida ad un tale di nome Andrew Weatherall che aveva positivamente scritto di ‘Primal Scream’ su una fanzinaccia di calcio chiamata Boys Own. ‘Loaded’ schizza a ridosso della Top 10 della chart UK e alcune prestigiose riviste del settore sottolineano e consegnano agli annali il singolo inserendolo tra i 50 pezzi più influenti di sempre alla voce “storia della dance”. ‘Loaded’ (lato B compreso) è un panino infarcito di samples che Weatherall ha preparato con talento e genuina incoscienza. Un boccone aperitivo per arrivare preparati tra le braccia di ‘Screamadelica’ che viene pubblicato il 23 settembre 1991, quando il mondo ha vinto già l’impaziente attesa per il doppio album dei Guns N’Roses e quando Seattle con tutti i figli e figliocci a carico deve ancora far fiorire alcune tra le perle più intense della decade.

Sono passati venti anni, una vita intera, o almeno una delle parti migliori della mia esistenza. ‘Screamadelica’ è uno stupefacente melting pot che copula in un’orgia di sospiri e clamori la dance, il soul, il gospel, la psichedelia, il rock’n’roll viscerale (non dimenticate la title track che verrà inserità 365 giorni dopo nell’EP ‘Dixie Narco’). Basta citare tre episodi significativi per comprendere anche solo di sfuggita la grandezza di questa release: ‘Movin’ On Up’ è la canzone che Jagger e compagni hanno cercato invano di realizzare negli ultimi 25 anni, ‘Slip Inside This House’ è l’omaggio alle visioni acide di Roky Erickson catturato da un colpevolemente sottovalutato ‘Easter Everywhere’, mentre ‘Higher Than The Sun’ è con estrema probabilità il punto più alto mai raggiunto dagli scozzesi. L’apice che condurrà l’album sui più disparati troni e compendi di fine anno, fine decade, fine secolo. Talmente alta la vetta viene toccata che il semi-tonfo del successivo ‘Give Out But Don’t Give Up’ (i Primal Scream qui giocano davvero a plagiare gli Stones) non fa poi così tanto rumore e consentirà alla band di vivere uno stallo rigenerante di tre anni prima del fantastico ritorno con ‘Vanishing Point’, che se visto sotto l’ottica dell’importanza storica è secondo solo a ‘Screamadelica’ e se la gioca con il devastante nichilismo “sterminatore” che aprirà il nuovo millennio.

Reduci da due lavori nella media rispetto allo scintillante passato (‘Riot City Blues’ non malaccio comunque e ‘Beautiful Future’ malaccio comunque) i Primal Scream hanno giudiziosamente atteso la celebrazione del ventennale della loro pietra miliare per intraprendere anch’essi il viaggio della nostalgia che non ha escluso quasi nessuno tra i colleghi più e meno celebri, in questa ormai consolidata opera di esecuzione per intero dei classici presenti nelle personali discografie. In attesa del 2017 quando anche ‘Vanishing Point’ compirà i venti anni, ci tuffiamo con tutta la testa e con gran parte del cuore nel libro della storia di una delle ultime,  autentiche, influenti, decisive formazioni che il Regno Unito abbia mai avuto il privilegio di custodire. La Croce di Sant’Andrea sventola alta questa sera e l’azzurro per una volta verrà sostituito da quel rosso… più scarlatto che vermiglione, ma comunque un rosso ben visibile da lontano.

La prima giornata della seconda edizione del Meet In Town Festival ruota tutta attorno alla Cavea, all’anfiteatro dall’acustica eccelsa, alla suggestione epidermica che solo una stellata serata d’Estate riesce a dare quando si è in emozionante attesa (evidentemente non dolce in questo caso). Arrivo con totemico anticipo rispetto all’apertura della manifestazione corroborando la mente con il sole ancora alto, fin quando gli uomini in nero tagliano simbolicamente il nastro facendo confluire i maniaci della puntualità pronti a gettarsi su piccoli gadget, spilloni pubblicitari, bottigliette di acqua gasatissima, ottime caramelline svizzere al gusto sambuco. Alle 19.30 Andrew Hung metà dagli occhi a mandorla dei Fuck Buttons entra in scena nello spazio antistante il bar facendo muovere la testa agli ancora sparuti presenti, giudizioso e coinvolgente, come la borsa porta CD (masterizzati) rigorosamente accompagnati da copertine su fogli bianchi usciti da una stampante casalinga. Nell’attesa faccio le scale che portano alla Sala Petrassi per assistere alla creazione originale per il MIT ‘Alcune primavere cadono d’inverno’ che i Port-Royal dividono senza troppo successo con Pathosformel (progetto di visual e performing art nato a Venezia qualche anno fa che probabilmente prende “spunto” dalle pathosformeln, fermi-immagini che condensano la creazione originaria – pathos – con la ripetitività del canone a cui fanno involontariamente riferimento – formeln, ovvero formule –). Successo inteso come riuscita totale, coinvolgente solo a tratti, che ha come protagonista centrale un performer che esegue passi di breakdance, appunto in fermi-immagini, una sorta di slow motion sulla leggerezza della vita, mentre l’asfissiante “mostro” sonoro dei maestri Port-Royal satura l’aria.

Il parterre viene immediatamente preso d’assalto al momento dell’apertura della cavea, faccio in tempo a prendermi un’assordante prima fila su cui puntano ampli e spie, il fluire è lento e alla fine non ci sarà quel pienone che mi sarei aspettato da un concerto-evento del genere. Meglio infatti aver optato per i Jamiroquagli o per qualche altro vecchio polmone/trombone col riporto che fa tanto rock will never die. Meglio così per certi versi. Alle 21.30 in punto il grande telo bianco che sovrasta il palco prende vita, i Primal Scream fanno il loro ingresso sulle note di una sempre eccitante ‘Movin On Up’ (guarda video), e come prevedibile i presenti balzano giustamente in piedi fiondandosi a ridosso stage. Bobby nostro è “presente”, solita camicia a fiori, sguardo da Lupo Alberto che non dimostra per un cazzo i suoi beati 49 anni e maracas d’ordinanza nere e splendenti come la notte. Al contrario di Andrew Innes che sembra uscito da un concertino di piazza di quartiere tanto è male abbigliato mentre il piccolo grande Mani ha ormai preso le sembianze di un inspiegabile innesto tra Mark Owen e Willem Dafoe. Completano la line-up il bravissimo tastierista Martin Duffy (già negli incantevoli Felt e nei Charlatans del subito-dopo-compianto Rob Collins), il potente batterista Darrin Mooney (al fianco di Gary Moore nel progetto Scars), il chitarrista Barrie Cadogan apprezzato al lavoro con Morrissey, Paul Weller, Edwyn Collins, St Etienne, Spiritualized e Chemical Brothers, nonchè membro del trio di Nottingham Little Barrie con tre dischi all’attivo (due prodotti da Collins e uno da Dan The Automator), un sax player (dovrebbe essere Simeon Jones) ed una corpulenta e possente corista colored.

La scaletta viene ripercorsa senza sconquassi o cambiamenti, tocca quindi a ‘Slip Inside This House’ che mantiene inalterato il suo fascino psichedelico, mentre ‘Don’t Fight It, Feel It’ ma soprattutto la ballad stones-oriented un po’ sfilacciata ‘Damaged’ abbassano pericolosamente la tensione, lasciando questo inizio di concerto a vivacchiare su una incerottata sufficienza. Le ferite sulla pelle i Primal Scream sanno nasconderle bene, i colpi presi durante la battaglia della vita artistica sono tanti, ma con enorme mestiere e con una decisiva marcia in più, da ‘I’m Comin’ Down’ in poi “Performing Screamadelica” diventa uno show in crescendo. ‘Shine Like Stars’ e ‘Inner Flight’ fanno rifiatare/riprendere la parte centrale dello spettacolo e quando le note di ‘Higher Than The Sun’ vengono sincronizzate con l’enorme sole che spunta alle spalle della band, la serata assume i reali contorni dell’orgia di suoni, ricordi e sudore. Anche per la dimensione live, il brano si conferma essere caposaldo assoluto dell’intera discografia dei Primal Scream, micidiale spirale soul psych che diventa senza via di scampo con un finale da tramandare ai posteri dove Innes diviene fulcro centrale-elettrica. Poi l’urlo sale ancora più alto all’apparire inconfondibile di ‘Loaded’. Adesso è delirio. La truppa britannica sembra trasfigurata. ‘Come Together’ è l’apoteosi con coda finale cantata dal pubblico in solitaria mentre Gillespie, che ha già più volte oltrepassato i suoi confini di palco prendendosi con piacere le braccia tese della gente, dirige un discreto coro per poi schizzare via in pausa pre-bis.

Per il prevedibile encore vengono letteralmente incollati tre brani a velocizzare quest’ultimo optional che il gruppo regala ai propri fan iniziando dallo scanzonato rock’n’roll ultra ballabile di ‘Country Girl’, a cui segue la trascinante ‘Jailbird’ e la festaiola ‘Rocks’, prima e seconda traccia del momento più basso degli anni ’90, quel ‘Give Out But Don’t Give Up’ a cui abbiamo fatto riferimento ad inizio articolo, ma evidentemente in grado di regalare momenti di sballo senza soluzione di continuità. Proprio su ‘Rocks’ avviene la prima timida invasione di palco da parte di un quartetto di giovani brilli e gaudenti, gli armadi deputati al respingimento umano cercano di arginare la falla ma nulla possono con la rivolta pacifica della gente, che in un decimo di secondo netto assaltano all’arma rosa il campo da gioco della band (guarda video). I buttafuori reagiscono come possono, volano birre, volano in alto le mani, mentre un divertito Bobby nostro furoreggia, zompetta e folleggia in mezzo a cotanta gaietà, prima che anche lui debba battere in ritirata, completando il brano praticamente appiccicato alla batteria mentre tutt’attorno è vita, mentre tutt’attorno non c’è più limite.

I Primal Scream sono ancora vivi. ‘Screamadelica” attualizzato conserva miracolosamente per intero il suo antico fascino. E le ferite rendono immortale una storia di semplice e passionale rock’n’roll. Ho sempre pensato a ‘Screamadelica’ come ad una tonalità di rosso acceso… mi accorgo finalmente di aver pensato bene.

Emanuele Tamagnini

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9 COMMENTS

  1. Unico insulto al ragazzo che nell’invasione generale ha ben pensato di provare a rubare un basso, prontamente fermato dagli altri giovani e da uno della sicurezza.

    A parte questo, concerto dell’anno/decennio

  2. praticamente nel delirio generale, questo sale dal lato, lo vedo che arriva alla rastrelliera dei bassi, ne prende uno e scappa velocissimo verso le uscite laterali. Fermato in tempo zero. Zero come il suo voto. ZERO.

  3. Grandissimo concerto, con la quantita’ di pubblico giusta (e la qualita’ pure, praticamente il gotha dell’indie romano con Federico Guglielmi, Colasanti della 42 records, I Cani, gli Shadow Line, i Cat Claws ecc ecc) un sonoro eccezionale ed una band immensa. Voi che ballavate sul palco, vi ho invidiato tutti.

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