Preoccupations @ Teatro Quirinetta [Roma, 24/Novembre/2016]

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Prima volta a Roma per i canadesi Preoccupations, già noti dal 2012 come Viet Cong, ma costretti a cambiare nome a causa dei malumori manifestati sia da una frangia di pubblico americano, probabilmente empaticamente vicina ai reduci del periodo della guerra fredda, che da comunità vietnamite. Poracciate, che la band ha deciso di assecondare, togliendosi il dente e ponendo fine alle polemiche, cambiando denominazione, ma non la sostanza, per fortuna. Arrivo alla venue con qualche pregiudizio, dopo aver ascoltato l’ultimo lavoro, chiamato ‘Preoccupations’ a sancire meglio la questione di cui sopra, mi era parso che la svolta di sound, virata verso sonorità più vicine ad ambienti new wave e anni ’80, avesse preso un po’ troppo il sopravvento. In effetti certi passaggi e scelte stilistiche, abbinate ad un timbro vocale che ricorda un po’ quello degli Editors, mi avevano dato quest’impressione, ben presto spazzata via da una mole di suono e influenze che hanno le fattezze di un uragano, che ingloba tutto quello che incontra e lo rende parte del suo possente incedere. Non mancano i riferimenti a peculiarità tipiche della neo-psichedelica, dai fuzz alle oscillazioni riverberose, c’è tanta new wave, mista a dei pregevoli passaggi noise compatti (tra Black Mountain, Cosmic Dead e Pontiak), fino ad accenni chitarristici che ricordano in certi momenti anche i Cult. Quasi per assurdo ci scappano pure un paio di interludi dream pop, con una formazione poliedrica che vede la presenza di due chitarristi che si esaltano non soltanto con le sei corde, bensì anche ai synth. Il batterista Mike Wallace è il vero valore aggiunto, impressionante, un fuoriclasse, tra i migliori della scena, infatti a fine concerto diversi dei presenti hanno atteso che scendesse dal palco per complimentarsi di persona, me compreso. La capacità di alternare con totale disinvoltura luce e tenebra nelle atmosfere dei loro brani li rende particolarmente godibili e mai monotoni, ma anche difficilmente collocabili tra generi, non a caso loro si autodefiniscono “labyrinthine post punk”, il che non è un male, ma può anche non essere un bene. Per come si propongono non immagino un loro possibile “botto” a livello di fama e commerciabilità, salvo che il cantante e bassista Matt Flegel non decida di iniziare ad optare per soluzioni più melodiche e meno urlate, ma sono senza dubbio degni di grande stima e rispetto, la tipica band che ad un festival non sarebbe headliner ma farebbe la sua “porca figura” nel tardo pomeriggio, o che comunque anche ad un concerto in cui si esibisce da sola, come quello di ieri sera, torneresti molto volentieri a vedere. Magari sperando in qualche spettatore in più, perché oggettivamente se lo meritano.

Niccolò Matteucci

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