Pre Final Fest @ Init [Roma, 17-18/Ottobre/2009]

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La fine di un’avventura emozionante. L’ultima esperienza di Post Romantic Empire magnificata da un’ambiziosa maratona omnia. Un giorno lungo trenta ore. Il Pre Final Fest e le coniugazioni del “Romanticismo”. Un percorso iniziato circa sei anni fa che ha costruito la Precordings (etichetta discografica), un’agenzia booking e management, un’organizzazione “selvatica” di feste rave old school (Classix 90’s Techno Parties), la Dead Lounge (stagione di “guerriglia psichica”) che ha generato il pamphlet “Dead Zine”. Un “funerale” malinconico e partecipato andato in scena all’Init, con in aggiunta la galleria d’arte Motel Salieri (che con la collaborazione della Isis Gallery di Londra ha ospitato un’esposizione di opere di David Tibet) e il cinema Detour (entrambe le location nel Rione Monti). Il Pre Final Fest tra sabato e domenica. In piena uggia metereologica. Tra freddo e pioggerellina nord-europea. Trenta ore che in molti vivranno immersi completamente nello spirito post-romantico. Una gara di resistenza che avrà parecchi vincitori.

Intorno alle 21 l’Init ha da poco fatto partire il cerimoniale, grazie ad una mezz’ora di Gianluca Polverari, davvero penalizzato da alcune lungaggini in sede di soundcheck, a cui seguiranno i MIR accompagnati da alcuni ospiti come Gianni Music e Valentina Carnelutti. La musa e madrina dell’evento è l’attrice Joan Fontaine, scelta ad immagine ricorrente, soprattutto per il suo ruolo di Rebecca in “Rebecca la prima moglie” di Alfred Hitchcock. Al mio arrivo la situazione è già vivissima. Il fondo del giardino è occupato da un paio di fornitissimi stand pieni di dischi e suppellettili. A capo troviamo la figura leggendaria di Robertò, che resisterà al suo posto per tutta la durata del festival, anche contro le avanzanti intemperie autunnali. Sul palco lancinanti manifestazioni impro, sottolineano la performance Zampe Rotte, durante la quale si alternano tra gli altri, la romana Lili Refrain (voce e chitarra), ClauDedi (vedi Malato e Circus Joy) ad operare al theremin, quindi Peter M (alle prese con un Roland TR 606, un SH 2 e un RS 09) per tutta la parte di drum machine, bass line e strings, Mushy e il navigato Spectre (Ain Soph, Circus Joy, Space Alliance, Passion Flowers, RosenKreutz…) che ci porta su un livello molto prossimo alla trance e ad una forma latente di psichedelia. Già da queste prime ore, ad assistere tra la gente, c’è un divertito David Tibet. Che ha perso fortunatamente la magrezza di qualche anno fa, ed è tranquillamente a zonzo tra la gente che lo riconosce e lo fotografa, in mezzo a conventicole di fan e musicisti, con un abitino liso e stropicciato tanto maudit e davvero poco “romantico”.

Nell’anti sala basta alzare gli occhi per gustarsi alcuni visual proiettati quasi sul soffitto, il via-vai ad intermittenza comincia a farsi sempre più frequente. Sfilano dark, attempati cittadini di chissà quale notte, volti amici, qualche collega, “lady” e “signori” di un tempo che fu, vampiri, cultura e trasformismo gotico-romantico, dandy in the coverworld, adepti dell’orgia rave, comuni mortali, padri di famiglia (!), giovani poco occasionali, personaggi surreali, vessilli personali. Mentre azzeccatissima è la scelta di mandare musica classica durante i brevi change over. Il caro amico “K” acquista un prezioso DVD dei NON. Si completano le discografie di Current 93 e Nurse With Wound. Mentre il freddo sopravanza ed è già pronta la camicia di raso di Federico Fiumani.

Che si esibisce da solo assieme alla sua chitarra elettrica. Tre quarti d’ora “difficili”, “punitivi” per alcuni. Ripropone subito i cavalli di battaglia che hanno reso celebre la sua personalissima era. ‘Siberia’, l’altra title track ‘Tre Volte Lacrime’ e dal terzo album segue ‘Boxe’. Una sorta di intelligente compendio di un’opera importante. Sempre assai carismatico. Forse meno magnetico di altre occasioni. E ancora il “freddo” di ‘Gennaio’ ed un finale tirato e sofferto.

Momenti d’aria. Il sabato prende corpo. Mentre si anima nuovamente il cambio palco per accogliere la squadra di “casa”: Ardecore. Gianpaolo Felici ha “sostituito” gli Zu con gli Squartet. E per la prima parte, votata alla tradizione pura, si accompagna con la voce di Sarah Dietrich. Che appare a dir la verità abbastanza fuori registro. Stride un tantino con le composizioni della band, e quando è Felici a fare proprio il microfono, la musica cambia. La band appare anche più quadrata e per certi versi “pulita” rispetto al passato. Da segnalare una fantastica versione di ‘Parole Controvento’ che arriva dall’ultimo album ‘Chimera’. Poi tocca a Nada. Direttamente dalle sue colline livornesi. Ancora meravigliosamente in forma a “nascondere” i quasi – bellissimi – 56 anni. Sei i brani proposti. Sei successi. Da ‘Amore Disperato’ a ‘Ti Stringerò’. Finiscono. Il tempo è tiranno. Ma un bis non previsto li riporta al proscenio. Viene accontentata la Malanima che ci tiene a cantare un brano degli Ardecore. Sale nuovamente anche la Dietrich. E parte ‘Fiore de’ Gioventù’, giustamente pescato dal primo omonimo lavoro. Una grande sorpresa.

In attesa di un nuovo capitolo è il turno degli Spiritual Front. Una garanzia per chi li segue fedelmente, sempre una notevole imprevidibilità per chi li assapora per la prima volta. Le atmosfere sono quelle solite del quartetto romano. Ma questa volta a far notizia è il lancio di indumenti intimi che “colpisce” Salvatori, Condemi, Ambrosi e Freda. Mentre è in arrivo la notte. Gli Spiritual Front mantengono fede al loro standard più che elevato. Fumosi e fascinosi.

Chi ha vissuto l’epopea dei CCCP. Chi è stato “fedele alla linea” non potrà certo aver dimenticato Danilo Fatur. L’artista del popolo italiano è però vistosamente ingrassato. L’ex barista e ballerino è tornato recentemente con il nuovo singolo ‘Autovelox’. Il guru della “new bondage age” entra in compagnia di un vocalist e col supporto di basi registrate, ma entra anche con un gancio appeso al soffitto, di quelli usati in mattatoio. Maglietta sbrindellata. Esibizione volutamente sopra le righe, teatrale, dannoso e kitsch. Divertente comunque.

Quando arriva il tulipano Danny Wolfers aka Legowelt mi sarei aspettato di assistere a quello che lui stesso definisce “a hybrid form of slam jack combined with deep Chicago house, romantic ghetto technofunk and EuroHorror Soundtrack”. Niente di tutto questo. E’ tardissimo. Mi spingo via. Contro la lama affilata di un vento che non fa prigioneri.

E’ già Domenica.

Devo assolutamente fare la spesa. Poche ore (minuti) di sonno. Una colazione casalinga. Una veloce rassettata. Un delizioso perpetuo culla-culla. Alle 10 in punto varco nuovamente la soglia dell’Init. Ritrovo fortunatamente qualche amico. Ha piovuto. Il club all’interno sembra un campo di battaglia. Una coltre di fumo (vero e sparato) avvolge Jan St. Werner e Andi Toma. I Mouse On Mars stanno per iniziare. Sotto palco c’è la popolazione techno rave. Traballanti alcuni. Gaudenti altri. Storditi nella maggioranza dei casi. Fa uno strano effetto assistere a tale aggressione sonora, in una routinaria domenica mattina. Fuori anziani signori guidano in stato di ebbrezza emotiva, cani a passeggio, vassoi di pastarelle per suocera e parenti. Dentro una partenza annichilente del duo teutonico poggiato sull’asse Colonia-Dusseldorf. Battiti martellanti. Techno ambient ad alto tasso elettronico. Impossibile non muovere la testa. Alcune facce sono quelle di ieri. In tanti hanno resistito tra le fila. In tanti torneranno più tardi per il clou del Pre Final Fest.

Quando fanno il loro ingresso il collettivo milanese Riga (laptop per minimalismo elettronico) e il sapore classical-folk del violinista inglese Sieben, un’orrenda cassiera-Genoveffa mi chiede “ha la tessera punti?”. Mi guardo il braccialetto bianco che porto al polso da ormai 14 ore. E penso che i punti devo averli da qualche altra parte. Intorno alla una è la volta del virginiano Keith Wood aka Hush Arbors, fresco di ‘Yankee Reality’ uscito sulla Ecstatic Peace, che ritroveremo aggregato ai Current 93. Psichedelia, folk e feedback, leggermente penalizzato dal fatto che all’esterno si è approntato una sorta di banchetto medievale. Un autentico pranzo a base di daino (o era capriolo?) cucinato in varie salse (anche il mirtillo) con l’aggiunta di un variopinto ben di Dio accolto con estrema gioia dallla “resistenza” post-romantica.

Dalle 19 in poi va in scena il cuore del Pre Final Fest. Il fulcro, l’epicentro, la base cardiaca. Fabrizio Modonese Palumbo (Larsen), Andrew Liles (da pochissimo uscita una super versione deluxe di ‘Ouarda-The Subtle Art Of Phyllorhodomancy’) e Paul Beauchamp. E ancora Alexander Neilson (fantastico batterista già negli Scatter, che vanta collaborazioni nell’underground più nicchioso con Jandek, Alasdair Roberts, Taurpis Tula e tantissimi altri) e Lavinia Blackwall ovverosia i glasgowegiani Directing Hand. Impro free folk percussivo e straniante. Tradizione e paesaggi medievali. Neilson sarà a breve protagonista assieme a Tibet e compagni. Quindi l’enorme Baby Dee. E a seguire il tenore Ernesto Tomasini. Accompagnato prima da Andrew Liles, poi da una vera e propria band composta da Modonese Palumbo, Paul Beauchamp e Trevor (NG, Camerata Mediolanense) e quindi per finire da Othon Matagars al piano, mette in scena la sua spiccata teatralità, accentuando il dono di una voce falsettata. Tra Farinelli e Arturo Brachetti.

Da vicino viviamo però il clou. L’apice. Lo zenith delle 30 ore che stanno per concludersi. I Current 93 vengono “presentati” da un video eccezionale. Che riprende il tema (“sottotitolo”) del festival: “Vieni, ti mostrerò dove vanno i sogni quando muoiono”. Siamo nel giardino della casa di Robert Englund. A Laguna Beach in California. Il 62enne protagonista di “Nightmare” fa un sermone sui sogni, barbetta e capello non più folto sono bianchi. Le immagini sfocate, violacee, rendono sinistra l’atmosfera. Poi all’improvviso spunta in primo piano col “guanto” ad artiglio che ha fatto epoca. Delizioso.

L’intro che annuncia l’arrivo della band è un pezzone probabilmente anni ’70. Distorto e coinvolgente quanto basta. La sala è stipatissima in ogni ordine di spazio vitale. I Current 93, David Tibet, sono sul palco. La formazione è quella annunciata: Andrew Liles, Baby Dee, Keith Wood, James Blackshaw e Alex Neilson. Se non siamo vicini alla estatica eccellenza poco ci manca. La performance prevede 45 minuti ma alla fine sarà un’ora e mezza. Tibet è Dio. Completo di lino color panna, cappellino, camicia rosa, scalzo. Il contatto con la terra. La forza e il magnetismo che hanno in pochi. Uno sciamano. Qualcuno lo ricorda 4-5 anni fa all’Accademia Britannica di Roma. Quella volta era un trio. E anche allora fu impossibile staccare lo sguardo dal cerimoniere. Il grande cerimoniere. Il pubblico è in silenzio. Ma è un silenzio tombale. Religioso. Siamo ad una funzione. Che di religioso fortunatamente non ha nulla, se non l’aspetto rituale dell’atmosfera attorno. Tibet recita. Interpreta. Invasato. Rapito. Crescendo ed esplosioni tratteggiano un meraviglioso concerto “elettrico”. Dove viene privilegiato quasi tutto l’ultimo album (‘Aleph At Hallucinatory Mountain’) con alcune parentesi sul penultimo e sul prolifico passato. Artista gigante. Coadiuvato da musicisti di prima grandezza. Quando scende tra il pubblico, operazione non semplice vista la densità della gente, sembra di assistere alla separazione delle acque nel Mar Rosso. Tibet come Mosè.

Sorridente. Ringrazia infinitamente l’organizzazione. Ringrazia Giulio Di Mauro. Novanta minuti di sacerdozio fedele alla sua personalissima dottrina. David Bunting e le 30 ore del Pre Final Fest si consegnano alla storia. Che equivale a consegnarsi all’immortalità.

Emanuele Tamagnini

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