Praise + Chains + Upward @ Freakout [Bologna, 4/Gennaio/2015]

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Le vacanze natalizie vanno scemando senza sussulti particolari nella solita noia metropolitana e quindi mi spingo con convinzione verso un concerto “robusto”, senza conoscere neanche una band, headliner inclusi, spinto da due sole parole: straight edge. Riesco ancora a commuovermi come uno scemo quando leggo quelle due paroline ingenue. Non ascolto un disco hc in casa da non so quanti anni, i miei ascolti sono andati sfaldandosi e modellandosi a loro piacimento ma il punk è come una cicatrice. Di quelle che porti con orgoglio. E al richiamo della giungla non riesco a resistere. Poche chiacchiere. Tre band. Tutte e tre hc vecchio stampo, due italiane e una americana. I Praise gli headliner, da Baltimora arrivano al full-lenght dopo la solita trafila di singoli ed EP, la storia di ogni gruppo punk. Magari l’anno prossimo saranno già dimenticati o magari torneranno a trovarci. Visti gli esiti di stasera propendo per la seconda ipotesi. Partono a razzo gli Upward, Lombardia. Una ventina di minuti (leitmotiv della serata) per dimostrare di esserci e di sapere come fare. Da tradizione il cantante si muove a cerchio sotto il palco, tra il pubblico, frenetico e nostalgico. Pezzi veloci con uptempo che si ammassano l’uno sull’altro. Spirali di velocità e robustezza che si mescolano creando pathos e commozione. Yup! Più che soddisfatto attendo la nuova band, i bolognesi Chains, mentre compro un 7” dei 7seconds, tanto per non perdere lo smalto e ricordarmi come si fa. I Chains riescono a sorprendermi anche più degli Upward. Spazzolata degna dei migliori To Kill (dya rememba??): feroci, velocissimi e pericolosi. Arrivano al petto come un coccio di vetro tagliente. Non concepiscono i rallentamenti ma preferiscono zampillare sangue e scorticarsi la pelle suonando hardcore. Superbi.

Ed ecco le “star” della serata. I mormoni Praise. “Niente alcool e neanche bibite gassate, solo acqua” mi confida il barman Vittorio. Ovvio, mancavano solo le croci sui pugni. Il soundcheck lo fanno al momento di salire sul palco e dura in proporzione come un loro concerto. 30 secondi. Poi due pollici alti fanno capire che… “sì, può andar bene dai”. Che siano dei professionisti lo si capisce subito. Tengono gli strumenti benissimo e hanno una padronanza del genere totale. Riescono anche a diversificare il suono. Non solo una lancia che ti si infila in petto in un attimo ma aggiungono parti più slow e voci più morbide. E’ un attimo perchè il resto è ferocia pura. Niente mosh, niente pit, niente pogo. Solo qualche testa che ondeggia e annuisce a braccia conserte mentre il resto assiste impassibile e in sacrissimo silenzio. Come son lontani i tempi dei visi spaccati e delle teste rotte. A metà concerto, cioè dopo 10 minuti, si rompe una corda, si perde tempo a sistemarla più del necessario e poi si riparte. Altre 15 minuti scarsissimi in cui ammiro un batterista monstre nell’ultimo brano tirato fino all’ultimo rantolo umano e il concerto è finito. “Ma come tutto qui?” si sente bofonchiare. Già tutto qui. This is hardcore, this is straight edge.

Dante Natale

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