Portishead + Savages @ Zitadelle [Berlino, 18/Giugno/2013]

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Perchè poi a un certo punto della vita uno potrebbe pure chiedersi che fine abbiano mai fatto le belle chitarre di Daniel Ash. Gemma Thompson fa spallucce. E le pose nervose di un certo Ian Curtis, le divise di scena prolet e la sfumature alte dei capelli? Jehnny Beth guarda altrove, Camille Berhomier ridacchia sotto i baffi. Aggiungete poi una batterista che picchia sodo come e quando deve e una bassista tutt’altro che wasp a tenere egregiamente le fila del magma ritmico pulsante et voilà! Ecco a voi Savages, all female band del momento che sa miscelare sapientemente teatro povero travestito da urgenza esistenzialista working class e approccio mascolino e virile di padri e fratelli maggiori che hanno fatto la storia dal post punk in su. Infine, va detto, presenza e faccini in grado di sedurre indifferentemente maschietti e femminucce. Bluff? Preziosa verità? Marketing perfetto? Analisi di mercato e talento ben centellinati e incastrati fra loro? Poco importa. Sul palco le ragazze tirano diritto per la loro strada, e comunque sia il loro è un set molto potente ed efficace e no, non è per nulla sgradevole osservare, ascoltare, applaudire. Insomma, dopo l’embrio indie di John & Jehn (e, presumo, chissà quante successive riunioni e ipotesi attorno a un tavolo, i personaggi di Bowie pre saga stellare insegnano) la novella Siouxsie e le sue degne ancelle hanno trovato la ricetta giusta. E, bontà loro e fortuna nostra, riescono anche a metterci del sale vero, musicalmente parlando, e dell’urgenza performativa credibile e perfettamente calibrata, dove i talenti di attrice della Beth tornano utilissimi on stage durante le plastiche e nervosette danze della seduzione con l’audience. Tutto bene, insomma, tutto bene. L’unica cosa che noto e appunto fin dai primi pezzi del loro set è che dopo la botta adrenalinica dell’inizio e la lecita curiosità voyeuristica resta nelle orecchie e sopravvive nel cuore il mood della proposta più delle canzoni. E questo fa la grande differenza.

Perchè quando sul palco salgono i Portishead succede come in quei film, pur buoni e recitati benissimo, dove a un certo punto spunta, che so, Gary Oldman. E capisci, dopo pochissime battute, che i cavalli di razza esistono, fanno la differenza e mettono istantaneamente della distanza tra loro e il resto del gruppo in pista. Il set dei Portishead è un attentato continuo a sentimenti, memorie, melancolie, amori e struggimenti. Il set dei Portishead è una macchina meravigliosa di battiti cardiaci lenti e sotterranei. Stagione di foglie secche e cementi umidi. Sinuoso fumo di sigarette, mani serrate a scaldarsi intorno a una tazza, birre bevute dal collo della bottiglia. Parole segrete, custodite e sussurrate. Fronti aggrottate da verità e addii. Voci impennate di nervi, sciolte da liquidi colpi di coda. Non puoi non vedere, non puoi non sentire, non puoi non scivolare nell’abbraccio di quelle fredde, salmastre, perigliose acque scure capaci di portarti così lontano da qualunque dubbio, al sicuro da qualunque speranza vana. E se invece resti al sicuro, ritto sulla banchina, credimi amico mio ti perdi davvero una morte dolce e bella. Roba da metterci la firma, durante certi inverni. Ed  è ancora tutto pulsante e vero, pur così diversamente, dopo tanti anni. Le voci accuminate e verticali della Gibbons, le percussioni e i beats di Barrow e le chitarre da spy story di Utley che, a mio modesto parere, sono il vero segno distintivo del combo. Altri quattro musicisti sul palco tra sezione ritmica e uomini dietro tasti e fiati. Un gig solido, equilibrato e ispirato anche nella scaletta, che non rimane invischiata esclusivamente nelle meravigliose pietre miliari di ‘Dummy’ e ‘Portishead’ ma tratta con rispetto tutti e tre gli albums in studio licenziati dal’94, incluso lo spesso colpevolmente trascurato e sottovalutato ‘Third’. E si fanno vittime illustri, si scarta grasso e non poco: ‘All Mine’, ‘Only You’, ‘Humming’ giusto per citare le prime che avrei voluto sentire. Ma non c’è da lamentarsi, davvero. E oggi, nel 2013, alla storia ultraventennale di questi protagonisti della preziosissima scena di Bristol (chi c’era ricorderà indelebilmente) si sono aggiunte sfumature teutoniche e negromanti che brillano di luce cupa, andando a sfaccettare perfettamente il rompicapo che ha fatto di Francia in tweed, televisione in bianco e nero, scaglie di trip hop e cartoline south west d’Albione la propria cifra. Insieme a delle meravigliose, meravigliose canzoni. Che sono vivide, vicinissime, invincibili. E fanno la differenza con tutto il resto. E davvero non lasciano prigionieri. Anche le Savages, allineate a bordo palco in ascolto devoto e silenzioso, sembrano aver notato questo piccolo, cristallino, fondamentale, fatale dettaglio.

Giuseppe Righini

SETLIST
1 SILENCE
2 NYLON SMILE
3 MYSTERONS
4 THE RIP
5 SOUR TIMES
6 MAGIC DOORS
7 WANDERING STAR
8 MACHINE GUN
9 OVER
10 GLORY BOX
11 CHASE THE TEAR
12 COWBOYS
13 THREADS
Encore:
14 ROADS
15 WE CARRY ON

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