Portishead @ Ippodromo delle Capannelle [Roma, 27/Giugno/2012]

1094

Quale via sceglie il dolore prima di fermarsi al cuore? In quale misura è possibile codificare l’assoluto? E quale la strada che intraprende l’emozione prima di trovare i Portishead? Risposte svelate nella notte romana che cinge nel proprio ventre caldo la seminale formazione bristoliana. Come calda fu l’estate del 1994 testimone di un debutto che avrebbe rafforzato e sancito l’egemonia di una città fino ad allora chiusa nella propria disperata forza autodistruttiva. Forse nessuna band, nelle ultime due decadi (si legga venti anni), ha saputo così superbamente evolversi come han fatto questi tre maestri britannici. Dalla firma sulla fine di un’epoca alla supremazia su quella successiva, regnanti riconosciuti dell’era post-nuovo millennio, della bruma e della caligine, di industriali pulviscoli dell’anima che soffocano la vita e ottenebrano il respiro. ‘Third’ il monolite eretto dopo una sofferta, interminabile separazione che avrebbe sfiancato chiunque. L’opera più alta di una discografia integra ed incontaminata, nodalevitale e al contempo irrinunciabile. L’essenziale in un sussurro.

Come quelli che si odono nella spianata biblica profumata di eccitazione mentre oscure particelle di polvere sembra vogliano offuscare e rendere ancor più magica l’attesa e l’atmosfera tutt’attorno. Quando è ancora presto per sognare ed è già tardi per tornare indietro, il trio ampliato a sestetto ammantato da rigore e compostezza compare accompagnato da un boato di liberazione. Immacolati. Estremi nella logica strumentale. Astrazione pura la simbiosi che viene innescata dalla fusione di immagini e riprese in diretta live immerse nel bianco e nel nero. L’alienante trip iniziale è dedicato a ‘Third’, straniante e dilaniante, ovattata immersione a cui si assiste in religioso silenzio, prima che ‘Mysterons’ colpisca forte le corde dei ricordi, avere avuto vent’anni mentre tra le braccia si teneva stretto ‘Dummy’ e i turbamenti di un’esistenza ancora da decifrare. ‘The Rip’ è il momento break che fa precipitare ogni resistenza al coinvolgimento e alla commozione. Attimo dopo attimo prendo coscienza della grandezza senza eguali di Beth Gibbons. Pensare per lei aggettivi superlativi appropriati mi rendo conto come sia solo un inutile sforzo letterario. Per la prima volta nella mia vita professionale non riesco a trovare una giusta definizione per descrivere questa Dea. ‘Sour Times’ e ‘Magic Doors’ amplificano le sensazioni e anticipano uno dei momenti indimenticabili di una serata out of planet, ‘Wandering Star’ nasce accovacciata sul palco, lancinante discesa nel profondo, intimità svelata, dove a giganteggiare è ancora una volta l’interpretazione della Gibbons. Gli occhi si arrendono e diventano lucidi.

Ma non c’è tempo per riaversi. Veniamo infatti colpiti dalla scarica che squillante introduce ‘Machine Gun’ (guarda video). E’ il momento centrale, il momento della catarsi e dell’apocalisse (e del suo ultimo “cavaliere”), sospinta e narrata dalle immagini incalzanti che mescolano anche il recentissimo rigore parato da Buffon contro la loro Inghilterra. Straziante, squarciante, desolante, con la speranza tradotta nel finale, illuminato da un grande sole nascente. Finalmente il viaggio al centro della terra si sofferma anche su ‘Portishead’ e su una semi-dimenticata ‘Over’ che mantiente però intatta tutta la forza occulta, l’arcana bellezza, il fascino e il mistero ad inchiostro nero. Poi come uscita da un grembo materno prende vita ‘Glory Box’, per chi scrive il manifesto del trip-hop all time, che nulla ha perso, che tutto ha guadagnato dal tempo sovrano (guarda video). Fuori dai tre album stupisce la digressione singola di ‘Chase The Tear’ (pubblicata nel 2009 per supportare Amnesty International) che presentata e dilatata dal vivo diventa un omaggio motorik al kraut-Neu!-oriented. Colossale reiterazione a legare indissolubilmente la conclusiva ‘Threads’. Lancinante e affligente, mentre sembra di rivedere la boscaglia e l’Anticristo, l’anticonvenzione e l’inferno. La fine senza resurrezione. Luci spente. Il ritorno programmato non ha bisogno di un richiamo prolungato. Questa volta non posso fare a meno di piangere, contenuta rivelazione e scrigno dei ricordi, nuova colonna sonora di un presente fatto di sguardi che si toccano e mani che si avvicinano ad altre mani. Se ‘Glory Box’ è il trip-hop, ‘Roads’ è una delle vette musicali più alte dell’ultimo ventennio almeno, librata in aria da una Beth Gibbons ora stretta a se stessa, ora stretta al nostro cuore (guarda video). L’immensità raggiunta. ‘We Carry On’ viene scelta per la definitiva chiusura. Un ultimo rito che per definizone si fa realmente tribale. Ascensione al paradiso. La Gibbons scende per abbracciare, baciare, stringere tutta la prima fila, testimoniata dal riflesso di immagini sul grande schermo amplificatore di suggestioni. Quale via sceglie il dolore prima di fermarsi al cuore? In quale misura è possibile codificare l’assoluto? E quale la strada che intraprende l’emozione prima di trovare i Portishead? Le risposte rimangono da stasera tra le stelle. Le stesse che in un battito d’ali si portano via il prodigio. Un concerto che non rimane per la vita. Rimane per sempre.

Emanuele Tamagnini