Port Royal + Disco Drive + Canadians @ Circolo degli Artisti [Roma, 3/Aprile/2008]

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Serata freddissima. Sia dentro che fuori dal locale. Una di quelle che esci per inerzia, perchè ormai ce lo avevi scritto sull’agenda, o perchè ormai gli hai dato la punata alle dieci al Circolo, sennò te ne stavi a casa sotto le coperte a guardare “Ritorno al futuro”. Come avrei fatto anche io se avessi saputo come sarebbe andata a finire.

I Canadians iniziano verso le 22:30.
I Canadians poi finiscono intorno alle 23:00.
In questa mezz’ora riescono ad annoiarmi abbastanza per iniziare a chiedermi: “Ma con quale criterio le etichette decidono i gruppi da spingere e pubblicizzare?”, “Perchè tra i tanti gruppi italici, proprio i Canadians?” Mi spiego: i veronesi, non fanno canzoni brutte, non suonano male a parte il cantante che spesso e volentieri stona, ma scrivono canzoni che potrebbe scrivere chiunque. Anzi, un tipo di canzoni che di solito scrivono gli adolescenti o i 20enni modaioli che suonano per concupiscenza di vagine. Inoltre quando stanno sul palco, trasmettono le stesse sensazioni e la stessa energia che trasmetterebbe un frigorifero vuoto. E spento. Ma vabbè, se la Ghost Records è contenta, lo sono anche io.

Al cambio palco ho pensato: ”Adesso arrivano i Disco Drive e se la tajamo!”. C’era anche uno che ancora prima che iniziassero stava già ballando attaccato alla transenna come un raverino. I Disco Drive però hanno avuto la cattiva idea di iniziare con ‘Grow Up’ o forse era un altro pezzo lento e poco tirato, vabbè, non ricordo, fatto sta che il risultato è stato un inizio senza la “botta”. Anche durante la loro hit ‘It’s A Long Way To The Top” sono sembrati un po’ fiacchi e anche il pubblico non ha recepito il messaggio danzereccio sembrando piuttosto distratto. La mia attenzione nei loro confronti è continuata per inerzia, ma solo perchè al concerto precedente mi avevano fatto divertire, quindi speravo che si riprendessero con il susseguirsi delle canzoni. Purtroppo non c’è satato verso. Neanche il batterista che balla la salsa suonando le maracas con i suoi splendidi shorts con l’evidenziatore sul “pacco” è riuscito a tirar su le sorti dell’esibizione fiacca e un po’ fredda. Per il loro standard intendo, non li voglio paragonare al frigorifero vuoto dei Canadians, ma ormai mi ero viziato da uno standard alto quindi, Disco Drive rimandati a Settembre.

Peccato che c’erano troppe fonti di luce in sala: dal bar, dalla red room. Lo stanzone buio sarebbe stato perfetto. Avrei accettato solo la luce emessa dalle video-proiezioni ad illuminare i tre genovesi sul palco. Sarei tornato a casa felice nonostante i precedenti 2/3 di serata. Ma vabbè, a parte l’inquinamento “fotonico” sono riuscito a capire perchè i Port Royal sono considerati la punta di diamante dell’elettronica italiana, perchè suonano in tutta Europa e perchè sono prodotti da un’etichetta inglese. La motivazione è che la loro musica suona come una giacca a vento North Face che ti scalda mentre stai sdraiato sull’erba in una foresta del nord ed il cielo notturno e limpido è illuminato da una luna pienissima. I Port Royal, per quanto completamente fuori luogo stasera, mi hanno emozionato sul serio, anche grazie alle video proiezioni montate dal visual artist Sieva Diamantakos che non ha smesso un attimo di ballare…. come un cretino in reltà, tanto che “qualcuno” avrebbe voluto urlargli “metteteje le pastoie!”, ma avrebbe rovinato tutta l’atmosfera.

Andrea Di Fabio

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