Port O'Brien @ La Casa 139 [Milano, 8/Dicembre/2009]

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“Andrea cosa vuoi fare da grande?” mi chiese un giorno la maestra di prima elementare. “Il pescatoreeeh!” gridai tra la sorpresa di tutti gli aspiranti calciatori professionisti, astronauti, dottori e piloti di Formula Uno presenti in aula. Da piccolo, fare il pescatore era uno dei miei sogni ricorrenti, che facevo anche ad occhi aperti mentre rosicchiavo un pezzo di pane caldo preso al forno di mia nonna… Questi ricordi, probabilmente, mi hanno spinto ad ascoltare i Port O’Brien, nati infatti dall’incontro in Alaska tra un ex pescatore, Van Pierszalowski, e una ex panettiere, Cambria Goodwin. Se il primo album ‘All We Could Do Was Sing’ (2007) li ha lanciati nel panorama indie, ‘Threadbare’, secondo album uscito quest’anno, li ha invece consacrati nell’ambiente indie-folk. In circa tre anni, molto è cambiato nel loro stile: il loro folk rock è diventato più maturo e quadrato, meno viscerale, ma efficace, specialmente rispetto alla acerba compilation d’esordio ‘The Wind And The Swell’ (sempre 2007). Certamente l’arrivo del batterista e percussionista Ryan Stively ha avuto un ruolo importante in questo processo di definizione di uno stile proprio, anche se sempre legato a quello dei soci-colleghi Modest Mouse. Comunque, se Ryan è ormai il metronomo blusettaro della band, la coppia Van & Cambria resta sempre l’anima melanconica e folk dei Port O’Brien.

L’arbitro fischia la fine del percorso juventino in Champions League e dunque, gaudente come una faina in calore, mi trasferisco lesto al secondo piano della Casa 139 per assistere allo spettacolo. Dopo circa dieci minuti esce il quartetto e prende posizione nel minuto palco. Mi accorgo subito che manca la dolce Cambria. La sala non è completamente piena e l’età media, stranamente, non mi imbarazza per nulla stasera. Aspetto solo l’inizio del concerto, che attacca immediatamente dopo un tiepido saluto del biondo Van Pierszalowski. Eseguono random i pezzi dell’ultimo album con una calma inusuale. Le atmosfere vanno dal freddo dell’Alaska al caldo della California, soprattutto quando i riff di chitarra diventano sempre più vibranti e vivaci fino ad essere sguinzagliati verso di noi. La mancanza di Cambria si sente specialmente nei pezzi a due voci improvvisati a rotazione tra i tre compagni di Van. Alcuni non vengono neppure eseguiti, pure se non mancano le vivaci ‘Leap Year’, ‘Sour Milk/Salt Water’ e le più folk ‘Calm Me Down’, ‘Tree Bones’. Il pubblico pare comunque gradire la line-up su palco soprattutto quando attaccano il pezzo più conosciuto ‘My Will Is Good’. Una performance fin troppo garbata e pacata, come nella migliore tradizione scalda-cuore folk.

Andrea Rocca