Poppy's Portrait @ Forte Fanfulla [Roma, 21/Gennaio/2014]

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Strano martedì sera romano, l’attenzione sembra esaurirsi tutta intorno allo stadio Olimpico, mentre in una parte opposta della città sta per avvenire un evento che si preannuncia memorabile, un sorta di mistero della fede: la “resurrezione” dei Poppy’s Portrait. Il concetto di resurrezione non è forzato, visto che l’ultimo concerto del gruppo fu in occasione del “funerale” di due anni fa, atto con cui sancirono uno scioglimento che a molti sembrò prematuro. Probabilmente gli stessi che questa sera affollano il Forte Fanfulla spinti dalla fede, aspettandosi di vederli esattamente come sono stati: un power trio di Cristo! Poco dopo il triplice fischio finale sull’infausto rettangolo verde, salgono sul palco i Western Noise Orchestra. Il duo romano suona un ottimo noise-blues sporco e viscerale, l’assetto strumentale ricorda necessariamente i primi Black Keys, ma dopo un soggiorno forzato a Chicago, giro Touch And Go. In una trentina di minuti miscelano alcuni buoni auspici per il futuro. Il cambio palco è veloce. Luci e proiezioni lasciano presagire del buono, mentre le prime note di ‘When Six Was Five’ ci immergono subito in un’atmosfera sospesa tra post-rock e psichedelia. ‘Top Down’ è un piacevole salto nell’indie rock statunitense, ma e con ‘Room 308’ e ‘Room 408’ che l’asticella si alza. Un vortice di suoni e ritmi catalizza la sala e mostra quanto questa band meritasse molto più di ciò che ha raccolto. Altro che “Motorpsycho de noantri”! Certamente la band norvegese è stata una chiara fonte d’ispirazione per il trio, ma c’è molto altro ancora. Lo stoner di ‘Witch Hunt’, l’assalto graffiante di ‘Teenage Scared Me’, gli incastri di ‘Alcatraz’, l’esplosione di ‘JMK’, la poesia dissonante di ‘Laura’, la grassa psiche d’albione di ‘Oh Goodbye’ che si fonde nell’omaggio sonico finale agli Mc5 di ‘Black to Comm’ (strizzando l’occhio ai guru di Trondheim). Finito così? Certo che no! “Senza tirare troppo la calzetta”, come grida qualcuno tra il pubblico, ecco partire il bis con il country rock di ‘Just Friends’, concludendo il percorso da dove era iniziato, con il post rock psichedelico di ‘U-More’ e il suo crescendo finale incalzante ed incendiario. Ottanta minuti di energia pura, intensi ed emozionanti come il vero rock può e deve essere. L’alchimia genuina generata da tre musicisti di indubbia personalità, tramite la fisicità distorta del basso di Francesco Cerroni, il genio sregolato della chitarra di Giorgio Maria Condemi, la potenza chirurgica della batteria di Cesare Petulicchio, ci regalano una serata davvero notevole che esula dai clamori indotti dalla moda del momento, oppure da una semplice rimpatriata tra amici, che sia essa sopra o davanti a un palco. Curioso poi che la serata si concluda eseguendo proprio il brano che diede inizio alla loro storia oramai più di dieci anni fa. Già, la loro storia… Come considerarla oggi? Ai presenti al rito di questa sera piacerà immaginarla come un loro gradito e miracoloso ritorno a nuova vita. Del resto non è che in tutte le migliori resurrezioni si debba per forza ascendere in cielo.

Cristiano Cervoni

Foto: Giada Pietrini