Pop Circus Festival @ Parco Schuster [Roma, 9/Luglio/2013]

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All’interno della consueta Festa de l’Unità, tra l’odore acre di brace e quello dolciastro di pasticceria unta, si consuma nell’arco di una serata il Pop Circus Festival, una sorta di “prima volta” assoluta per un tipo di sonorità che in qualche negozio di dischi, anni fa, sarebbero state inserite alla voce “nuove tendenze”. L’umidità non ha ancora lasciato le ore all’imbrunire e fresco reduce dal “caso” Cat Power (“caso” per quelli che non hanno parlato di musica ma di suppellettili del cazzo), arrivo quando la ventenne britannica Charlotte Emma Aitchison aka Charli XCX è già sul main stage, a ruota delle esibizioni d’apertura dei YouAreHere e dei Telepathe. Accompagnata da batteria e synth, la bambina prodigio (debutta a 14 anni col primo disco) è a supporto del nuovo ‘True Romance’ uscito ad aprile. E’ dance pop anni ’80 ma dal look anni ’90 (quello dell’artista), refrain catchy e spaccatesta, glitterato e divertito, campionato, un “prodotto” dal successo sicuro che la ragazzina presenta con grinta e spensieratezza. Tra scandi-pop e R&B, tra derive electrohouse e ricordi di girl band adolescenziali. In sequenza piacciono il singolo ‘You (Ha Ha Ha)’ (guarda video) e ovviamente il break di una carriera, quella ‘I Love It’ (guarda video) che la vede guest del duo nordico Icona Pop. Pian piano l’afflusso aumenta, ma è già chiaro che il grosso della gente arriverà in tempo per il trittico finale Mount KimbieZebra KatzMajor Lazer. Sul palco secondario è il momento dei Midnight Juggernauts, formazione australiana triangolare, da poco tornata con il nuovo, terzo, album ‘Uncanny Valley’. I tre di Melbourne però sono decisamente l’anello debole della proposta festivaliera, l’inizio è un confuso patchwork di prog-kraut-electronico che lentamente si dispiega in un ben più orecchiabile electropop(con poca wave).

Si torna nell’area più grande, molta gente è già posizionata sotto palco per godere dell’esibizione dei Mount Kimbie, il duo formato da Dominic Maker e Kai Campos (nel live supportati dalla batteria), compagni di università a Londra, sono incasellati da subito dalla gratificante stampa UK come “post-dubstep”. Amano l’extended play come forma di espressione discografica ma è con il debutto del 2010 ‘Crooks & Lovers’, che ai due giovani musicisti vengono aperte le porte del successo underground, che si spalancano quando è la Warp a chiamarli per il recente nuovo ‘Cold Spring Fault Less Youth’. L’impressione live è la stessa procurata dal supporto ottico. Non avverto immediatezza, oserei dire sincerità, questione di sensazioni primitive, di pelle. Chitarra ed elettronica si innestano cristalline in un mondo che molto deve a Kieran Hebden. Perfettini e perfettissimi, fin troppo, ciondolanti nell’incedere artisticamente ambizioso. Le atmosfere del primo impatto (comunque suggestive) si dilatano man mano che il set aumenta il timing, risultando alla fine oltremodo noiosette. Il successo è garantito. Gli applausi finali anche. Ojay Morgan è Zebra Katz. Zebra Katz è Grace Jones. A vederlo così intendo. 26enne inglobato nella New York ultrafashionista, hip hop minimale ed ossessivo, oscuro, penetrante. E’ accompagnato da una singer e da un DJ, utili a creare uno dei momenti migliori dell’intero happening romano. Nel sangue scorrono egualmente Busta Rhymes quanto Missy Elliott (seminale la virginiana) e il set fomenta e manda in estasi una folla partecipante in senso assoluto (guarda video). Un autentico animale da palco di cui credo si sentirà parlare ancora.

Tutto è pronto. La scenografia montata. Ed il countdown parte per introdurre l’esplosione spettacolare dei Major Lazer. Vestiti come “iene” tarantiniane appaiono i protagonisti supportati da qualche danzatrice/danzatore. Il lancio di vuvuzela al pubblico è immediato, Diplo sale sopra il finto impianto d’amplificazione e spara stelle filanti a ripetizione, tutto già balla e si comprime (guarda video). Dimenticate le decine di collaborazioni del trio e il nuovo (secondo) ‘Free The Universe’, perchè dal vivo non si bada troppo ai pezzi, si bada al sodo, allo spettacolo. Che è puramente americano, che è animazione, che è coinvolgimento e interazione totale col pubblico. Show fracassone, potente, illuminato, colorato, senz’altro kitsch. Come quando il producer californiano si chiude dentro l’ormai famosa “bolla” e si lancia sulla folla, rotolando come un ossesso senza speranza di ritorno sul palco (guarda video). I brani sono tutti pezzetti, mezzi campionati, mezzi interrotti, mezzi mescolati. Altri momenti da ricordare: la sciarpata di magliette con i protagonisti a torso nudo (guarda video), il contest per la “reginetta del ballo”, vinto da tale Giorgia, tarantolata a superare le scatenate coetanee che si sono dimenate sul palco agli “ordini” dei lazeriani, e poi gli accenni di ‘Get Free’ e un’orgia totale a quello del classico ‘Jump Around’ degli House Of Pain (prodotta vent’anni da un signore chiamato DJ Muggs di una crew chiamata Cypress Hill). Diplo è irrefrenabile, sbandiera, si cambia, suda, mena le danze al pari dei suoi accoliti e in oltre un’ora di set senza pausa, scorre tutto il mondo che furbamente il trio ha saputo fondere con estremo mestiere: house, raggaeton, dance, elettronica, ritmi caraibici, dancehall, southern hip hop sicuramente. Quando il capellone Kindness ha già sistemato la sua consolle nel palco alla sinistra dell’area per destinazione, è tempo di togliere il disturbo, e addentrarsi nella notte, al fianco della luce emanata dalla Basilica di San Paolo. Spettatrice di un autentico circo dei tempi moderni.

Emanuele Tamagnini

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