Pontiak @ Largo Venue [Roma, 11/Marzo/2019]

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I Pontiak sono un power trio statunitense a conduzione familiare, formato da Van Carney chitarra e voce, Jennings Carney basso, organo e cori e Lain Carney batteria e cori. I tre fratelli, dopo un peregrinare in altre formazioni, si sono ritrovati a Baltimora nel 2005 e hanno deciso di suonare insieme. Quindi sono tornati nella natia Virginia, dove hanno ricavato un proprio studio di registrazione da una vecchia fattoria. Da allora hanno realizzato due EP autoprodotti e un lungo sodalizio con la Thrill Jockey, per cui hanno inciso sette dischi in proprio e uno split album di tributo a John Cale insieme agli Arbouretum. L’ultima fatica discografica si chiama “Dialect of Ignorance”, è stata pubblicata nel marzo del 2017 e insieme all’esordio “Sun on Sun” del 2008, rappresenta il loro miglior prodotto. La formula sonora è quella di un rock sanguigno, analogico e potente, che s’ispira alla psichedelia acida degli anni ’60, così come al prog e al proto metal dei ’70, ma anche allo stoner e all’indie alternativo dei ’90. Non disdegnano neppure atmosfere folk e alcune incursioni nella cultura musicale classica americana. Nel 2015 hanno creato una fabbrica di birra, unendo così al meglio i loro interessi primari.

Tornano a Roma dopo cinque anni e vengono accolti da una buona affluenza di pubblico. Sfoggiano il solito look di barbe folte e solo a guardarli evocano boschi e praterie, risultando genuini come il suono che propongono. Van è un gigione spontaneo e coinvolgente, Lain è sgraziato quanto efficace dietro i tamburi, Jennings agisce da vero collante, seppure orfano dell’organo che caratterizza alcune delle atmosfere in studio. Legati a doppio filo ai numi tutelari del genere e inseriti nel calderone di neo-psichedelia e citazionismo vintage, sembrano dei Motorpsycho meno tecnici, o dei Dead Meadow più grezzi e dinamici. La voce principale di Van e i raddoppi vocali dei suoi fratelli si rincorrono e si sommano a metà tra una liturgia spirituale e una sbornia assistita, sovrastate da riff di chitarra graffianti, bassi tellurici e batterie solenni. Tutto viene sostenuto da un consapevole eccesso di decibel, che devasta come in balia di uno spirito marziale. Salgono sul palco alle 22:45 e consumano il solito rito del brindisi, bevendo alla goccia un cicchetto alla salute del pubblico. Chi li ha visti sa già che lo faranno, ma questo gesto ha sempre il suo fascino e predispone all’ascolto. La scaletta pesca in tutto il loro repertorio e si apre con lo stoner alla Kyuss di “Surronded by Diamonds”, seguita dall’assalto lisergico di “Shell Skull”. Il magma inizia a formarsi e la chitarra impazzita di Van genera brividi. “North Coast”, “Left with Lights” e “We’ve got it Wrong” mantengono il flusso costante grazie a un basso ipnotico e continue deflagrazioni. “Innocence” è una gemma hard’n’heavy, tra le migliori di questa sera. “Lions of Least” mantiene alto il tiro, con un bel gioco di raddoppi vocali. Un lungo muro di feedback introduce l’omaggio neanche troppo velato ai Black Sabbath di “Laywayed”, tra headbanging e un solo di chitarra devastante. “Part III” è tratta dall’EP “Comercrudos” ed è una sorta di ballad da acido floydiano, che cresce compatta e chiude in larsen. “Royal Colors” inizia con un basso lento d’atmosfera, per poi proiettarsi verso il solito volo pindarico sulle ali delle distorsioni. La cosa che colpisce è il muro di suono che sono in grado di creare e la naturalezza con cui vi incastrano le voci. Il trittico stoner che segue proviene in blocco dall’ultimo disco. Si parte con la ruvida “Hidden Prettiness”, si prosegue con la batteria triggerata e la progressione monumentale di “Ignorance Makes Me High” e si chiude con le variazioni continue di tempo e le voci all’unisono di “Tomorrow is Forgetting”. Salutano ed escono tra gli applausi. “Wildfires” è Il primo bis e sembra una ballad uscita dalla penna di Neil Young. “Expanding Sky” è un anthem assoluto, vero manifesto programmatico che racchiude tutte le sfumature del suono della band. La chiusura è affidata a “Ghosts” e non poteva esserci modo migliore di sublimare gli ottanta minuti di performance. Una garanzia. Alla fine scendono in sala a ringraziare personalmente il proprio pubblico con foto, strette di mano e larghi sorrisi per tutti.

Cristiano Cervoni

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