Pontiak @ Circolo degli Artisti [Roma, 2/Novembre/2010]

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L’arrivo dei Pontiak al Circolo mi aveva suscitato un interrogativo apparentemente banale: che razza di concerto vado a vedere? Che è più o meno la domanda che si farebbe chiunque vada a vedere per la prima volta un qualsiasi artista dal vivo. Ok, ma questo è un caso diverso. Sospettavo che i fratelli Carney appartenessero a quel tipo di artisti che, dal vivo, stravolgono l’idea che ti eri fatto ascoltando i dischi e a volte la modificano pure. Anzi, non mi ero fatto neanche troppe illusioni, visto che qua e là i dischi mi avevano anche annoiato. Invece il sospetto si è trasformato in evidenza: i Pontiak fanno una “caciara” della madonna. Caciara intesa non come delirio incontrollato e confuso, ma come mezzo espressivo per il raggiungimento di un determinato fine artistico. Fine che ammicca parecchio a certi stilemi tipici dell’hard-rock dei ’70, ma che li rivede in un’ottica, se vogliamo, più moderna.

Non faccio purtroppo in tempo ad assistere all’esibizione dei Sadside Project, ma non mi perdo invece quella dei Trigemino. Come suggerisce il nome, si tratta di un trio romano di ordinario e onesto hard-funk rock: l’originalità non è tra le loro preoccupazioni principali, giacché tutto è basato sull’esecuzione, calda e precisa, di pattern ritmici e melodici ormai più che classici e cari a una lunga e vecchia tradizione di rockettari incalliti e veneratori del dio riff. I brani sono infatti potenti e ben eseguiti e si rivelano un lauto antipasto prima dell’evento principale.

Con il palco avvolto in una nube di fumi fitta e impenetrabile che lascia avvistare a fatica gli amplificatori, il biglietto da visita dei nostri si presenta sotto forma di un minuto buono di vibrazioni telluriche fortemente ansiogene, con buona pace degli organi interni. Il primo brano buttato in pasto agli ignari astanti è ‘Young’, dall’ultimo ‘Living’ (edito dalla gloriosa Thrill Jockey), col suo canonico andamento sentito chissà quante volte. I Pontiak sanno benissimo di aver scoperto l’acqua calda e che non è sulla qualità che occorre intervenire: la qualità è quella che ci hanno fatto conoscere tempo addietro i vari Grateful Dead, Led Zeppelin, The Doors, Black Sabbath (soprattutto), Motorpsycho e compagnia cantante. L’unica strada percorribile qui è quella che mira alla quantità, e bisogna riconoscere che in questo il terzetto della Virginia ha già raccolto discreti risultati ed è già assurto al ruolo del maestro. Perché quel basso glaciale e ottundente, quella chitarra “stuprata, bruciata, sodomizzata” e quella batteria, che pare abbia cariche di tritolo al posto delle pelli, non possono essere altro che il frutto di una particolare attenzione al dettaglio e di un proposito espressivo ben chiaro. Proposito che si palesa durante l’esecuzione di un brano come ‘Lemon Lady’: c’è qualcosa di morbosamente ed estenuantemente affascinante in quell’ossessività e ripetitività quasi cacofonica che accomuna i tre a un’altra banda di folli loro connazionali, i Sunn O))). Il cantato solenne e messianico, unito a un rullante posseduto da una squadra di artificieri cinesi fanno il resto. Ma i tre Carney non puntano all’astrusità dei californiani: nelle loro vene scorre la passione per le sonorità sixties-seventies che vengono tradite voluttuosamente in brani come ‘This Is Living’, cantata all’unisono da bassista e chitarrista, o nella cavalcata psichedelica di ‘Thousand Citrus’. Le belle voci dei Carney tornano protagoniste in ‘White Hands’, tratta da ‘Sun On Sun’, in un alternarsi di foga ritmica e cattedrali vocali costruite su distese di accordi che scandiscono il tempo come pendoli. Via via si susseguono gli altri pezzi, tra cui riconosciamo, ormai assuefatti ai campi elettromagnetici, ‘Laywayed’ e persino una ballata, che dovrebbe essere ‘Aestival’. I tre virginiani concedono un rapido e fugace bis prima di dileguarsi, riconoscenti e sudati, dietro la coltre di fumo, ormai onnipresente. Concerto difficile da definire “bello” secondo i canoni abituali: sicuramente impegnativo, spiazzante, piuttosto. Pur ribadendo che dal vivo migliorano parecchio, quella dei Pontiak è una formula che, alla lunga, potrebbe mostrare la corda e trasformare una promessa in una meteora fugace, in un logoro cliché. Ben venga il prossimo disco, allora: spero solo che, al momento di chiudersi nel ranch per le registrazioni, abbiano la premura di far uscire prima gli animali.

Eugenio Zazzara

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