Pontiak @ Circolo degli Artisti [Roma, 22/Ottobre/2014]

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E’ arrivato l’inverno, senza fare complimenti o convenevoli, così… tutto insieme, stasera, di punto in bianco. C’è pure la Champions, sì ma gioca la Juve, la Roma ieri ha perso male e i Pontiak sono passati di qui meno di sei mesi fa… sinceramente mi aspetto di trovare le balle di fieno e invece la sala concerti del Circolo è quasi piena, non esplode, ma c’è comunque tanta gente. 
Vale la pena sottolinearlo quando in circostanze come questa il pubblico rock romano si distingue per gusto e fedeltà, ma del resto quando sul palco si trovano band come i Pontiak è anche più semplice. Il trio dei fratelli Carney propone la solita dose massiccia di stoner mischiato ad hard rock efficace e diretto, con punte di psichedelica e folk. Potrebbero essere definiti “la versione stoner e incazzosa degli ZZ Top”, essendo tre fratelli barbuti pressoché uguali fisicamente. In realtà la vera cosa che hanno in comune con Gibbons e soci è la “puzza di America”, detto in senso buono, li guardi e te li immagini a spaccare alberi per fare legna ed andare a caccia nei boschi o a pesca con l’arpione e poi la sera dentro una sala con le mura di legno a suonare trangugiando birra e whiskey. Il loro essere ruvidi ed estremamente “veraci” non lascia spazio a divismi di alcun genere, le loro magliettacce bianche (ed anche bucate) ne sono la prova, ma questo non significa che siano semplicemente dei rozzi rockettari con la mano pesante e la distorsione facile fine a sé stessa, infatti nel loro set non manca lo spazio anche per momenti caratterizzati da un’atmosfera più melodica ed ipnotica, che spiritualità dei boschi, raduni intorno a fuochi scoppiettanti e lupi che ululano.
 La band, originaria della zona delle Blue Ridge Mountains (catena montuosa nel sud Virginia), trasmette un senso di compattezza totale, non potrebbe essere altrimenti del resto, nessuno strafa, per quanto ognuno dei tre non si limiti mai soltanto al “compitino”. Ognuno dei fratelli è caratterizzato da movenze ed atteggiamenti che li differenziano (e meno male, altrimenti sembrerebbero davvero dei cloni!), Van (chitarra e voce) è sicuramente quello più al centro dell’attenzione e con licenza di fare il mattacchione, anche se poi di studiato nel suo atteggiamento sembra esserci poco, si fa prendere da un’enfasi spontanea che trascina il pubblico di pari passo con il fomento scatenato dal sound travolgente come un carro di bestiame. Lain, il più giovane dei tre, invece attira l’attenzione per le sue movenze poco ortodosse alla batteria, figlie di un approccio stilistico molto personale, ma allo stesso tempo efficace. La vera macina però è “l’anziano” Jennings, al basso (di solito suona anche l’organo) è lui che fa la cosiddetta “ciccia” dei Pontiak fungendo da prezioso collante come meglio non si potrebbe. 
Sulla scia del successo del loro ultimo album, la scaletta è condita da una folta rappresentanza di pezzi estratti da ‘Innocence’, come l’acclamatissima ‘Ghost’ e ‘Surrounded By Diamonds’ in cui si nota una tendenza timbrica vocale che ricorda piacevolmente quella di Ozzy Osbourne o, se preferite, di Zakk Wylde quando imitava Ozzy. Non mancano ovviamente anche excursus più lontani attingendo dalla loro produzione, in particolare spiccano ‘Lions Of Least’ e ‘The North Coast’, tratte da ‘Echo Ono’. L’unico rimpianto è l’assenza dal vivo dell’organo e la conseguente assenza di pezzi caratterizzati da un’ancor più spiccata vena psichedelica.

Niccolò Matteucci

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