Pontiak @ Circolo degli Artisti [Roma, 10/Aprile/2014]

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L’avventura musicale dei Pontiak è un piccolo, prezioso miracolo dell’ultima decade: semplici, diretti, senza fronzoli, onesti già a una prima occhiata con le loro barbe, i cappelli da camionista, jeans e magliette bianche, i fratelli Carney sono un trio di campagnoli rock’n’roll che hanno costruito piano piano la loro ‘cosa’, maturando e insieme rimanendo fedeli a se stessi, tanto legati ai numi tutelari di decadi fa quanto pronti a guardarsi attorno per espandere quel calderone di neo-psichedelia in cui spesso sono collocati. ‘Innocence’, il loro album uscito a gennaio su Thrill Jockey, conferma in toto questa sensazione, non è un capolavoro ma l’ennesimo lavoro assolutamente convincente sì. E per presentarlo, anzi per sbatterlo in faccia al meglio ai convenuti al Circolo, cosa c’è di meglio, oltre a una sana dose di genuino entusiasmo che colpisce a pelle e ad uno shot (di Sambuca?) per riscaldarsi presto, di un inizio lanciato a mille con ‘Ghosts’, con quella chitarra grattugiata con nonchalance, quella sezione ritmica sporca e sabbiosa e quella voce a metà tra una funzione spirituale e una sbornia colossale? Dall’ultimo disco non posso non menzionare almeno ‘Surrounded by Diamonds’, ‘We’ve Got It Wrong’ e ‘Lack Lustre Rush’, tre gemme heavy, tra stoner e psichedelia che vantano nell’ordine un riff mostruoso, un basso crudissimo e dei colpi sui tom tanto marziali che sembra ti arrivino da ogni parte della sala. Insomma, tre brani splendidi, che dimostrano l’efficacia della macchina e il contributo determinante di ognuno di loro. E mentre continuano a godersi anche la serata appieno, salutando il pubblico ogni volta sempre più infervorati, ripescano pure una vera gemma come ‘Part III’ dall’EP ‘Come Crudos’, trip dilatato/malato che stempera l’atmosfera per quasi una decina di minuti e manda in orbita i presenti. Nella seconda parte del set, incentrata ancora su ‘Innocence’, qualche affanno è ampiamente perdonabile, soprattutto grazie all’esecuzione di alcuni dei migliori brani tratti dallo splendido ‘Echo Ono’ di due anni fa, album che ancora ricordo ottimamente così come il loro concerto di allora sempre al Circolo. Stranamente non c’è ‘Across The Steppe’ ma poco importa, ‘The North Coast’ e ‘Left With Lights’ sono altrettanti viaggioni che sanno tanto di deserto quanto di fuga verso la libertà, pur continuando a rimanere fermi. Anche solo in un’anonima fattoria da qualche parte in Virginia.

P.S. nota di merito ai romani Thee Elephant (recenti finalisti di Arezzo Wave, ndr), ormai ben più che rodati, come act di apertura, soprattutto per la dissonante jam finale fuori di testa.

Piero Apruzzese